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La lettura della Bibbia
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Venerdì, 04 settembre @ 16:34:51 CEST (171 reads)
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Vivere nella luce
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Posted by Trianello on Sabato, 04 agosto @ 13:45:13 CEST (242 reads)
Lilla58 writes "Dalla lettera di S. Paolo Apostolo agli Efesini (cap.5, 8-9) "Un tempo vivevate nelle tenebre, ora uniti al Signore voi vivete nella luce: bontà, giustizia e verità sono i suoi frutti". S. Paolo ci chiama ad una missione evangelizzatrice non facile: occorre convertirsi per poter realizzare il disegno di Dio in noi e annunziare la lieta Novella al mondo. Essere capaci di realizzare nella nostra vita i doni spirituali della bontà, della giustizia e della verità significa anzitutto essere capaci di liberarci da tutto ciò che è superfluo in noi, tutto ciò che non è utile alla salvezza della nostra anima, ossia di tutte quelle cose che fanno parte di una mentalità lontana dal Vangelo. Prima fra tutte l'abitudine al giudizio: non giudicare è il principio base su cui si fonda il cristianesimo, accettare l'altro come immagine di Dio, pur facilmente preda del peccato, ma sempre un figlio amato dal Padre. Non dobbiamo comportarci da "fratello maggiore" del figliol prodigo, pronto a criticare, ma apriamo le nostre braccia a tutti coloro che chiedono conforto per gli errori compiuti. Ma tendiamo la nostra mano anche a chi non ha ancora accettato la nostra proposta di appartenere alla famiglia di Dio: la luce della nostra fede piano piano farà breccia anche nel suo cuore. Questo vuol dire VIVERE NELLA LUCE. "
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Introduzione alla Bibbia - L'Apocalisse
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Sabato, 28 luglio @ 23:42:02 CEST (736 reads)
[di A. Lancellotti - F. Pasquero ] Di nessun libro del Nuovo Testamento si può dire che attira e respinge, affascina e irrita come il piccolo libro dell'Apocalisse, e ciò non soltanto per la selvaggia bellezza dello stile e la fitta oscurità del contenuto che sembra renderlo indecifrabile, ma anche per certe minacce inquietanti e paurose che contiene, miste a messaggi di speranza e di nuovo inizio. Il vocabolo «apocalisse» è la trascrizione di un termine greco che significa «rivelazione» e viene usato per designare un genere letterario contenente rivelazioni di cose occulte fatte da Dio sotto forma di visioni, simboli, immagini mitiche e numeri. Normalmente le apocalissi sono pseudoepigrafiche, cioè si basano sulla finzione di appartenere a personaggi famosi del passato, come Daniele, Esdra, Enoch, Isaia, ecc., i quali da Dio sarebbero stati messi a parte di segreti concernenti il senso della storia e degli avvenimenti presenti e futuri. Si tratta naturalmente di storia passata, delineata in forma di predizione antecedente. Mentre i profeti dell'Antico Testamento ricevevano per lo più messaggi e parole divine e li trasmettevano oralmente, gli autori delle apocalissi le ricevono sotto forma di «visioni» futuribili e le fissano in un libro rivolto al presente. E' evidente che tutte le visioni devono essere interpretate, perché si presentano cariche di simbolismo: cifre, forma, colore, atteggiamenti, mostri, personaggi, astri, tutto dev'essere non visualizzato ma ascoltato, compreso, interpretato, tradotto in idee e concetti. E' proprio il caso di dire che per comprendere l'autore dell'apocalisse il lettore deve entrare nel suo gioco linguistico e simbolico. Le apocalissi fiorirono nel mondo ebraico a cominciare dal II secolo a.C. e continuarono in ambienti ebraici e cristiani per almeno due secoli dopo. Ma il Nuovo Testamento ha raccolto nel canone soltanto un'Apocalisse, il cui autore dichiara di essere Giovanni, in esilio nell'isola di Patmos a motivo della fede cristiana, 1,9. Una tradizione attestata già nel secolo II da Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano e dal Canone muratoriano lo identifica con l'apostolo Giovanni, l'autore del quarto vangelo; ma per tutto il IV secolo le chiese della Cappadocia, della Siria e della Palestina non inseriscono l'Apocalisse nel canone delle sacre Scritture, segno evidente che non la ritenevano di origine apostolica. D'altra parte l'Apocalisse offre una consonanza indubbia con temi caratteristici del vangelo e delle lettere giovannee, basti accennare alla designazione di Cristo come «Verbo» (Lógos) di Dio, 19,13; cfr. Gv 1,1-14; 1Gv 1,1, e come «Agnello», 5,6; cfr. Gv 1,29.36; ma se ne differenzia per la lingua, lo stile e il contenuto generale. Qualsiasi soluzione si possa dare a questo problema, del resto non essenziale per l'interpretazione, rimane il fatto che l'Apocalisse rivela un'«ispirazione giovannea» (Bibbia di Gerusalemme) e quindi si deve dire almeno che fu scritta nell'ambito della scuola di Giovanni, sulla base di ricordi dell'apostolo o in suo omaggio, nell'area culturale di Efeso. Quanto alla data si pensa comunemente all'età di Domiziano, quindi verso il 95 d.C.; ma c'è chi, non senza ragioni, colloca almeno una parte dell'opera negli ultimi anni di Nerone, morto nel 68 d.C. Qualunque possa essere la data precisa in cui fu scritta l'Apocalisse, è necessario, per comprenderla, guardare al contesto storico in cui è nata. Essa risponde a una situazione di difficoltà interna alla Chiesa e di aperta persecuzione dall'esterno; si propone quindi di rinvigorire l'animo dei cristiani quasi commentando la parola di Gesù prima della passione: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo», Gv 16,33. Per questo l'immagine dell'Agnello «ritto, ma come immolato», Ap 5,6, domina tutto lo scenario delle visioni, e la chiave interpretativa è da vedersi nella visione inaugurale del Figlio dell'uomo in atteggiamento di re, sacerdote e giudice universale, che tiene in mano «le sette stelle», cioè la totalità delle chiese, e dice: «Non temere, io sono il primo e l'ultimo, il vivente; giacqui morto, ma ecco ora vivo per i secoli dei secoli; nelle mie mani sono le chiavi della morte e dell'ade», Ap 1,16-17. Il messaggio è rivolto alle sette chiese della provincia romana di Asia, che vengono elencate nei cc. 2-3, anche se riguarda intenzionalmente tutte le chiese. I pericoli che incombono sono in parte interni e in parte esterni. All'interno sorgono movimenti ereticali, avvengono compromessi con il paganesimo, si insinuano forme di lassismo morale, si raffredda la carità e il vigore della fede. Dall'esterno c'è la pressione spirituale e sociale dell'ebraismo, dal quale la chiesa ha preso le distanze pur restandone congiunta nella lettura delle sacre Scritture, e incombe la persecuzione delle autorità romane. Già Nerone aveva infierito contro i cristiani, ma ora sotto Domiziano si profilava una lotta molto più radicale motivata dal rifiuto da parte dei cristiani di riconoscere il carisma divino di Roma e degli imperatori. In tale situazione il messaggio di Giovanni vuole tenere accesa tra i discepoli di Cristo la fiaccola della speranza, sostenere il coraggio «fino alla morte», ravvivare la fede e la carità con l'assicurazione della presenza vigile e operante del Signore in mezzo ai suoi, lui che con la morte e risurrezione ha vinto per sempre il male e ha fatto scendere sulla terra le primizie della Gerusalemme celeste. Per questo i suoi discepoli non devono temere; anche se momentaneamente devono soffrire per il nome di Cristo, saranno in definitiva vincitori di Satana e di tutte le forze del male. L'Apocalisse appare quindi come la grande epopea della speranza cristiana, il canto di certezza e di trionfo della Chiesa perseguitata. Non fa perciò meraviglia che questo piccolo libro riecheggi nell'antica letteratura del martirio. In essa «la presenza dell'Apocalisse si rivela come qualcosa di essenziale, un elemento fondamentale nella formazione e nell'illuminazione del concetto stesso di martirio. Ma non v'è traccia, o quasi, di un'attesa impaziente del compimento e della fine dell'ordine esistente» (E. Corsini). Questa osservazione induce a richiamare brevemente le principali interpretazioni che dell'Apocalisse sono state date nella storia. E' noto che dall'antichità fino a oggi sono state escogitate interpretazioni diverse di questo libretto misterioso che chiude la raccolta della Bibbia cristiana. Nel Medioevo, al seguito di Gioacchino da Fiore e di Nicola da Lira, molti intesero l'Apocalisse come una profezia delle vicende del mondo e della chiesa e cercavano di spiegarne le visioni riferendole a grandi eventi della storia. Fu così che papi, imperatori ed eretici si vilipendevano scambievolmente con le immagini del «grande drago» e della «bestia». Altri invece, e già dal IV secolo, proiettavano gli avvenimenti adombrati dall'Apocalisse alla fine dei tempi, cercandovi i segni che precederanno e accompagneranno lo scatenarsi della catastrofe ultima. In seguito a tale interpretazione l'aggettivo «apocalittico» è diventato sinonimo di catastrofe e di soluzione finale, proprio in antitesi al suo significato originario e alla sua intenzione. Altri ancora supposero che le descrizioni simboliche significassero le ostilità mosse dal giudaismo e dall'impero romano contro la chiesa nascente. Altri infine, e oggi sono la maggioranza, rinunciando a codesto tipo di «applicazioni» – poiché di applicazioni si tratta e non di esegesi e di interpretazione vera e propria –, inclinano a considerare l'Apocalisse come un messaggio sempre attuale indirizzato alla Chiesa, il cui succo sarebbe la consolazione per la vittoria che Dio riporterà sul male, se non subito, certamente alla fine dei tempi. Alcuni anni fa uno studioso italiano, Eugenio Corsini, perfezionando quest'ultima lettura e rifacendosi alla lettura delle prime generazioni cristiane, ha illustrato con solidi argomenti che la vittoria sulle forze del male, di cui si legge nell'Apocalisse, e l'avvento della Gerusalemme celeste che vi si prefigura, hanno il loro epicentro nella morte e risurrezione di Cristo, compimento e fine di tutto l'Antico Testamento e di tutta la storia che sin dalla creazione lo prelude e l'attende. Il filo d'oro che attraversa l'intera Apocalisse, il tema illustrato, sviluppato e commentato in tutte le sue parti sarebbe dunque che nella morte e risurrezione di Cristo si è compiuto tutto l'Antico Testamento e si è inaugurata la nuova storia. La divisione del libro è chiara nelle grandi linee. Un'introduzione comprende l'intestazione, 1,1-3, i destinatari con una dossologia, 1,4-8, e la grande visione inaugurale. Il corpo del libro, come suggerisce 1,19, si compone di due parti: una sezione pastorale (cc. 2-3) con le sette lettere alle chiese, cioè «le cose riguardanti il presente», e la sezione propriamente apocalittica (4,1 - 22,5), cioè «le cose che accadranno dopo», nelle quali, secondo lo stile apocalittico, non si devono necessariamente cercare avvenimenti futuri, perché normalmente «gli autori degli scritti apocalittici presentano la storia passata in forma di una predizione antecedente» (H. Conzelmann). L'epilogo, 22,6-21, contiene annotazioni varie che riprendono i temi del messaggio, un attestato di autenticità, minacce contro eventuali manipolatori e il saluto finale.
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Introduzione alla Bibbia - Le Lettere Cattoliche
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Sabato, 28 luglio @ 23:38:35 CEST (675 reads)
INTRODUZIONE
[di P. Rossano ]
Si chiamano «cattoliche» sette lettere del Nuovo Testamento che non sono indirizzate a nessuna comunità particolare e sono attribuite due a san Pietro, una a san Giacomo, una a san Giuda e tre a san Giovanni. Forse è stata proprio l'assenza di destinatari particolari a suggerire l'appellativo «cattolico», cioè universale, documentato già nell'antichità. Questa piccola raccolta è attestata nel secolo IV, ma la sua collocazione nella lista degli scritti neotestamentari non appare fissa, e si trovano differenze anche nell'ordine delle lettere in seno alla stessa raccolta. La Volgata latina ha imposto la prassi di collocarle tra le lettere di san Paolo e l'Apocalisse; alla Volgata si deve anche l'ordine poi comunemente accettato: lettere di Giacomo, di Pietro, di Giovanni, di Giuda, probabilmente sotto l'influsso di Gal 2,9 che fa menzione delle «colonne» della chiesa, nominando nell'ordine Giacomo, Cefa o Pietro e Giovanni. Nelle moderne edizioni della Bibbia si preferisce porre la lettera di Giuda prima delle tre lettere di Giovanni per unire queste ultime all'Apocalisse, anch'essa di Giovanni. Le più brevi di queste lettere, precisamente la seconda di Pietro, la seconda e terza di Giovanni e quella di Giuda, incontrarono qualche incertezza per entrare nel canone ufficiale della chiesa e ancora Eusebio (prima metà del secolo IV) le colloca tra gli antilegómena, ossia tra gli scritti sulla cui autenticità si sollevavano dubbi ai suoi tempi; successivamente però cessò ogni contestazione. Ciascuna lettera possiede un suo carattere proprio e una propria finalità; anche la forma e lo stile sono diversi, data la pluralità degli autori e delle cause che ne provocarono la redazione. L'esposizione serena della vita divina recata al mondo dal Redentore che si legge nella prima lettera di Pietro è molto distante dal tono della diatriba che si riscontra nella lettera di Giuda e nella seconda di Pietro; è pure rilevante la diversità di tono fra quest'ultima e la prima lettera di Pietro. Nonostante queste marcate differenze, tutte queste lettere sono come omelie pastorali redatte in forma di lettera per favorirne la diffusione. I temi di catechesi cristiana che vi svolgono vanno oltre l'interesse di un gruppo particolare di lettori e riguardano tutta la comunità cristiana; rappresentano perciò un modello tipico degli insegnamenti cristiani dati alle prime comunità. Di qui la differenza dalle lettere di san Paolo. Anche la forma è molto impersonale e non si diversifica molto da quella ben nota dei rabbini e dei filosofi stoici itineranti. Nel quadro della dottrina neotestamentaria queste lettere rappresentano come il tratto d'unione tra la semplice predicazione evangelica e le grandi esposizioni dottrinali e morali di grande valore che impressionano profondamente il lettore.
GIACOMO
[di U. Vanni ]
L'autore di questa lettera si presenta come «Giacomo servo di Dio e del Signore Gesù Cristo», 1,1, ma è difficile dire chi veramente sia. Egli si identifica con Giacomo, «fratello del Signore», non l'apostolo, favorito da un'apparizione di Gesù risorto, 1Cor 15,7, a cui Pietro fece annunziare la propria liberazione dal carcere, At 12,17, stimato una delle colonne della chiesa, Gal 2,9, capo della chiesa di Gerusalemme per una trentina d'anni, molto osservante del giudaismo, ucciso verso il 62 sotto il sommo sacerdote Anania, dopo la morte del procuratore Festo. A lui, appunto, la tradizione cristiana attribuisce la lettera; ma vi sono seri motivi per ritenere che non sia opera sua, bensì di qualche discepolo, che può averla scritta prima della fine del secolo. L'attaccamento dell'autore al giudaismo si manifesta nello stesso scritto, che si presenta tutto impregnato di Scrittura, la quale, pur senza essere apertamente citata, ne guida il pensiero. Inoltre l'autore si mostra assai aderente alle usanze giudaiche, e può darsi benissimo che il suo insegnamento sulla necessità delle opere assieme alla fede, 2,14-26, rifletta questa mentalità ebraica, come pure il culto della povertà e la considerazione per i poveri, 2,2-13, che risente dell'insegnamento biblico sui «poveri di Jhwh» e del discorso della montagna che inizia beatificando i poveri, cfr. Mt 5,3; cfr. pure l'invettiva contro i ricchi, Gc 5,1-6. La lettera, che si può chiamare tale solo per l'indirizzo posto al principio, non contiene alcuna notizia personale, non accenna a necessità particolari, ma può essere considerata come un complesso di esortazioni varie, senza legame profondo tra loro, miranti a ottenere che la vita cristiana sia vissuta nelle sue esigenze. E' indirizzata «alle dodici tribù d'Israele che si trovano disseminate nel mondo», cioè in mezzo ai pagani: forse si tratta delle comunità cristiane di Siria e Cilicia, di Ebrei convertiti al cristianesimo, buoni conoscitori sia della Bibbia che dell'insegnamento di Gesù. Sono comunità ancora turbate da consuetudini della vita anteriore dure a morire, invitate a una più radicale ed effettiva pratica delle virtù cristiane, specialmente la fede, che dev'essere vitale, 2,1.5.4-17; 5,15, la carità senza preferenze, 2,2-4.13; 5,7, la fortezza nelle tentazioni, 1,12-15, provenienti dal diavolo, 4,7, o dalle prove, 1,12, la prudenza nel parlare, 3,2-11, la dipendenza da Dio, 4,7s.13-17, la pazienza, 5,7-11. Lo scritto raccomanda assai la preghiera, sia individuale che comunitaria, la quale deve accompagnare il cristiano in ogni necessità, 1,5-8; 4,2s; 5,13-15. Importante per la teologia è l'accenno alla preghiera e all'unzione con olio dell'ammalato, ad opera degli anziani della comunità, 5,14s, su cui il Concilio di Trento ha basato la prova scritturistica per il sacramento dell'unzione degl'infermi. Quando e dove e a chi sia stata scritta questa lettera rimane storicamente un enigma. La menzione delle «dodici tribù disseminate nel mondo» (letteralmente: «nella diaspora») la riferisce probabilmente a tutta la chiesa e non solo a giudeo-cristiani. Essa risulta presto e ben accolta come ispirata in Egitto, sin dalla prima metà del II secolo, donde passò alle chiese copte in Grecia e finalmente a Roma.
I PIETRO
[di U. Vanni ]
La lettera inizia con molta semplicità: «Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai pellegrini della dispersione... eletti»; senza ampollosità, l'autore si presenta come Pietro apostolo molto ben conosciuto dai vangeli e dagli Atti, conscio della propria responsabilità di padre e pastore, testimone delle sofferenze di Cristo, 5,1, predicatore della sua risurrezione, 1,21; 3,18.21, preoccupato di mantenere nella fedeltà i cristiani a cui scrive, pressati da un ambiente ostile e soggetti a molteplici sofferenze. L'autorità della lettera fu assai presto riconosciuta, e sin dalla fine del I secolo esercitò la sua influenza, per esempio su Clemente Romano, che le si ispira scrivendo ai Corinzi, su Policarpo e Papia che l'ammirano, sulla lettera delle chiese di Lione e gli Atti dei martiri scillitani, che la citano. Il primo ad attribuire la lettera espressamente a Pietro è sant'Ireneo, seguito poi da Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene e così via. Le difficoltà sollevate in seguito da alcuni critici non annullano il peso della tradizione che la collegano con il capo degli apostoli. Egli scrive per i pellegrini della dispersione, piccoli gruppi di cristiani sparsi in varie province dell'Asia Minore, strettamente uniti in fraternità, 2,17, di condizione molto ordinaria, formati da una maggioranza di convertiti dal paganesimo, 1,14.18; 2,9s.25; 4,2s, ma anche da buon numero di persone provenienti dal giudaismo, conoscitori della sacra Scrittura, 1,15; 2,5.9; 3,20; 5,8, tutti circondati da difficoltà e sofferenze, provenienti dall'ambiente ostile circostante, 1,6; 2,12.19-21; 3,14-17; 4,12-16. Non si trovano esposti a difficoltà straordinarie, ma a prove quotidiane che possono rendere pesante e difficile la costante fedeltà, 2,11 s.15; 3,1s.15s; 4,4. Scritta da Roma, qualificata come «Babilonia» perché pagana e persecutrice, 5,12, dove più facilmente si poterono trovare assieme a Pietro anche Sila e Marco, 5,12s; Col 3,10; Fm 24, si può probabilmente datare all'epoca di Nerone, verso l'anno 64. La redazione è stata fatta da Silvano (Sila), di cui si parla spesso in Atti 15-18, dietro indicazione di Pietro, 5,12. Vi è però chi pensa che la lettera sia stata scritta verso gli anni 80, presumibilmente nell'Asia Minore. Il contenuto della lettera è pratico e tocca gli argomenti principali della catechesi primitiva, quali: Dio Padre, misericordioso e giusto, 1,3.17; 2,23; 4,5.17; Gesù Cristo preesistente, 1,20, Signore, 1,3; 2,3; 3,15, salvatore degli uomini mediante il proprio sangue, 1,19; 4,4; 5,1-4, risuscitato e glorificato, 3,21s; 4,11; 5,20, che verrà a giudicare i vivi e i morti, 4,5s.17s; l'uomo peccatore, 1,18; 2,24; 3,18; 4,3, salvato mediante il battesimo, che lo impegna a una vita nuova. 1.13: 2,1-11; 3,13; 4,1.15, in unione a Gesù Cristo, 2,4s.9; 5,2s.12, con cui forma il nuovo popolo santo, tempio spirituale, 2,4-9. Una caratteristica dei cristiani su cui più volte ritorna la lettera è la partecipazione alle sofferenze di Cristo, 1,6s; 2,19-21; 3,14; 4,13s; 5,10, attraverso le quali si diventa suoi collaboratori, tesi verso la felicità e la dimora futura ed eterna. Inoltre, solo in questa lettera troviamo espressa la discesa di Cristo agl'inferi, 3,19; 4,6, esaltante l'ampiezza della sovranità di Cristo e l'efficacia universale della redenzione da lui operata: infatti anche i morti sono stati evangelizzati!
II PIETRO
[di U. Vanni ]
Questa lettera si presenta scritta da «Simeone Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo», 1,1; cfr. 3,1, ma, mentre la prima fu assai presto conosciuta e riconosciuta come scritta dal principe degli apostoli, questa si fece strada assai lentamente e non senza difficoltà: è conosciuta da Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, i quali però dubitano della sua autenticità pietrina, e anche quando, dalla seconda metà del IV secolo, essa viene sempre più spesso nominata tra i libri canonici, non è attribuita all'apostolo Pietro. D'altra parte, anche nella lettera ci sono elementi che fanno dubitare della sua autenticità: la denominazione Simeone, invece dell'ordinario Simone, è almeno curiosa; così come l'insistenza a presentarsi come testimone oculare della trasfigurazione, 1,16, a cui il Signore ha predetto la morte, 1,14, e lo ha reso responsabile della fede della Chiesa, 1,12-18; 3,17s, lasciano il dubbio che si voglia sostenere una qualifica non evidente! Sembra poi inverosimile che le lettere di san Paolo fossero già conosciute intorno al 64, data in cui dovrebbe essere stata scritta la lettera, 3,16; come pure l'accenno alla seconda lettera inviata si dimostra sfasato, giacché questa lettera ha ben poco di parallelo al contenuto della prima. Tuttavia, pur non essendo riconosciuta come di Pietro, questa lettera dovette essere scritta da un suo discepolo che ne interpretò fedelmente il pensiero, e lo scritto, per la ricchezza del suo contenuto e l'opportunità delle sue esortazione morali, fu assai usato nelle comunità cristiane e considerato Scrittura sacra. Probabilmente fu composto verso il 90, nella seconda generazione cristiana, 3,4, quando alcuni cristiani defezionavano, 2,20-22; 3,17, gli erranti crescevano e s'infiltravano nella comunità, lasciandosi portare dal più lascivo libertinismo, 2,2.10.12s.18, dal disprezzo per ogni autorità, 2,10, e negavano la divinità di Cristo, 2,1. Si desiderava già un'esegesi ufficiale della sacra Scrittura, non soggetta a interpretazioni private, 1,20, e già mal interpretata da alcuni, 3,16. L'utilità pratica della lettera è notevole. Essa potrebbe intitolarsi: fede e vita cristiana; a Dio che chiama e dona abbondantemente, 1,3s, il cristiano deve rispondere con la pratica della virtù, 1,5-10, l'accettazione dell'insegnamento vero, 1,16.19s, non prestando ascolto a falsi profeti e dottori, 2,1-3, ma credendo a Dio e vivendo nella speranza 3,5-18. Importante è il richiamo alla Scrittura ispirata da Dio, alla quale non si possono dare interpretazioni private, 1,19-21.
I GIOVANNI
[di B. Prete ]
Oltre al vangelo attribuito a san Giovanni, tre lettere ci sono state tramandate con il suo nome. La prima è particolarmente importante e assai simile al vangelo, cui si avvicina per l'uso di molte parole e intere frasi simili, per la rassomiglianza di stile e per molti concetti sviluppati. L'autore si presenta come uno che è conscio della propria autorità rispetto ai lettori e sa di essere portatore della tradizione evangelica. Egli desidera comunicare quanto ha appreso, lungamente meditato e predicato, di cui è stato testimone oculare e su cui considera importante ritornare, a causa degli errori incombenti da cui vede minacciati i lettori. La tradizione, fin da Papia, conosce questa lettera, e con Ireneo e Clemente Alessandrino l'attribuisce espressamente a Giovanni apostolo. Egli non si nomina, né indica a chi scrive, così che il suo scritto ha più l'apparenza di un piccolo trattato di catechesi che di una lettera, ma le varie volte che si rivolge ai lettori chiamandoli figlioli lasciano scoprire il genere letterario e capire come vi fosse reciproca conoscenza e amore fraterno tra scrittore e lettori. I destinatari sono pagani convertiti, da ricercarsi con probabilità tra le chiese dell'Asia Minore, più precisamente nella regione di Efeso, persone che già credono nel nome del Figlio di Dio, 5,13, ma che devono ancora riconoscersi peccatrici, 1,8, che l'autore vuole illuminare su verità già conosciute e possedute, 2,21, ma ora messe in pericolo da falsi maestri sorti nella stessa comunità, 2,19, chiamati anticristi. Gli errori che cominciavano a circolare negavano principalmente la realtà dell'incarnazione, scalzando così il fondamento stesso della fede in Cristo, che degradavano a un semplice essere intermedio tra Dio e gli uomini. Sostenevano pure l'inutilità della redenzione, affermando che all'uomo basta la scienza, la gnosi, per elevarsi a Dio. Contro tali errori si scaglia Giovanni, con tutto l'ardore della sua fede e del suo amore per il suo Signore e per i fedeli minacciati. Ne risulta uno scritto in cui gli argomenti, le ragioni, i richiami, gli inviti appassionati s'intersecano, si accavallano, si ripetono, senza un piano logicamente concepito, ma come sprizzanti da un cuore innamorato, desideroso di comunicare ai lettori la gioia di vivere nella comunione con Dio, conosciuto come amore 4,16. La divinità di Gesù, incarnatosi per la salvezza degli uomini, 2,1s, è ripetutamente richiamata come base della fede, 4,2, fede minacciata dall'anticristo personalizzato in molti falsi dottori, fede che unisce con Dio-Amore, 1,3.6s: nella comunione con il Padre e il Figlio, nella luce dello Spirito Santo, nella fuga dall'errore, nella fedeltà alla dottrina ricevuta, nell'amore fattivo ai fratelli, unica garanzia che si ama Dio. Dove sia stata scritta la lettera è difficile dire: la tradizione presenta Giovanni a Efeso, scelta come centro della sua attività apostolica, e in questa città si può pensare che abbia avuto origine anche la prima lettera. Più incerta ancora è la data di composizione, su cui tace la tradizione. Data la stretta relazione tra questa lettera e il quarto vangelo, si può supporre che i due scritti abbiano visto la luce a poca distanza l'uno dall'altro intorno alla fine del I secolo.
II GIOVANNI
[di B. Prete ]
E' un brevissimo scritto anonimo che un autorevole presbitero indirizza alla «eletta Signora e ai suoi figli», chiaro riferimento a una chiesa locale di cui ignoriamo l'identità. La lettera ricalca nelle preoccupazioni e nello stile la prima di Giovanni: è un appassionato invito ad amarsi a vicenda e a guardarsi dai falsi dottori. Trattandosi d'un testo tanto breve e poco originale nel contenuto, ebbe qualche difficoltà a inserirsi nel canone dei libri ispirati. Ne danno però autorevole testimonianza Ireneo, il Canone muratoriano, Agostino e altri. E' ignota la località di provenienza. La data di composizione dovrebbe oscillare intorno alla fine del I secolo.
III GIOVANNI
[di B. Prete ]
Come la seconda di Giovanni, anche questa lettera è indirizzata dall'anonimo presbitero a un non meglio noto Gaio, di cui viene lodata la fede, la carità e la fedeltà, e al quale vengono raccomandati i cosiddetti apostoli itineranti, «in cammino per il nome di Gesù», e bisognosi di aiuti e d'assistenza da parte dei fedeli. Per contro si biasima un certo Diotrefe che, geloso del suo potere, vuol fare da padrone nella chiesa. Identico nella conclusione alla seconda lettera, questo biglietto ne condivise probabilmente la datazione (fine I secolo), come ne condivise le difficoltà nell'inserirsi nel canone biblico.
GIUDA
[di U. Vanni ]
L'autore si dichiara «fratello di Giacomo», che viene comunemente indicato come «fratello di Gesù», quindi né l'uno né l'altro dei Giuda apostoli, poiché, in caso che lo fosse stato, non avrebbero mancato di indicarlo. Come parente di Gesù dovette godere di grande stima nella chiesa primitiva, per cui poté rivolgere autoritativamente, ai fedeli che certo lo conoscevano e che erano con ogni probabilità palestinesi, questo breve scritto. Non si dice chi fossero questi destinatari, ma erano in pericolo per la loro fede, per l'insorgere del movimento gnostico, che negava la divinità di Cristo e si mostrava piuttosto licenzioso nei costumi, 4.7. Considerando che questo movimento doveva ancora essere agli inizi, 4.12, che la lettera considera come passati gli apostoli e conosce le lettere di san Paolo, 17-19, l'autore dovette scrivere verso gli anni 80, prima della seconda, lettera di Pietro, che pare dipendere da questa. Per la scarsezza di contenuto teologico, l'incertezza del carattere apostolico dell'autore e specialmente per le allusioni e le citazioni di alcuni libri apocrifi, 7.14s, trovò qualche difficoltà a essere accolta come canonica. Tuttavia, se si escludono le chiese della Siria, si può affermare che la lettera, sin dalla fine del secolo II e al principio del III, era accolta come Scrittura canonica dalla totalità delle chiese, sia alessandrine che palestinesi e latine. Non deve costituire particolare difficoltà la presenza di reminescenze apocrife, comuni ai tempi dell'autore, a cui egli ricorre senza attribuirvi particolare autorità, nello stesso modo con cui ricorre a reminescenze anticotestamentarie, utili per l'insegnamento. Lo scritto fu composto in lingua greca piuttosto perfetta; si è perciò pensato che anche questo scritto, come la prima e la seconda lettera di Pietro, non sia opera letteraria di un palestinese Giuda ma di qualche discepolo o collaboratore d'origine ellenistica. Il punto principale su cui si ferma è la fede, da conservarsi come la si è ricevuta dagli apostoli, 3.5.17, da viversi nello Spirito Santo ed esercitarsi nella carità, 20.22s. E' pure particolarmente sviluppato l'insegnamento circa gli angeli, chiamati «Glorie», 8, distinti in buoni e cattivi, 6.9.
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(Leggi Tutto... | Voto: 5)
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Introduzione alla Bibbia - Le Lettere di Paolo
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Sabato, 28 luglio @ 23:31:27 CEST (1517 reads)
ROMANI
[di U. Vanni ]
La lettera ai Romani tiene il primo posto nell'epistolario di san Paolo sia per l'ampiezza sia per l'importanza e le implicazioni del tema che tratta. Con essa l'Apostolo vuole spiegare ai cristiani di Roma – una comunità che non aveva fondato ma la cui fede era «magnificata in tutto il mondo», Rm 1,8 – quale sia l'origine e la natura della salvezza, ossia, nel linguaggio in cui si esprime, donde venga e in che cosa consista la giustizia salvifica che Dio ha donato agli uomini mediante Gesù Cristo, adempiendo la promessa fatta ad Abramo. Il grande interrogativo con cui Paolo si confronta è: come può l'uomo diventare giusto, libero e santo davanti a Dio? Per un ebreo la risposta era ed è che la giustificazione si ottiene osservando puntualmente i dettami e i precetti della legge mosaica. Al che l'Apostolo risponde no: l'uomo è un impasto complesso e ambiguo, lo attraversano aspirazioni buone e voglie prevaricatrici; nessun uomo da solo può realizzare la salvezza, la quale gli viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo. «Dio ci dà prova del suo amore per noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi», Rm 5,8. Quest'affermazione, che sta al centro della lettera e nel cuore del messaggio di Paolo, si accetta nell'obbedienza della fede. La porta della salvezza è dunque la fede, non la legge. In virtù della fede sigillata con il battesimo, l'uomo riceve lo Spirito di Cristo che lo rigenera, lo rende figlio di Dio; perciò egli non vive più sotto la costrizione della legge, ma si lascia guidare dallo Spirito di Dio (cfr. il c. 8 della lettera, che si può ritenere a buon diritto una delle pagine più alte del Nuovo Testamento). A questo punto l'Apostolo si interroga sugli Ebrei, suoi coetanei e connazionali nel sangue e nella fede, e scrive per loro parole brucianti di affetto e di dolore, Rm 9,3-5. Al problema degli Ebrei e della chiesa viene dedicata una parte notevole della lettera, cc. 9-11, e saranno proprio queste pagine a ispirare i padri del Concilio Vaticano II nel redigere la dichiarazione sugli Ebrei contenuta nel documento Nostra aetate, dove si legge che «scrutando il mistero della chiesa questo sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento (cioè i cristiani) è unito spiritualmente con la stirpe di Abramo» (n. 4). Quando, perché e dove fu scritta la lettera ai Romani? La data e il luogo si possono indicare con notevole sicurezza: l'Apostolo si trova a Corinto, in procinto di partire per Gerusalemme a recarvi il denaro di una colletta che le chiese della Macedonia e dell'Acaia hanno effettuato per i cristiani della città santa, Rm 15,25-26. Probabilmente la lettera fu trasmessa per mezzo di Febe, diaconessa della comunità di Cencre, il noto porto di Corinto che dava sull'Egeo, Rm 16,1. Siamo quindi nell'inverno tra il 57 e il 58 d.C. Perché abbia inviato alla comunità di Roma una lettera così impegnativa è un interrogativo a cui non si può rispondere con sicurezza. L'opinione più attendibile sembra essere che, volendosi presentare ai Romani, l'Apostolo non abbia trovato di meglio che esporre loro un compendio del «suo vangelo», Rm 16,25, di ciò che predicava dovunque, cioè Cristo unica speranza di salvezza per gli uomini, senza più alcuna distinzione tra Ebrei e gentili. Certo è che nessuno scritto, al di fuori dei vangeli, ebbe tanta influenza sulla storia della chiesa, da sant'Agostino a san Tommaso, da Lutero a K. Barth, dal Concilio di Nicea al Vaticano II. Volendo dare una divisione della lettera si può distinguere chiaramente tra un preambolo, 1,1-15, una parte dottrinale, 1,16 - 11,36, una parte morale, 12,1 - 15,13, e un epilogo con saluti e dossologia, 15,14 - 16,27. Nella parte dottrinale viene illustrata l'affermazione che solo la fede in Cristo può portare alla salvezza: lo dimostra in negativo il fallimento del mondo pagano e degli stessi Ebrei nella pratica della legge morale, 1,18 - 3,20; in positivo l'esempio di Abramo, 3,21 - 4,25. E i beni della giustizia di Dio o salvezza sono: pace con Dio e speranza certa di redenzione, 5,1-11, liberazione dalla colpa di origine e dalla condanna di morte, 5,12-21, affrancamento dall'asservimento alle voglie peccaminose della carne mediante l'unione a Cristo, 6,1-23, liberazione dalla servitù della legge incapace di per sé a vincere il male, 7,1-25, situazione di filiazione divina grazie al dono dello Spirito, 8,1-39. A questo punto s'inserisce la grande riflessione sul mistero dell'elezione e dell'incredulità d'Israele, 9-11. La parte morale contiene norme costitutive della vita cristiana: unità e comunione, 12,1-11, ossequio alle autorità civili, 13,1-7, carità quale compendio della vita nuova, 13,8-14. Seguono precetti particolari per dirimere contrasti che dividevano forti e deboli nella fede: si regoli ciascuno sull'esempio di Cristo che non cercò di piacere a se stesso ma si sacrificò per amore degli uomini.
I CORINZI
[di P. Rossano ]
La migliore introduzione alla prima lettera ai Corinzi è la lettura di ciò che è riferito negli Atti degli Apostoli, 17,1-18, circa l'evangelizzazione e la fondazione della chiesa in quella città, avvenute ad opera di Paolo nel corso della seconda spedizione missionaria, con l'aiuto di Silvano e Timoteo. La città era allora risorta dopo la distruzione del 146 a.C. operata dai Romani, e, grazie alla sua felice collaborazione sull'istmo che univa il Mar Ionio all'Egeo (oggi l'istmo è tagliato dal Canale di Corinto), godeva di una floridezza incomparabile; per di più nel 27 a.C. Ottaviano l'aveva fatta capitale della nuova provincia senatoriale di Acaia, e quindi sede di un proconsole romano che la governava. Commercio, ricchezza, cultura, razze, religioni e corruzione si mescolavano nella città, i cui monumenti erano sovrastati dal grande massiccio roccioso dell'Acrocorinto, sul quale s'innalzava il celebre santuario dedicato alla dea Afrodite, la dea dell'eros. Anche per questo l'appellativo di «fanciulla corinzia» correva sinonimo a quei tempi di ragazza di facili costumi. Nonostante queste circostanze apparentemente sfavorevoli, la comunità cristiana era cresciuta numerosa e vivace, e affrontava per la prima volta il rischio di vivere il vangelo in un ambiente totalmente greco, in un contesto cioè che non poteva più contare su parametri biblici ed ebraici. Tra la fondazione della comunità e la presente lettera possono essere trascorsi circa cinque anni. Durante tale periodo Paolo ha certamente mantenuto contatti con la comunità da lui fondata, verso la quale prova affetto intensissimo, come di padre (cfr. 1Cor 4,15), e della quale è fiero, poiché la chiama sigillo del suo apostolato, sua apologia contro i denigratori, e sua lettera di raccomandazione che poteva essere «conosciuta e letta da tutti gli uomini» (cfr. 1Cor 9,2.3; 2Cor 3,2). Nella comunità tuttavia erano sorte serie difficoltà di varia natura e l'Apostolo, che al momento in cui scrive si trova a Efeso, nel corso della terza spedizione missionaria, quindi tra il 55 e il 57 d.C., ne è stato informato dalla «gente di Cloe», 1Cor 1,11, e da alcuni inviati della stessa comunità di Corinto che l'hanno messo al corrente di disordini e gli hanno esposto alcuni quesiti per iscritto, 7,1. La lettera intende quindi frenare gli abusi segnalati e risolvere le questioni presentate. Per questo fra tutte le lettere di san Paolo la prima ai Corinzi è la più varia, la più ricca di spunti e di situazioni esistenziali, la più sorprendente, perché legata ad annotazioni storiche concrete. Grazie ad essa siamo informati in modo diffuso e particolareggiato sul modo di vivere di una comunità cristiana nel suo stato nascente. Al tempo stesso la maniera in cui tutti i problemi sono risolti, cioè alla luce dell'unione vitale con Cristo morto e risorto, salvatore nella vita presente e in quella futura, conferisce allo scritto un'unità incomparabile. Gesù Cristo è la luce che illumina tutte le situazioni, il centro al quale si annodano tutti i problemi dell'esistenza: san Paolo non fa che riferirsi a lui nel trattare sia delle divisioni nella comunità, sia dei carismi, della scelta di vita e della risurrezione futura, sia della condotta morale e delle liti davanti ai tribunali. Lui è il grande punto di riferimento. Il piano della lettera è quindi semplice. Se si toglie il prologo, 1,1-9, e la conclusione, 16,1-24, contenente informazioni personali, il discorso segue in maniera piana il filo delle difficoltà e delle domande che sono state poste. Si parla dunque: delle divisioni tra i discepoli, 1,10 - 4,21, dell'inspiegabile accondiscendenza verso un cristiano che vive in stato di incesto, 5,1-13, del deferimento presso tribunali pagani di liti sorte tra cristiani, 6,1-11, di una persistente corrività alla fornicazione, 6,12-20. Si passa poi a trattare dei quesiti posti dai Corinzi e precisamente: della scelta tra matrimonio e verginità, 7,1-40, delle carni immolate agli idoli, 8,1 - 11,1, dell'ordine nelle assemblee religiose, 11,2-34, dei carismi e del loro uso, 12,1 - 14,40, della risurrezione dei morti, 15,1-58. Da notarsi qui che la perla di tutta la lettera è il celebre inno all'agape-carità che occupa il c. 13, tanto più significativo a Corinto, che era celebrata come la capitale dell'eros e dell'egoismo.
II CORINZI
[di P. Rossano ]
La seconda lettera ai Corinzi è la più spontanea e personale di san Paolo, quella che più di ogni altra ne svela il carattere e le profondità della vita spirituale. Per questo va annoverata tra i capolavori della letteratura antica, senza dire ciò che più interessa in questa sede, che cioè la lettera possiede la sintesi più viva e complessa di ciò che implica e significa predicare e testimoniare il vangelo tra gli uomini. Vi sono delineate anche le strutture portanti dell'essere cristiano, che è vivere secondo lo Spirito, in docilità allo Spirito, secondo le indicazioni dello Spirito, fondandosi ultimamente sullo Spirito di Dio e non sulle risorse della natura, della ragione, dell'impegno e del puntiglio umano. Secondo il vocabolario caratteristico di Paolo, il vero vanto del discepolo di Cristo è quello secondo lo Spirito, non quello secondo la carne. Già da tutto ciò si può arguire che la lettera si presenta difficile nei particolari, e la ragione è che i punti storici ed esistenziali ai quali l'Apostolo fa riferimento ci sfuggono per la maggior parte. La lettera fu scritta dalla Macedonia, durante la terza spedizione missionaria, dopo la fuga da Efeso in seguito alla sommossa degli argentieri, At 20,1; la si può datare quindi verso l'autunno del 57 d.C., a meno di un anno dalla prima lettera ai Corinzi. Ma in questo breve spazio di tempo cose gravi e incresciose sono accadute a Corinto ed è necessario almeno intravederle se si vuole avere qualche punto di riferimento nella lettura; a meno di accettare l'ipotesi che non già di una lettera vera e propria si tratti, bensì di una raccolta di scritti e biglietti spediti in occasioni diverse, come suppongono molti studiosi, ma con il risultato di aggravare, anziché alleggerire, il peso delle difficoltà della seconda lettera ai Corinzi. Si possono, con fondatezza, delineare i seguenti antefatti: la prima lettera ai Corinzi inviata da Efeso alcuni mesi prima e la successiva visita di Timoteo non sortirono l'effetto sperato. Paolo intervenne allora personalmente con una visita a Corinto; fu una sosta breve ma incresciosa (cfr. 2Cor 1,15; 2,1), dalla quale si congedò promettendo di ritornare. Se non che una grave offesa avvenuta nel frattempo contro la sua autorità di apostolo gli fece aggiornare tale visita (cfr. 1,23; 2,2) e invece mandò Tito, il quale portò una lettera severa, 2,3s; 7,8s. Intanto Paolo profugo da Efeso attende Tito con impazienza prima a Troade, poi in Macedonia, 2,12s. Finalmente Tito lo raggiunse in Macedonia e gli riferì che le cose si erano messe per il meglio. E' a questo punto che Paolo decise di scrivere per risolvere definitivamente ogni malinteso: sotto la sua penna rivivono tutti i sentimenti del passato e l'ardore del presente e ne nasce uno scritto denso e complesso che sfida ogni analisi. Ci si limiterà quindi, in questa sede, a indicare a beneficio del lettore la successione dei temi toccati via via dall'Apostolo. Dopo un breve prologo di ringraziamento a Dio per i pericoli superati, 1,1-11, Paolo cerca di illustrare la correttezza e la coerenza nei suoi propositi verso i Corinzi, 1,12 - 2,13. A questo punto inizia la grande sezione dedicata al ministero apostolico, sottolineandone via via il paradosso, la grandezza, l'incomparabilità con il ministero dell'Antico Testamento, il dinamismo mistico interiore, il servizio per la riconciliazione e lo sforzo suo personale per non mancare alla fiducia di Dio e non disattendere le aspettative dei fedeli, 2,14 - 7,3. A questa prima parte fa da intermezzo una sezione dedicata alla grande colletta alla quale Paolo si è impegnato a favore della comunità di Gerusalemme: se ne descrivono le ragioni, le modalità e il merito: sono i cc. 8-9. Fa seguito una seconda parte nella quale l'Apostolo entra direttamente in polemica contro i suoi avversari, tacciandoli di pseudo-apostoli, camuffati da persone zelanti mentre in realtà cercano se stessi, e presenta eloquentemente i titoli del suo apostolato, 10,1 - 12,10. Prima di concludere annuncia la sua prossima venuta, e invita i Corinzi a «esaminarsi e mettersi alla prova» perché possa trovarli «come li desidera». Dopo questa colata lavica di sentimenti la lettera si conclude con la radiosa formula liturgica: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi», 12,13 - 13,13.
GALATI
[di U. Vanni ]
Breve ma incisiva, la lettera è indirizzata alle comunità cristiane della Galazia, evangelizzate da Paolo durante la seconda e la terza spedizione missionaria: si parla infatti della «regione della Galazia» in At 16,6 e 18,23, e dalla stessa lettera si deduce che l'Apostolo soggiornò almeno due volte in quelle terre. La relazione che si legge negli Atti degli Apostoli circa il passaggio di Paolo in Galazia è povera di colore, ma il quadro che si ricava dalla lettera rivela un'attività intensa, appassionata, coronata da successo e da un grande numero di adesioni alla fede. Si parla anche di una misteriosa malattia che avrebbe sortito il duplice effetto di prolungare il soggiorno dell'Apostolo tra quelle popolazioni semplici e primitive e di destare in loro tante premure e affetto verso di lui. Il motivo che indusse l'Apostolo a intervenire con questo scritto lo si può ricavare dalla lettera stessa. Dopo la partenza di Paolo si intromisero nella comunità avversari «giudaizzanti», i quali attaccarono l'Apostolo su un duplice fronte: anzitutto lo tacciavano d'essere un predicatore di poco conto, non un vero apostolo come i Dodici, e di predicare una dottrina senza fondamento, non in armonia con quella della chiesa madre di Gerusalemme; inoltre, contraddicendo il suo insegnamento, sostenevano che la fede in Cristo da sola non basta per ricevere lo Spirito e ottenere la giustificazione e la salvezza messianica, ma erano necessarie la circoncisione e l'ottemperanza alle pratiche giudaiche. Venuto a conoscenza di tali cose l'Apostolo reagì con un'impennata vigorosa rivolta in due direzioni: una apologetica personale, mirante a dimostrare l'autenticità della sua missione di apostolo; l'altra teologico-dottrinale con lo scopo di dimostrare che la salvezza deriva dalla fede e soltanto dalla fede in Cristo, del quale la legge ebraica altro non era che preparazione e premessa. Di conseguenza il cristiano è libero dalla legge ebraica, è chiamato a vivere nella libertà, il che significa concretamente farsi guidare dallo Spirito di Cristo al servizio degli altri. Prendendo spunto da un fatto occasionale, l'Apostolo entra così nel vivo del messaggio cristiano e ne parla con eloquenza appassionata, incomparabile, passando dagli accenti di una severità accigliata a quelli della tenerezza più affettuosa. Dove e quando esattamente sia stata scritta la lettera non si sa con precisione. C'è chi pensa al periodo del soggiorno ad Efeso, chi a quello nella Macedonia e a Corinto: si tratterebbe in ogni caso degli anni 56-57. Un dato certo è la prossimità spirituale di questa lettera con quella ai Romani, di cui si può considerare il preannuncio e l'anticipo. Ci si interroga anche circa i destinatari precisi della lettera, dato che il termine Galazia può riferirsi sia alla provincia romana comprendente i territori dell'attuale Turchia centro-orientale, oppure della Galazia propriamente detta che si riduceva alle parti settentrionali della provincia stessa, gravitanti intorno alla città di Ancyra, l'attuale Ankara. Vi sono opinioni nell'una e nell'altra direzione. Ma la questione non ha importanza per la comprensione della lettera, che si può dividere chiaramente in tre parti. Dopo un esordio dal tono severo e perfino amaro, 1,1-10, l'Apostolo passa a difendere l'origine, la natura e le qualifiche del suo apostolato e della sua dottrina in armonia con l'insegnamento dei Dodici e di Cefa-Pietro, 1,11 - 2,21. Espone poi con sottile dialettica l'origine e i doni della giustificazione, la quale avviene mediante la fede e non per l'osservanza della legge; questa, pur essendo un dono in se stessa, ha esercitato soltanto la funzione di «pedagogo» a Cristo, nel quale si ottiene la liberazione da ogni servitù, 3,1 - 4,31. La terza parte della lettera esorta a bene interpretare e conservare il dono della libertà alla quale i neofiti sono stati «chiamati», e a non trasformare la libertà in incentivo di disordine e di egoismo: la linea della libertà è la carità, 5,1 - 6,10. Conclude con una specie di autentificazione autografa dettata da affetto e fede vigilante, 6,11-18.
EFESINI
[di G. Peretto ]
In quattro lettere, precisamente quelle agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone, Paolo parla delle catene che deve portare e tre volte rivendica con fierezza il titolo di «prigioniero di Cristo», cfr. Ef 3,1; 4,1; Fil 1,19. E' quindi invalso l'uso di designare tali lettere con l'appellativo di lettere della prigionia o della cattività. L'opinione comune le ascrive al periodo della prima prigionia romana (anni 61-63), ma v'è chi colloca la lettera ai Filippesi nel periodo della detenzione di Cesarea o la ritiene scritta durante una non meglio precisata prigionia a Efeso. La lettera agli Efesini presenta un problema preliminare: i manoscritti più antichi e autorevoli, infatti, nel saluto iniziale «ai santi e fedeli in Cristo Gesù», tralasciano l'indicazione «che sono in Efeso», presente in alcuni codici. Per questa ragione potrebbe trattarsi di una lettera circolare, destinata a più comunità dell'Asia Minore (Efeso, Laodicea, Colosse). Resta incerta anche l'occasione particolare che può aver indotto Paolo a stilare questa lettera: forse il desiderio di sviluppare in forma più sistematica e completa il grande tema della sovranità universale di Cristo, già delineato nella lettera ai Colossesi, che si può ritenere l'abbozzo di questa lettera, analogamente come la lettera ai Galati appare come il preludio della lettera ai Romani. Certo è che, scritta quasi al termine dell'attività apostolica, la lettera agli Efesini contiene la più vasta sintesi e il vertice del pensiero dell'Apostolo. In uno stile pacato e solenne viene descritto il grande disegno divino della salvezza, la rivelazione del mistero di Dio per cui tutti, Ebrei e pagani, sono salvati in Cristo mediante l'inserimento nel suo corpo che è la chiesa. Da questo stato di cose scaturisce come esigenza un nuovo comportamento etico individuale, familiare e sociale. La lettera si divide in due parti. Presentazione del mistero della salvezza universale in Cristo mediante l'inserimento di tutti, Ebrei e pagani, nel corpo vivo che è la chiesa, in modo da formare ormai un solo uomo nuovo in lui, «perché per suo mezzo entrambi abbiamo libero accesso al Padre in un solo Spirito», 2,18; di tale mistero Paolo è l'apostolo e il banditore, 1,3 - 3,21. Fa seguito una parte esortativa contenente l'invito a una pratica di vita che sia degna della nuova vocazione in Cristo Gesù, 4,1 - 6,20. Conclude un epilogo con brevi auguri e l'annuncio che Tichico, «fratello diletto e servo fedele nel Signore», porterà maggiori notizie. Si deve notare ancora che non pochi critici, soprattutto acattolici, dubitano dell'autenticità paolina di questa lettera a motivo della lingua, dello stile, del vocabolario e d'una certa somiglianza fraseologica con la lettera ai Colossesi. Ma la costante tradizione, da Clemente Romano a Ignazio di Antiochia, a Policarpo, a Ireneo, l'attribuisce a Paolo: è probabile che l'Apostolo ne abbia affidato la redazione a un discepolo, il quale vi ha impresso anche il suo carisma.
FILIPPESI
[di G. Peretti ]
La lettera ai cristiani di Filippi appartiene tradizionalmente al gruppo delle lettere dette della prigionia, insieme alle quali viene connessa con la prigionia romana dell'Apostolo (anni 61-63). Alcuni critici moderni hanno pensato al biennio della prigionia di Cesarea (anni 58-60) o a una prigionia ancora precedente che sarebbe avvenuta ad Efeso nel lungo e burrascoso periodo del soggiorno di Paolo in quella città (54-57). Si spiegherebbero meglio, in tale ipotesi, i frequenti scambi e rapporti menzionati nella lettera tra san Paolo e i destinatari, rapporti piuttosto sorprendenti se l'Apostolo si fosse trovato a Roma, e la violenta polemica contro i «giudaizzanti», la quale avvicina tematicamente e cronologicamente questa lettera a quella indirizzata ai Galati. San Paolo aveva fondato la chiesa di Filippi nel corso della seconda spedizione missionaria, nella primavera dell'anno 50, At 16,1s, e vi ripassò più volte durante i suoi ripetuti soggiorni in Macedonia. I Filippesi gli dimostrarono sempre un affettuoso attaccamento inviandogli a più riprese aiuti e soccorsi, a Tessalonica e a Corinto, 4,16; 2Cor 11,9. Ora, venuti a conoscenza della sua prigionia, gli hanno mandato offerte in denaro a mezzo di Epafrodito, 2,25; 4,10. Ma durante la sua permanenza presso l'Apostolo Epafrodito si è ammalato e deve far ritorno a Filippi. Paolo approfitta dell'occasione per inviare sue notizie, 1,12ss, esortare i suoi fedeli, 1,27 - 2,18, spiegare la ragione dell'improvviso ritorno di Epafrodito, annunciare la prossima visita di Timoteo, 2,19-29, metterli in guardia contro le mene dei «giudaizzanti» che vorrebbero imporre l'osservanza della legge mosaica, 3,1 - 4,1, e ringraziare per le offerte ricevute. La lettera ha perciò un carattere colloquiale e affettuoso; è da notare che essa contiene almeno due perle dell'epistolario paolino, cioè il celebre inno sulla passione e glorificazione di Cristo, 2,6-11 la bella esortazione all'apertura culturale e all'umanesimo cristiano che accoglie «quanto c'è di vero, nobile, giusto, puro, amabile, lodevole...», 4,8.
COLOSSESI
[di E. Peretto ]
Probabilmente san Paolo non è mai stato di persona a Colosse, una cittadina non molto distante da Efeso, situata lungo la valle del fiume Lico, nella parte meridionale della Frigia. Il vangelo vi era stato portato da Epafra, Col 1,7; 4,12-13, un ricco signore di quella città che probabilmente frequentava Efeso, dove Paolo l'aveva guadagnato alla fede cristiana, nel lungo soggiorno che vi fece tra gli anni 54-57. L'occasione che indusse Paolo a redigere questo scritto fu verosimilmente il viaggio a Roma di Epafra. Egli era latore di buone notizie circa la fede, la carità e la speranza dei suoi concittadini e disse anche tutto l'affetto che nutrivano per Paolo; ma riferì pure circa dottrine singolari e misteriose che falsi dottori, non meglio identificati, andavano diffondendo, adescando la buona fede di quei Frigi neoconvertiti, per natura inclini a estrosità religiose. Dai pochi accenni che si ricavano dalla lettera si direbbe che si trattava dei soliti «giudaizzanti» con elementi di gnosi ellenistica incipiente. Propagavano teorie riguardanti potenze celesti, esseri angelici e non meglio definiti elementi del cosmo, e inducevano i fedeli a non meglio precisati culti di angeli e a pratiche di carattere legale, minuzioso, piuttosto frustranti. L'Apostolo decide, come al solito, di intervenire con una lettera destinata anche alla vicina comunità di Laodicea, cfr. 4,16. Si ha l'impressione che egli, scendendo nel campo stesso delle teorie che venivano divulgate, assimili coteste potenze agli angeli della tradizione giudaica e li riduca così al loro giusto posto nel quadro della salvezza. La loro funzione, egli afferma, era limitata a fungere da intermediari della legge mosaica ed è quindi cessata con l'abrogazione della legge stessa, 2,14ss. Al vertice di tutto sta Cristo: qui è il centro dell'insegnamento di Paolo ai Colossesi. La supremazia di Cristo sull'universo e sulla storia non conosce concorrenti. Egli è l'unico mediatore della salvezza, il punto di sostegno e di approdo della storia, il capo della chiesa alla quale presiede come la testa su tutte le membra del corpo. Sull'autenticità della lettera sono sorti dubbi e vi è tuttora disparità di opinioni: lo stile ieratico e quasi liturgico, il linguaggio gnosticizzante (il vangelo viene qui chiamato mistero e abbondano termini come sapienza di Dio e conoscenza) e gli stessi errori denunciati possono indurre a considerare non paolina questa lettera. Ma tali obiezioni non sono sufficienti a espungere la lettera dal circolo di Paolo; si può facilmente ipotizzare invece la presenza di un discepolo che ne sia stato il redattore. Il contenuto e la struttura si dispongono in due parti. A un esordio, 1,1-14, segue una parte dogmatica, 1,15 - 2,23, in cui si enuncia il primato universale di Cristo e si mette in guardia dai falsi dottori. Viene poi una parte esortativa e morale con l'invito a vivere la vita nuova di Cristo, a rivestire l'uomo nuovo, con l'aggiunta di raccomandazioni di vita domestica e altre di carattere generale, 3,1 - 4,6; seguono come conclusione notizie personali e alcune raccomandazioni, 4,7-18. I TESSALONICESI
[di O. Spinetoli ]
La prima lettera ai Tessalonicesi è quasi certamente lo scritto più antico del Nuovo Testamento, potendosi datare nell'anno 50, pochi mesi dopo che Paolo, Sila e Timoteo avevano portato il vangelo a Tessalonica, durante la seconda spedizione missionaria. Il racconto dell'evangelizzazione di Tessalonica, città a quel tempo fiorentissima e capitale della provincia romana della Macedonia, si trova in Atti 17,1-9, ma il confronto con il c. 2 di questa lettera rivela quale tensione spirituale, quanto ardore, delicatezza d'animo e interiore trasporto animassero l'azione dei primi evangelizzatori. Uno dei pregi maggiori di questa lettera sta proprio nell'essere un documento diretto e immediato, redatto da un protagonista, della prima missione cristiana nel mondo greco-romano. Paolo ha dovuto interrompere l'evangelizzazione di Tessalonica perché gli Ebrei gli hanno messo contro i politarchi della città, cfr. At 17,1-4. Dopo una breve sosta a Berea dovette nuovamente fuggire ad Atene e finalmente approdò a Corinto, At 18,1. Nel frattempo Paolo ha inviato Timoteo segretamente a prendere notizie di ciò che era accaduto a Tessalonica, restando in grande ansia e preoccupazione di spirito durante la sua assenza. Finalmente Timoteo giunse dalla Macedonia, in compagnia di Sila, latore di notizie buone: la comunità aveva retto bene alla prova, la sua fede, carità e speranza – trinomio emblematico dell'essere cristiano, che compare qui per la prima volta e già come dato ovvio e qualificante – brillano come una costellazione luminosa nel buio della notte. La lettera presenta quindi il carattere di una gioiosa ripresa di contatto, condita da qualche ammonimento. C'è felicitazione per la buona prova di vita cristiana, 1,1-10, rievocazione del tempo fervido dell'evangelizzazione e delle prove trascorse, 2,1-17, l'angoscia dell'Apostolo privo di notizie sui suoi figli spirituali, 2,17 - 3,13. A questo punto vengono richiamati alcuni punti di catechesi: la necessaria santificazione della vita, 4,1-8, l'amore fraterno, 4,9-12, la sorte di quelli che sono morti prima del ritorno di Cristo, 4,13 - 5,10, e una sintesi di condotta cristiana, 5,11-28.
II TESSALONICESI
[di O. Spinetoli ] La seconda lettera ai Tessalonicesi dev'essere stata scritta non molto tempo dopo la prima: si può pensare con ogni probabilità da Corinto, nell'anno 51. Si ignora ciò che è accaduto tra la prima lettera e la seconda; certo è che Paolo è stato informato che i cristiani di Tessalonica sono sempre in stato di persecuzione, e inoltre ha due motivi di preoccupazione: v'è chi, appellandosi a qualche espressione dell'Apostolo, forse della lettera precedente, ha cominciato a insegnare che la fine della storia è ormai giunta e che la parusia o venuta di Gesù nella gloria è imminente; altri, dal canto loro, invece di lavorare, secondo l'insegnamento e l'esempio di Paolo, continuano lo stile di vita oziosa e indisciplinata che tenevano prima della conversione, campando di espedienti e magari sfruttando la carità e la beneficenza dei fratelli di fede. Da qui l'intervento dell'Apostolo, breve ma autorevole, meno affettuoso e personale che nella prima lettera, ma risentito, con lampeggiamenti profetici. Si deve notare che sia le affinità sia le diversità di tono e di stile tra le due lettere ai Tessalonicesi hanno indotto alcuni critici a sollevare obiezioni circa l'autenticità paolina della seconda lettera, ma sembrano più forti le ragioni a favore: anche in questo caso la stesura della lettera dev'essere opera d'un discepolo-redattore, ma significativo resta l'intervento autografo che si legge alla fine: «Il saluto è di mia mano, di Paolo; questo è il sigillo di tutte le lettere. Così io scrivo», 3,17. Il contenuto della lettera si può ripartire nel modo seguente: inizia con un'esortazione a perseverare nella persecuzione, 1,3-12; segue un'istruzione, per noi oscura, su ciò che vieta di ritenere che la parusia sia imminente, 2,1-12; segue un'esortazione a perseverare, 2,13 - 3,5; e finalmente la nota di biasimo per gli oziosi e gli sregolati, 3,6-15.
I TIMOTEO
[di S. Cipriani ] Timoteo, nativo di Listra in Licaonia, figlio di padre greco e di madre ebrea, si unì a Paolo all'inizio del secondo viaggio missionario, At 16,2-3; rimasto tra i suoi discepoli più fedeli, fu per l'Apostolo come un figlio carissimo e collaboratore impareggiabile (cfr. Fil 2,19-20). La lettera lo presenta come responsabile della chiesa di Efeso dove Paolo lo ha preposto temporaneamente come vescovo-missionario, con lo scopo di «richiamare alcuni affinché non insegnino cose diverse» e aberranti dalle linee della vera fede. Precisamente per incoraggiare il diletto discepolo, ancor giovane e piuttosto timido di temperamento, nelle difficoltà che gli si presentavano agli inizi di un apostolato autonomo e autorevole, Paolo gli indirizzò dalla Macedonia, verso il 65-66, la presente lettera. Non è facile riassumere il contenuto della lettera, perché l'interesse dell'Apostolo passa tranquillamente da un argomento all'altro. Si possono tuttavia delineare alcuni temi: dopo l'indirizzo e il saluto, 1,1-2, Timoteo viene esortato a comportarsi come difensore della verità, 1,3-20; successivamente gli si indicano i compiti di organizzatore del culto, 2,1-15, e di pastore del gregge, 3,1 - 6,2: come tale deve avere idee precise circa le cariche ecclesiastiche, episcopi, diaconi, 3,1-13, la chiesa e il mistero della pietà, 3,14-16, i falsi dottori, 4,1-16, i fedeli in generale, 5,1-12, le vedove, 5,3-16, i presbiteri, 5,17-25, gli schiavi, 6,1-2. Come conclusione: l'immagine del vero e del falso maestro, 6,3-10, una nuova esortazione a Timoteo, 6,11-16, l'immagine del ricco cristiano, 6,17-19, esortazione finale e saluti, 6,20-21.
II TIMOTEO
[di S. Cipriani ]
La lettera sembra scritta da Roma durante la seconda prigionia, quando Paolo sente ormai vicino il termine della sua esistenza terrena. E' considerata unanimemente il testamento spirituale dell'Apostolo e un tono patetico e commosso la pervade da un capo all'altro. Si intrecciano ricordi, rievocazioni, ammonimenti, lucide affermazioni dottrinali, tra cui fondamentale quella sull'ispirazione divina della sacra Scrittura, 3,16-17, e notizie di carattere personale. Particolarmente toccante l'invito a Timoteo di venire a Roma «quanto prima», 4,9, possibilmente «prima dell'inverno», 4,21, portandogli il mantello e le pergamene che erano rimaste a Troade, 4,13, forse nei momenti concitati dell'arresto. Non risulta da alcun documento che Timoteo sia giunto a Roma prima della morte dell'Apostolo (67 d.C.), ma sembra assai probabile che gli sia stato vicino nei giorni del martirio. Dopo di che egli dev'essere tornato a Efeso dove, secondo una tardiva tradizione, sarebbe morto martire nel 97 d.C. Il contenuto della lettera si può delineare schematicamente così: dopo il saluto, al quale fa seguito un commosso ringraziamento a Dio, 1,1-5, viene un'esortazione alla fortezza nella predicazione del vangelo, 1,6 - 2,2; rievocate poi le sofferenze e le ricompense dell'apostolato, 2,3-13, compare un'esortazione a stare in guardia contro i falsi dottori ai quali Timoteo deve contrapporre con forza e pazienza la sana dottrina, 2,14 - 4,5; come epilogo, il testamento spirituale dell'Apostolo: «Ho combattuto la buona battaglia», 4,7, e l'esortazione a raggiungerlo presto a Roma, 4,21.
TITO
[di S. Cipriani ] Le uniche notizie che abbiamo di Tito ci vengono dalle lettere di san Paolo. Di origine pagana, probabilmente fu battezzato da Paolo, che perciò lo chiama «figliolo verace secondo la fede comune», 1,4. Fu con l'Apostolo al concilio di Gerusalemme, Gal 2,1-3, e svolse compiti fiduciari importanti durante il terzo viaggio missionario, 2Cor 2,13; 7,6; 7,13; 8,6-17. Dopo la liberazione di Paolo dalla prima prigionia romana, Tito è a Creta, lasciatovi espressamente dall'Apostolo «allo scopo di mettere in ordine quanto rimaneva da completare e per stabilire dei presbiteri in ogni città», Tt 1,5. Per facilitargli questo compito l'Apostolo gli invia dalla Macedonia la presente lettera, e lo invita a raggiungerlo a Nicopoli di Epiro non appena saranno arrivati Artema o Tichico a dargli il cambio, 3,12. Più tardi lo ritroviamo a Roma, da dove si recò in Dalmazia, 2Tm 4,10. Secondo un'antica tradizione sarebbe morto vescovo di Creta all'età di 93 anni. Il contenuto della lettera è il seguente: dopo l'indirizzo, 1,1-4, con una breve descrizione delle finalità della missione apostolica, viene il corpo della lettera nel quale si indicano le qualità richieste nei ministri del vangelo in ordine all'insegnamento, 1,5-16, e si richiamano doveri particolari di diverse categorie di persone, 2,1-15, e doveri generali di tutti i cristiani, 3,1-7. A conclusione alcuni consigli sul modo di trattare i novatori religiosi, 3,8-11, e brevi notizie personali, 3,12-15. Una gemma di questa lettera è l'evocazione della «grazia», 2,11, e della «benignità del Salvatore nostro Dio», 3,4, apparse nella sua venuta tra noi a modello di santità e come stimolo a «compiere opere buone», 2,14. La venuta di Cristo sulla terra non è però che l'anticipazione della finale, più luminosa «manifestazione della gloria», 2,13. Il cristiano vive con gratitudine e alacrità la sua giornata terrena nell'intervallo di queste due grandi luci.
FILEMONE
[di E. Peretto ]
Questa breve lettera è giustamente ammirata come il gioiello dell'epistolario paolino. E' forse l'unica lettera scritta tutta dall'Apostolo di sua mano ed è quella in cui traspaiono più al naturale il cuore e lo spirito dell'autore. Il destinatario è Filemone, un ricco cittadino di Colosse già convertito da Paolo alla fede. Ora l'Apostolo gli scrive per annunciargli che gl'invia il suo schiavo Onesimo che era fuggito, forse in seguito a un furto. Per singolare coincidenza l'Apostolo lo ha incontrato a Roma e lo ha convertito alla fede. Ora Filemone può riceverlo non soltanto senza punizioni, ma come un fratello, anzi come Paolo stesso. L'importanza storica di questo biglietto scritto senza dubbio da Roma, verso la fine della prima prigionia di Paolo (anni 62-63), deriva dall'essere un documento di prima mano sull'atteggiamento cristiano verso il fenomeno della schiavitù. San Paolo non aggredisce frontalmente le condizioni sociali e giuridiche dell'epoca, ma vi immette il nuovo spirito della fraternità in Cristo e dell'eguaglianza di fronte a Dio creatore e Padre. In termini moderni si direbbe che l'attenzione è rivolta non alle strutture bensì agli uomini e alla loro trasformazione interiore. Si confronta spesso questo biglietto a Filemone con due lettere di Plinio il Giovane (Lettere, IX, 21 e 24) che trattano un caso simile: un liberto di Sabiniano, fuggiasco, si è presentato pentito a Plinio per essere da lui rimandato al padrone con garanzia di tutela. Plinio accondiscende e nella seconda lettera ringrazia Sabiniano per la clemenza usata verso il fuggitivo. I nobili sentimenti di umanità di Plinio vengono così a confrontarsi con lo spirito della fraternità e dell'amore cristiano, il quale brilla di luce nuova e propria. Per comprenderne la novità basti ricordare le misure eccezionali ma legali che furono prese a Roma nel periodo stesso in cui Paolo scriveva il biglietto a Filemone: secondo la narrazione di Tacito (Annali, 14, 43), il prefetto Pedanio era stato assassinato da uno dei suoi schiavi e il colpevole era stato scoperto; ma la legge dichiarava tutta la famiglia degli schiavi responsabile del delitto e così tutti i 400 schiavi di Pedanio, uomini, donne e bambini, furono crocifissi per colpa di uno solo di essi.
EBREI
[di S. Zedda ]
La lettera agli Ebrei è messa sempre all'ultimo posto nelle raccolte dell'epistolario paolino, a causa dei dubbi ricorrenti e delle incertezze che, fin dall'antichità, ne hanno posto in forse l'autenticità e la canonicità, se cioè fosse scritta da san Paolo e appartenesse effettivamente all'elenco (canone) dei libri sacri della chiesa. Le chiese orientali di Alessandria, di Gerusalemme, di Cappadocia la ritenevano canonica e di origine paolina, ma nella chiesa latina si espressero dubbi sulla sua autenticità (Ireneo, Ippolito, Tertulliano, Gregorio d'Elvira); inoltre la lettera non compare nel Canone muratoriano, san Cipriano non la cita mai e alcuni commentatori di san Paolo (come Pelagio e l'Ambrosiastro) non la prendono in considerazione. Tali incertezze, però, scomparvero a poco a poco anche in Occidente, e nei Sinodi di Roma (anno 382), di Ippona (anni 393) e di Cartagine (anni 393 e 419) la lettera compare sempre al quattordicesimo posto, dopo le tredici lettere di san Paolo. Oggi gli studiosi sono pressoché unanimi nel riconoscere che grossi filoni di pensiero legano questo scritto con la cristologia e la soteriologia di san Paolo, ma sono altrettanto espliciti nel riconoscere la diversità di stile, forma e concetti dalle epistole maggiori dell'Apostolo. L'autore va probabilmente ricercato nella cerchia dei discepoli e collaboratori di Paolo: così del resto ritenevano gli antichi scrittori alessandrini, come Clemente e Origene, secondo i quali «le sentenze» sono di Paolo, ma la composizione di un altro, il quale chi sia solo Dio lo sa. Il misterioso autore della lettera agli Ebrei non ha svolto semplicemente opera di scrivano o di segretario, ma ha contrassegnato lo scritto con il suggello della propria personalità. Sono stati fatti i nomi di Giuda, «fratello del Signore», autore della lettera omonima, di Luca, Bàrnaba, Apollo. Quest'ultimo è il preferito dalla critica moderna. Si discute anche sui destinatari della lettera. Il titolo agli Ebrei è antico ed è attestato nei manoscritti; ma non è detto di quali Ebrei si tratti. Tutto lascia credere che siano cristiani provenienti dal giudaismo, i quali subiscono la tentazione di reintegrarsi nella loro fede di origine; si è cercato di localizzarli a Roma, ad Antiochia, a Cesarea, ma soprattutto, e con maggiori probabilità, a Gerusalemme, dove i destinatari si trovavano quotidianamente a contatto con il culto e il tempio, cui si fa costante riferimento nella lettera. In tal caso la lettera dev'essere stata scritta prima del 70, anno della distruzione della città; diversamente non avrebbe senso parlare ancora del culto ebraico e del suo fascino anacronistico. D'altra parte è difficile pensare che, anche dopo la distruzione di Gerusalemme, si potesse parlare del tempio senza accennare alla sua distruzione, notissima in tutta la diaspora. La lettera perciò dovrebbe essere anteriore alla guerra giudaica, che scoppiò verso il 67: probabilmente fu scritta negli anni 63-65, subito dopo il martirio di Giacomo. Come luogo da cui fu scritta la lettera si è supposto Roma, anche sulla base di 13,24: «Vi salutano quelli dall'Italia». Il contenuto della lettera verte sul rapporto tra Cristo e l'ordinamento religioso ebraico, tra il suo sacerdozio e quello di Aronne, tra il suo sacrificio redentore e i sacrifici del tempio, tra l'antica e la nuova alleanza. E' chiaro dunque che la dottrina cristologica costituisce l'aspetto più rilevante di questa grande lettera. Ma non si tratta di insegnamenti puramente teorici e dottrinali. Davanti a un «sommo sacerdote» come Cristo, «santo, innocente, immacolato», che è mediatore di un'«alleanza migliore», è impensabile tornare alle «ombre» dell'Antico Testamento. La lettera si articola perciò spontaneamente in una parte dottrinale-dogmatica, 1,1 - 10,18, alla quale fa seguito una parte parenetica, con l'invito a perseverare nella fede abbracciata e a praticare le virtù cristiane, 10,19 - 3,16. Seguono come conclusione, alcuni ammonimenti, notizie e auguri, 13,17-25.
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