Benvenuto su


Contenuti Principali
· Essere Cattolici
· I Fondamenti del Cristianesimo
· Corso di Filosofia
· Lineamenti di Teologia
· Catechismo Essenziale
· Preghiere
· Dizionari di Teologia
· Biblioteca
· Approfondimenti
· Introduzione alla Bibbia
· Web Link

Moduli
· Home
· Archivio Articoli
· Cerca
· Contattaci
· Contenuti Principali
· Invia un Articolo
· Messaggi Privati
· Passaparola
· Profilo Utente
· Sondaggi
· Statistiche
· Top 10
· Ultimi Articoli

Chi c'è in linea.
In questo momento ci sono, 6 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Non ci conosciamo ancora? Registrati gratuitamente Qui

Login
Nickname

Password

Codice di Sicurezza: Codice di Sicurezza
Digita il codice di sicurezza

Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!. Come utente registrato potrai sfruttare appieno e personalizzare i servizi offerti.

 
Essere Cattolici: Apologetica

Cerca in questo argomento:   
[ Vai in Home | Seleziona un nuovo argomento ]

La Chiesa. Colonna della verità.
Apologetica Lunedì, 05 maggio @ 22:18:49 CEST
(671 reads)


INTRODUZIONE

Sia che siate cattolici sia che non lo siate, è possibile che vi poniate delle domande sulla fede Cattolica. È possibile che siate a conoscenza di obiezioni sollevate contro la pretesa della Chiesa Cattolica di essere l’unica verace interprete e custode degli insegnamenti di Gesù Cristo.
Queste obiezioni sono di sovente avanzate dai missionari delle altre fedi che sempre più spesso vengono a bussare alla vostra porta domandandovi “Sei sicuro di essere salvo?”, dalle pressioni del vostro prossimo che vi spingono ad ignorare gli insegnamenti della Chiesa, dalla cultura secolare che vi sussurra: “Dio non esiste”.
Non potrete venire a capo di tali obiezioni a meno che non siate a conoscenza delle basi della fede Cattolica. Questo opuscolo ha lo scopo di introdurvi a queste ultime.
Nel Cattolicesimo troverete risposta alle domande più complesse della nostra vita: Perché esisto? Chi mi ha creato? Come devo agire? A queste domande potrete trovare una risposta soddisfacente se solo aprirete il vostro cuore alla grazia di Dio (affidandovi alla Chiesa che egli ha stabilito) e seguirete il piano che lui ha per voi. (Gv 7,17).

 

UNA STORIA ININTERROTTA

Gesù ha detto che la sua Chiesa sarebbe stata “la luce del mondo”. Ed ha aggiunto che “una città in cima ad un monte non può restare nascosta” (Mt 5,14). Ciò significa che la sua Chiesa è una organizzazione visibile. Questa deve avere pertanto delle caratteristiche che la identifichino in modo chiaro e la distinguano dalle altre chiese. Gesù ha promesso “Costruirò la mia Chiesa e le porte dell’Ade non prevarranno su di essa”. (Mt 16,18). Ciò sta ad indicare che la Chiesa non verrà meno e non si distaccherà mai da lui. La sua Chiesa sopravviverà fino al suo ritorno.
Tra tutte le chiese Cristiane, solo la Chiesa Cattolica esiste fin dai tempi di Gesù. Ogni altra chiesa Cristiana esiste in quanto, in qualche modo, si è separata dalla Chiesa Cattolica. La Chiesa Ortodossa Orientale si separò dall’unità con il papa nel 1054. Le chiese Protestanti nacquero durante la Riforma, che ebbe inizio nel 1517 (molte delle odierne chiese Protestanti, se ne contano a migliaia, sono a loro volta nate da scismi avvenuti in seno alle varie confessioni Protestanti originarie e da scismi ulteriori di queste realtà scismatiche).
Solo la Chiesa Cattolica esisteva già nel decimo secolo, nel quindicesimo secolo e nel primo secolo, insegnando fedelmente le dottrine affidate agli apostoli da Cristo stesso, non omettendo nulla delle medesime. La linea di successione dei papi può essere fatta risalire in modo ininterrotto fino a Pietro. Nessun’altra istituzione nella storia può essere comparata alla Chiesa da questo punto di vista.
Persino gli Stati più antichi oggi esistenti sono giovani se comparati al papato, e le chiese i cui missionari vengono di tanto in tanto a bussare alle vostre porte sono giovanissime se comparate con la Chiesa Cattolica. Molte di queste sono anzi di origine recentissima, essendo state fondate nel diciannovesimo o nel ventesimo secolo. Alcune di queste sono addirittura nate dopo di voi. Nessuna delle chiese suddette può quindi avanzare la pretesa di essere la Chiesa fondata da Gesù.
La Chiesa Cattolica esiste da quasi 2000 anni, nonostante l’enorme opposizione che questa ha incontrato nel mondo. Ciò è già quasi una testimonianza dell’origine divina della medesima: difficilmente, infatti, una organizzazione puramente umana avrebbe potuto resistere così tanto, questo specialmente in considerazione del fatto che i suoi membri – anche alcuni dei suoi capi – sono stati spesso poco saggi, peccatori, corrotti e propensi all’eresia.
Qualsiasi organizzazione meramente umana che annoverasse nelle sue fila questo genere di membri sarebbe collassata molti secoli fa. Invece, la Chiesa Cattolica è oggi la chiesa più vigorosa al mondo (e la più grande, contando più di un miliardo di membri: praticamente un sesto del genere umano), e questa è una testimonianza non dell’abilità dei suoi capi, ma della protezione dello Spirito Santo.


LE QUATTRO NOTE SPECIALI CHIESA

Se desideriamo individuare la Chiesa fondata da Gesù, abbiamo bisogno di individuare quella che goda delle quattro principali note o qualità della Chiesa di Cristo. La Chiesa che andiamo cercando deve essere Una, Santa, Cattolica e Apostolica.


La Chiesa è Una (Rm 12,5; 1 Cor 10,17; 12,13; CCC 813-822)

Gesù ha fondato solo una Chiesa, non una collezione di differenti chiese (Luterana, Battista, Anglicana, ecc.). La Bibbia dice che la Chiesa è la sposa di Cristo (Ef 5,23-32). Gesù non può avere che una sola sposa, e la sua sposa è la Chiesa Cattolica.
La sua Chiesa inoltre insegna un solo complesso di dottrine, che devono essere le stesse insegnate dagli apostoli (Gd 3). Questa è quell’unità di fede a cui ci richiamano le Scritture. (Fil 1,27; 2,2).
Nonostante il fatto che, in effetti, ci sono alcuni Cattolici che dissentono dalle dottrine ufficialmente insegnate, i pastori della Chiesa – i papa ed i vescovi in comunione con questi – non hanno mai cambiato alcuna dottrina di quelle trasmesse in seno alla medesima. Durante i secoli, alcune dottrine sono state via via esaminate sempre più attentamente, così la Chiesa è giunta ad una comprensione più profonda della medesime (Gv 16,12-13), ma durante questo processo di approfondimento della comprensione delle varie dottrine non si è mai giunti ad una contraddizione, vale a dire a sostenere una dottrina opposta rispetto ad un’altra precedentemente insegnata.


La Chiesa è Santa (Ef 5,25-27; Ap 19,7-8; CCC 823-829)

In forza della sua grazia, Gesù fa la Chiesa santa, proprio come lui è santo. Questo non significa che ogni membro della Chiesa è un santo. Gesù, anzi, ha chiaramente detto che nella Chiesa ci sarebbero stati membri buoni e cattivi (Gv 6,70), e che i suoi membri non avrebbero avuto la certezza di andare in paradiso (Mt 7,21-23).
La Chiesa è in sé santa perché è la fonte della santità e la dispensatrice di quegli speciali mezzi della grazia che Gesù ha stabilito: i sacramenti (cf. Ef 5,26).


La Chiesa è Cattolica (Ef 5,25-27; Ap 19,7-8; CCC 823-856)

La Chiesa di Cristo è detta cattolica (“universale” in Greco) perché è un dono destinato a tutto il mondo. Gesù ha detto agli apostoli di andare per il mondo e di fare discepole “tutte le nazioni” (Mt 28,19-20).
Per duemila anni la Chiesa Cattolica ha portato avanti questa missione, predicando la buona novella di Cristo morto per tutti gli uomini e desideroso che tutti gli uomini diventino membri della sua famiglia universale (Gal 3,28). Oggigiorno la Chiesa Cattolica è diffusa in ogni paese del mondo e continua a mandare missionari per convertire tutte le nazioni a Cristo.
La Chiesa fondata da Cristo è detta “Chiesa Cattolica” almeno dall’anno 107, quando Ignazio di Antiochia usò questa espressione per descriverla. Tale espressione, però, era già comune al tempo di Ignazio, il che significa che questa probabilmente risale fino al tempo degli apostoli.


La Chiesa è Apostolica (Ef 2,19-20; CCC 857-865)

La Chiesa fondata da Cristo è apostolica perché egli nominò gli apostoli come suoi primi capi. Gli apostoli hanno poi nominato dei loro successori per ricoprire tale carica. Gli apostoli furono i primi vescovi, e, fin dal primo secolo, c’è stata una linea ininterrotta di vescovi Cattolici i quali hanno fedelmente trasmesso ciò che gli apostoli avevano insegnato ai primi Cristiani tramite le Scritture e la Tradizione orale (2 Tim 2, 2). Questo insieme di dottrine include quelle relative alla Resurrezione di Gesù, alla Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia, alla natura sacrificale della Messa, al perdono dei peccati per mezzo di un Ministro della Chiesa, alla rigenerazione battesimale, all’efficacia delle preghiere per i morti, al ruolo specialissimo di Maria nell’economia della salvezza, e a molte altre cose (compresa la stessa dottrina relativa alla successione apostolica). Gli scritti dei primi Cristiani provano che costoro erano pienamente Cattolici per ciò che concerne le dottrine e le pratiche, considerando i successori degli apostoli quali loro pastori. Quello che i primi Cristiani credevano è ciò che ancora oggi crede la Chiesa Cattolica. Nessuna altra Chiesa può avanzare la medesima pretesa.


COLONNA DELLA VERITÀ

La Chiesa è rimasta una, santa, cattolica e apostolica non grazie agli sforzi dell’uomo, ma perché Dio stesso protegge la Chiesa che egli ha stabilito sulla terra (Mt 16,18; 18,20).
Egli guidò Israele durante la sua fuga dall’Egitto tramite una colonna di fuoco (Es 13,21). Oggi egli ci guida tramite la Chiesa Cattolica.
La Bibbia, la Sacra Tradizione e gli scritti dei primissimi Cristiani testimoniano che la Chiesa insegna con l’autorità stessa di Gesù. In quest’epoca di innumerevoli religioni, ognuna della quali cerca di accreditarsi come autorità assoluta, una sola voce si leva al disopra del frastuono: la Chiesa Cattolica, che la Bibbia chiama “la colonna ed il fondamento della verità” (1 Tm 3,15).
Gesù assicurò agli apostoli ed ai successori di questi, il papa ed i vescovi, che chi avesse ascoltato loro avrebbe ascoltato lui e chi avesse respinto loro avrebbe respinto lui (Lc 10,16). Gesù promise di guidare la Chiesa alla verità piena (Gv 16,12-13). Possiamo essere sicuri quindi che la sua Chiesa insegna solamente ciò che è vero.


LA STRUTTURA DELLA CHIESA

Gesù scelse gli apostoli affinché fossero i capi terreni della Chiesa. Egli conferì loro la sua stessa autorità per insegnare e governare, non in qualità di dittatori, ma come padri e pastori amorevoli. Questo è il motivo per cui i Cattolici chiamano i loro leader spirituali “padre”. Nel far ciò noi seguiamo l’esempio dell’apostolo Paolo, il quale si definì padre spirituale di coloro che aveva evangelizzato (1 Cor 4,15).
Gli apostoli, ottemperando al volere di Gesù, ordinarono dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, al fine di trasmettere loro il proprio ministero – ai vescovi nella sua pienezza ed in minor misura ai presbiteri ed ai diaconi.


Il Papa e i Vescovi (CCC 880-883)

Gesù conferì a Simone, figlio di Giona, un’autorità speciale tra gli apostoli (Gv 21,15-17) e a testimonianza di questo cambiò il nome di questi in Pietro, che significa “pietra” (Gv 1,42). Egli disse che Pietro era la pietra sulla quale avrebbe costruito la sua Chiesa (Mt 16,18).
In Aramaico, la lingua parlata da Gesù, il nuovo nome di Simone era Kepha (indicante una grossa pietra). Successivamente il suo nome fu tradotto in Greco in Petros (Gv 1,42) ed in Italiano in Pietro. Gesù dette solamente a Pietro le “chiavi del regno” (Mt 16,19) e promise che tutte le sue decisioni sarebbero state vincolanti in cielo come sulla terra. Egli dette un potere simile anche agli altri apostoli (Mt 18,18), ma solo a Pietro furono assegnate le chiavi, simbolo della sua autorità come guida della Chiesa sulla terra.
Gesù, il Buon Pastore, disse a Pietro che sarebbe stato il pastore della sua Chiesa (Gv 21,15-17). Egli assegnò a Pietro il compito di confortare gli altri apostoli nella loro fede (Lc 22,31-32). Pietro guidò la Chiesa nella predicazione e quando si trattò di prendere delle decisioni importanti (At 2,1-41; 15,7-12).
Gli scritti dei primi Cristiani ci testimoniano il fatto che i successori di Pietro, i vescovi di Roma, continuarono ad esercitare il ministero di Pietro nel seno della Chiesa.


COME DIO CI PARLA

Così come fu dal principio, Dio parla alla sua Chiesa tramite la Bibbia e la Sacra Tradizione. Per assicurarci una retta comprensione della sua Parola, egli guida il Magistero della Chiesa in modo che questo interpreti la Bibbia e la Sacra Tradizione nel modo più esatto. Questo è quello che viene indicato come il dono dell’infallibilità.
Come le tre gambe di uno sgabello, la Bibbia, la Tradizione ed il Magistero sono tutti necessari per la stabilità della Chiesa e per garantire la solidità della dottrina da questa insegnata.


La Sacra Tradizione (CCC 75-83)

La Sacra Tradizione non deve in alcun modo essere confusa con le tradizioni degli uomini, che sono più comunemente dette usi e costumi. Gesù, in alcuni casi, condannò le tradizioni umane, ma solo quando queste erano contrarie al comando di Dio (Mc 7,8). Egli non condannò mai la Sacra Tradizione, né condannò le tradizioni umane nel loro complesso.
La Sacra Tradizione e la Bibbia non costituiscono due rivelazioni indipendenti. Queste sono le due vie attraverso le quali la Chiesa ha trasmesso lungo i secoli il vangelo. Insegnamenti apostolici quali il battesimo dei bambini, la Trinità, l’inerranza della Bibbia, il purgatorio, la perpetua verginità di Maria sono state insegnate più chiaramente attraverso la Tradizione, per quanto comunque implicitamente presenti nella Bibbia (ed assolutamente non contrarie a quanto da questa insegnato). La Bibbia stessa ci dice di rimanere aggrappati alla Tradizione, sia che questa ci giunga in forma scritta che orale (2 Tes 2,15; 1 Cor 11,2).
La Sacra Tradizione non va assolutamente confusa con le tradizioni della Chiesa, quali il rosario o il celibato ecclesiastico, ad esempio. Queste sono cose utili, ma non concernono in alcun modo la dottrina di Cristo. La Sacra Tradizione contiene la dottrina insegnata dagli apostoli e da questi consegnata alla Chiesa fino ad oggi tramite i loro successori, i vescovi.


La Scrittura (CCC 101-141)

La Scrittura, nella quale comprendiamo sia l’Antico che il Nuovo Testamento, è stata ispirata da Dio (2 Tm 3,16). Lo Spirito Santo ha guidato gli autori biblici nello scrivere ciò che voleva far loro scrivere. Dato che Dio è l’autore principale della Bibbia e dato che Dio è la Verità (Gv 14,16) e non può insegnare nulla di falso, la Bibbia è libera da errori in ogni cosa che asserisce essere vera relativamente alla nostra salvezza.
Alcuni Cristiani sono convinti che la Bibbia sia tutto ciò di cui hanno bisogno, ma questa nozione non è insegnata nella Bibbia stessa. Infatti, la Bibbia insegna proprio il contrario (2 Pt 1,20-21; 3.15-16). La dottrina della cosiddetta “sola Scrittura” non fu sostenuta da alcuno nella Chiesa primitiva.
Tale dottrina è infatti un qualcosa di relativamente nuovo, essendo sorta solo nel secolo XVI, durante la cosiddetta Riforma Protestante. Questa dottrina, quindi, non è altro che una “tradizione di uomini” che ha annullato la Parola di Dio, distorcendo il vero ruolo della Bibbia, e minando l’autorità della Chiesa che Gesù ha istituito (Mc 7,1-8).
Nonostante la sua popolarità tra i nostri fratelli protestanti, la teoria della “sola Scrittura” semplicemente non funziona nella pratica. L’esperienza storica stessa la confuta. Quasi ogni giorno sorge, infatti, una nuova confessione cristiana convinta di essere l’unica fondata esclusivamente sulla Bibbia. Oggi ci sono migliaia e migliaia di confessioni di matrice protestante, ognuna delle quali non fa che proclamare che la sua interpretazione della Bibbia è quella giusta, ma  ognuna delle quali propugnante una qualche dottrina inconciliabile con quelle propugnate dalle altre. Ne è risultata una tale frammentazione della cristianità da causare confusione in milioni di sinceri Cristiani.
Ora, noi sappiamo per certo che lo Spirito Santo non può essere l’artefice di tale confusione (1 Cor 14,33). Dio non può insegnare dottrine contraddittorie, perché la Verità è una sola. La conclusione? La dottrina della “sola Scrittura” non regge.


Il Magistero (CCC 85-87, 888-892)

Il papa ed i vescovi sono i pastori della Chiesa ed il loro insegnamento è ciò che viene denominato il Magistero (dal latino magister, “maestro”) della Chiesa. Il Magistero, guidato dallo Spirito Santo, ci fornisce insegnamenti certi in materia di dottrina e di morale. La Chiesa è la custode della Bibbia, insegnando fedelmente ed accuratamente il messaggio in essa contenuto ed adempiendo al compito assegnatole da Dio stesso.
Bisogna sempre tener presente che c’era già una Chiesa quando il Nuovo Testamento non era ancora stato scritto. Gli autori ispirati del Nuovo Testamento erano dei membri della Chiesa e la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, è colei che sola può interpretare rettamente la Bibbia, il cui Canone (l’elenco dei libri che la compongono e che sono quindi da considerarsi ispirati) essa stessa ha stabilito. Tale interprete ufficiale ci è indispensabile al fine di comprendere la Bibbia in modo corretto. (Tutti noi sappiamo cosa c’è scritto nella Costituzione, ma solo la Corte Costituzionale può dirci che cosa questa veramente ci dice.)
Il Magistero è infallibile nei suoi insegnamenti ufficiali, in quanto Gesù promise di inviare lo Spirito Santo agli apostoli ed ai loro successori per guidarli alla verità intera (Gv 16,12-13).


COME DIO DISTRIBUISCE I SUOI DONI

Gesù ci ha promesso che non saremo mai stati soli (Gv 14,18), ma che avrebbe inviato lo Spirito Santo per guidarci e proteggerci (Gv 15,26). Egli istituì i sacramenti per guarirci, nutrirci e rafforzarci. I sette sacramenti – battesimo, Eucaristia, penitenza (anche detta confessione o riconciliazione), confermazione, ordine sacro, matrimonio e unzione degli infermi – non sono solamente dei simboli. Sono bensì dei segni che effettivamente comunicano la grazia e l’amore di Dio.
I sacramenti furono adombrati nell’Antico Testamento da cose che, pur non essendo mezzi efficaci della grazia, possono essere considerati come dei simboli della medesima (la circoncisione, per esempio, prefigurò il battesimo ed il pasto della Pasqua ebraica prefigurò l’eucaristia). Cristo non eliminò i simboli della grazia, ma li trasformò in qualcosa di più che simboli: ne fece i mezzi efficaci della grazia.
Dio usa costantemente le cose materiali per mostrarci il suo amore e la sua potenza. La materia non è un qualcosa di cattivo, essendo una creazione di Dio, infatti, questa non può essere che qualcosa di buono (Gn 1,31). Dio tiene la materia in una così alta considerazione da essersi incarnato (Gv 1,14).
Durante il suo ministero terreno Gesù guarì, nutrì e fortificò molte persone tramite cose umili quali fango, pane, olio e vino. Egli avrebbe potuto fare a meno di questi elementi materiali, ma preferì usarli per compiere molti dei suoi miracoli, rendendoli mezzi della propria grazia.
Nel suo primo miracolo pubblico, Gesù mutò l’acqua in vino dietro richiesta di sua madre, Maria (Gv 2,1-11). Successivamente guarì un cieco spalmando del fango sopra i suoi occhi (Gv 9,1-7) e moltiplicò una manciata di pani e di pesci per nutrire migliaia di persone (Gv 6,5-13), fino a mutare il pane ed il vino nel suo corpo e nel suo sangue (Mt 26,26-28). Attraverso i sacramenti, che sono i mezzi materiali della grazia spirituale, egli continua a guarirci, a nutrirci e a fortificarci.


Il Battesimo (CCC 1213-1284)

Per via del peccato originale, tutti siamo privi della grazia, per cui non c’è modo per noi di entrare in comunione con Dio. Il Figlio si è fatto uomo proprio per rimediare a questa nostra mancanza. Gesù ha detto che solo chi è nato dall’acqua e dallo Spirito potrà entrare nel regno di Dio (Gv 3,5) – con riferimento al battesimo.
Con il battesimo noi nasciamo nuovamente, ma si tratta di una nascita spirituale, non di una nascita fisica. Con il battesimo veniamo lavati in un bagno di rigenerazione (Tt 3,5). Siamo battezzati nella morte di Cristo e pertanto siamo resi partecipi della sua Resurrezione (Rm 6,3-7). Il battesimo lava via il peccato e porta lo Spirito Santo e la sua grazia nelle nostre anime (At 2,38; 22,16). Il battesimo ci salva (1 Pt 3,21) e ci fa entrare nella Chiesa.


La Penitenza (CCC 1422-1498)

Durante il nostro viaggio verso il paradiso, può capitarci di inciampare e di cadere nel peccato. Dio però è sempre pronto a tenderci una mano per risollevarci e ricondurci nella vita della grazia. Per far ciò egli si serve del sacramento della penitenza (conosciuto anche come confessione o riconciliazione).
Gesù ha conferito agli apostoli l’autorità di riconciliarci con il Padre. Costoro ricevettero lo stesso potere di Gesù di perdonare i peccati quando questi comunicò loro lo Spirito Santo e disse che sarebbero stati rimessi i peccati a chiunque costoro li avessero rimessi (Gv 20,22-23).
Dal canto suo Paolo ha scritto: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.  […] Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro.” (2 Cor 5,18-20) Tramite la confessione ad un sacerdote, ministro di Dio, possiamo ottenere quindi il perdono dei nostri peccati e ricevere la grazia di resistere alle tentazioni future.


L’Eucaristia (CCC 1322-1429)

Cristo non lascia nel bisogno i membri della sua famiglia, ma ha cura di loro nutrendoli con il proprio corpo ed il proprio sangue tramite l’Eucaristia. Nell’Antico Testamento, per preservarli dalla terribile piaga con cui stava per colpire l’Egitto, Dio comandò agli Ebrei di sacrificare un agnello e di spargere il suo sangue sopra le porte delle loro case, in modo che l’Angelo della Morte non le colpisse.
L’agnello sacrificale degli Ebrei è la prefigurazione di Gesù. Cristo è il vero “Agnello di Dio” che toglie i peccati dal mondo (Gv 1,29). Tramite Gesù noi entriamo nel Nuovo Patto con Dio (Lc 22.20), il quale ci preserva dalla morte eterna. Così come nella Pasqua ebraica si mangiava l’agnello sacrificale, così i Cristiani mangiano il vero Agnello di Dio tramite l’Eucaristia. Gesù ha detto che chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non ha in sé la vita (Gv 6,53).
Durante l’Ultima Cena egli prese il pane ed il vino, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti” (Mc 14,22-24). In questo modo Gesù istituì il sacramento dell’Eucaristia, il pasto sacrificale che i Cattolici consumano ad ogni Messa.
La Chiesa Cattolica insegna che Cristo è morto sulla croce una sola volta e che tale sacrificio non può essere ripetuto (Eb 9,28). Cristo non muore nuovamente durante la Messa, ma è lo stesso sacrificio che avvenne duemila anni fa sul Calvario che si fa presente sull’altare. Ecco perché la Messa non è un ulteriore sacrificio, ma una partecipazione al sacrificio di Cristo sulla croce.
Paolo ci ricorda che il pane ed il vino, per via della grazia di Dio, diventano veramente il corpo ed il sangue di Gesù: “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,27-29).
Dopo la consacrazione, del pane e del vino non rimane che l’aspetto esteriore, sotto al quale si celano il vero corpo ed il vero sangue di Cristo.


La Confermazione (CCC 1285-1321)

Dio fortifica le nostre anime anche grazie ad un altro mezzo, vale a dire grazie al sacramento della confermazione. Anche se i discepoli di Gesù avevano già ricevuto la grazia precedentemente, dopo la sua Resurrezione, durante la Pentecoste, lo Spirito Santo scese su di loro per fortificarli ulteriormente in vista del duro lavoro che li attendeva. Allora, costoro ebbero il coraggio di uscire fuori dal loro nascondiglio e di iniziare quell’opera di predicazione che Gesù li aveva incaricati di svolgere. Successivamente, costoro imposero le mani sui vari convertiti per fortificarli (At 8,14-17). La confermazione è quindi il sacramento tramite il quale i Cristiani vengono fortificati al fine di poter meglio affrontare le sfide spirituali che incontreranno nel corso della loro vita.


Il Matrimonio (CCC 1601-1666)

Molte persone sono chiamate alla vita matrimoniale. Attraverso il sacramento del matrimonio Dio ci dona una speciale grazia atta a sostenerci nelle difficoltà che possono incontrarsi nella vita di coppia, in particolare per aiutarci a crescere i nostri figli nell’amore di Cristo.
Il Matrimonio cristiano non è un rapporto a due, ma a tre: la moglie, il marito e Dio. Quando due Cristiani ricevono il sacramento del matrimonio, Dio è con loro, a far da testimone e a benedire il loro patto matrimoniale. Il matrimonio, in quanto sacramento, è permanente, solo la morte lo può spezzare (Mc 10,1-12; Rm 7,2-3; 1 Cor 7,10-11). Questa unione santa è un simbolo vivente della relazione che intercorre tra Cristo e la sua Chiesa (Ef 5,21-33).

 

L’Ordine Sacro (CCC 1536-1600)

Così come alcuni sono chiamati al matrimonio, altri sono chiamati a condividere in modo speciale il sacerdozio di Cristo. Nel Primo Patto, nonostante che Israele fosse stato dichiarato un regno di sacerdoti (Es 19,6), il Signore chiamò certi uomini ad uno speciale sacerdozio ministeriale (Es 19,22). Nel Nuovo Patto, anche se tutti i Cristiani sono sacerdoti (1 Pt 2,9), Gesù ha chiamato alcuni di costoro a svolgere uno speciale ministero sacerdotale (Rm 15,15-16).
Tramite il sacramento dell’ordine sacro alcuni Cristiani diventano sacerdoti, e ricevono uno speciale potere al servizio della Chiesa (2 Tm 1,6-7) quali pastori, maestri, e padri spirituali in grado di curare, nutrire, e rafforzare il popolo di Dio – in modo particolare attraverso la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti.


L’Unzione degli Infermi (CCC 1499-1532)

I sacerdoti hanno il potere di curare il nostro spirito quando siamo fisicamente malati per mezzo del sacramento dell’unzione degli infermi. A tal proposito la Bibbia dice: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore.  E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati.” (Gc 5,14-15) Questo sacramento non solo ci aiuta a sopportare la malattia, ma ci purifica dal peccato e ci aiuta a prepararci per l’eventuale imminente incontro con Dio.


IL RAPPORTO CON DIO E CON I SANTI

Una delle attività più importanti per ogni Cattolico è la preghiera. Senza di questa, infatti, non si può avere una vera vita spirituale. Attraverso la preghiera personale e quella comunitaria della Chiesa, specialmente durante la Messa, noi preghiamo e lodiamo Dio, esprimiamo dolore per i nostri peccati ed intercediamo in favore degli altri (1 Tm 2,2-4). Con la preghiera facciamo crescere il nostro rapporto con Cristo e con i membri della famiglia di Dio (CCC 2663-2696).
Questa famiglia include tutti i membri della Chiesa, sulla terra, in paradiso e in purgatorio. Gesù ha un solo corpo e siccome la morte non ha il potere di separarci da Cristo (Rm 8,3-8), i Cristiani che sono in paradiso o che, prima di entrare in paradiso, sono purificati nel purgatorio dall’amore di Dio (1 Cor 3,12-15) continuano ad essere parte del Corpo di Cristo (CCC 962).
Gesù ha detto che il secondo comandamento più grande è quello di “amare il prossimo come noi stessi” (Mt 22,39). Coloro che sono in paradiso amano noi molto più intensamente di quanto ci potessero amare quando erano sulla terra. Essi pregano costantemente per noi (Ap 5,8) e le loro preghiere sono potenti (Gc 5,16; CCC 956; 2683; 2692).
Le preghiere rivolte ai santi del paradiso per chiedere loro di pregare per noi ed intercedere per noi presso il Padre non minano in alcun modo il ruolo di Cristo quale unico Mediatore (1 Tm 2,5). Nel chiedere ai santi del paradiso di pregare per noi non facciamo che seguire le istruzioni di Paolo: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.” (1 Tm 2,1-4)
Tutti i membri della Chiesa di Cristo sono chiamati a aiutarsi l’uno con l’altro tramite la preghiera (CCC 2647). Le preghiere di Maria sono poi particolarmente efficaci in forza dello specialissimo rapporto che costei ha con suo Figlio (Gv 2,1-11).
Dio ha dato a Maria un ruolo specialissimo (CCC 490-511, 963-975). Egli l’ha preservata da ogni peccato (Lc 1,28-47), l’ha resa benedetta tra le donne (Lc 1,42), e ne ha fatto un modello per tutti i Cristiani (Lc 1,48). Alla sua morte l’ha assunta in paradiso nel corpo e nell’anima – un’immagine della resurrezione di tutti noi alla fine dei tempi (Ap 12,1-2).


LO SCOPO DELLA NOSTRA VITA

Il vecchio catechismo domandava “Perché Dio ci ha creato?”, e rispondeva “Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra in paradiso.” In queste poche parole è racchiusa l’intera ragione della nostra esistenza. Gesù rispose a questa domanda anche più brevemente: “sono venuto affinché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza.” (Gv 10,10)
Il progetto che Dio ha per noi è semplice. Il nostro amorevole Padre ci vuole dare tutte le cose buone – specialmente la vita eterna. Gesù è morto sulla croce per salvare noi tutti dal peccato e dall’eterna separazione da Dio di cui il peccato sarebbe stato causa (CCC 599-623). Quando ci ha salvati, egli ci ha reso membra del suo Corpo, che è la Chiesa (1 Cor 12,27-30). Così noi siamo diventati una sola cosa con lui e con tutti i Cristiani in terra, in paradiso e nel purgatorio.


Che cosa dobbiamo fare per essere salvati.

La cosa più bella è che la vita eterna che ci è stata promessa è un dono, liberamente offerto a tutti noi da Dio (CCC 1727). Il nostro perdono e la nostra giustificazione non sono cose che ci possiamo “guadagnare” in qualche modo (CCC 2010). Gesù è quel Mediatore che ha gettato un ponte sull’abisso che ci separa da Dio (1 Tim 2,5), un ponte costruito al costo della sua morte sulla croce. Egli ha scelto di renderci partecipi nel piano della salvezza (1 Cor 3,9).
La Chiesa Cattolica insegna ciò che insegnarono gli apostoli e ciò che insegna la Bibbia: Siamo salvi per sola grazia, ma non per sola fede (Gc 2,24).
Quando ci avviciniamo a Dio e siamo da Lui giustificati (quando, cioè, entriamo in una corretta relazione con Dio), nulla può aver preceduto la nostra giustificazione che ce la possa aver fatta “guadagnare” in qualche modo. È Dio che pianta il suo amore nei nostri cuori, e noi dobbiamo vivere la nostra fede tramite le nostre opere d’amore (Gal 6,2).
Anche se solo la grazia di Dio ci mette in grado di amare pienamente gli altri, Dio si compiace dei nostri atti d’amore verso il prossimo, e ci ha promesso che ce ne renderà merito nella vita futura (Rm 2,6-7; Gal 6,6-10). Così le opere buone sono meritorie. Quando noi giungiamo per la prima volta a Dio nella fede, non abbiamo nulla nelle nostre mani da potergli offrire. Egli però ci dà la grazia di obbedire ai suoi comandamenti nell’amore, e ci premia con la salvezza in cambio delle nostre opere d’amore (Rm 2,6-11; Gal 6,6-10; Mt 25,34-40).
Gesù ha chiaramente detto che non è sufficiente avere fede in lui, ma che è necessario anche obbedire ai suoi comandamenti. “Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6,46; Mt 7,21-23; 19,16-21).
Noi non possiamo “guadagnare” la salvezza grazie alle nostre opere buone (Ef 2,8-9; Rm 9,16), ma la nostra fede in Cristo ci pone in una relazione di grazia con Dio tale che la nostra obbedienza ed il nostro amore saranno premiati con la vita eterna (Rm 2,7; Gal 6,8-9).
Paolo ha detto, “È Dio che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13). Giovanni ci avverte che “Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Gv 2,3-4; 3,19-24; 5,3-4).
Dato che non è possibile forzare alcuno a ricevere un dono – tutti i doni possono infatti sempre essere rifiutati – anche dopo che siamo stati giustificati, possiamo gettar via il dono della salvezza. Possiamo farlo commettendo dei peccati gravi, non a caso detti anche “mortali” (Gv 15.5-6; Rm 11,22-23; 1 Cor 15,1-2; CCC 1854-1863). Paolo ha scritto che il salario del peccato è la morte (Rm 6,23).
È sufficiente leggere le epistole di Paolo per notare quante volte egli mette in guardia i Cristiani contro il peccato! Se il peccato non avesse il potere di escluderci dal paradiso, egli non avrebbe mai dedicato così tanto spazio alla materia (si vedano, ad esempio, 1 Cor 6,9-10; Gal 5,19-21).
Paolo ricorda ai Cristiani di Roma che Dio “renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; sdegno ed ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all'ingiustizia” (Rm 2,6-8).
I peccati non sono altro che le nostre opere cattive (CCC 1849-1850). Possiamo evitare il peccato facendo abitualmente opere buone. I santi ci testimoniano che il modo migliore di rimanere liberi dal peccato è quello di pregare con regolarità, partecipare in modo costante ai sacramenti (specialmente all’Eucaristia) e compiere atti caritatevoli.


Il paradiso è garantito?

Alcune persone si sono rese promotrici di un’idea assai attraente: Tutti i cristiani, a prescindere dalla loro condotta di vita, hanno l’assoluta certezza di essere salvati se accettano Gesù nei loro cuori come loro Signore e Salvatore. Il problema è che questa idea è contraria alla Bibbia ed al costante insegnamento dei Cristiani.
Bisogna sempre tenere a mente quanto Paolo scrisse ai Cristiani suoi contemporanei: “Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà” (2 Tm 2,11-12).
Se non persevereremo, non regneremo con lui. In altre parole, i Cristiani possono anche perdere la beatitudine eterna (CCC 1861).
La Bibbia mette in chiaro che i Cristiani hanno l’assicurazione morale della propria salvezza, Dio manterrà la sua parola, garantendo la salvezza a coloro che avranno fede in Cristo e gli saranno obbedienti (1 Gv 3,19-24); ma la Bibbia non insegna da nessuna parte che i Cristiani abbiano il paradiso garantito. Non ci può essere alcuna certezza assoluta di essere salvati. Ancora Paolo ha scritto: “Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso. Quanto a loro, se non persevereranno nell'infedeltà, saranno anch'essi innestati; Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo!” (Rm 11,22-23; Mt 18,21-35; 1 Cor 15,1-2; 2 Pt 2,20-21)
È importante sottolineare il fatto che Paolo ha incluso la seguente clausola: “a condizione però che tu sia fedele a questa bontà”. Egli sta dicendo quindi che i Cristiani possono perdere la salvezza qualora si dimostrino infedeli alla bontà di Dio, e avverte: “Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.” (1 Cor 10,12)
Se siete cattolici e qualcuno vi chiede se siete stati “salvati”, dovreste dire: “Sono stato redento dal sangue di Cristo, solo in lui ripongo la speranza della mia salvezza e, come insegna la Bibbia, sto attendendo alla mia salvezza con timore e tremore (Fil 2,12), sapendo che è un dono di Dio quella grazia che sta operando dentro di me.”


VERSO IL FUTURO

Tutte le alternative al Cattolicesimo hanno dimostrato di essere inadeguate: il decadente secolarismo che ci circonda da ogni parte e che ormai quasi più nessuno trova soddisfacente, i bizzarri culti e movimenti i quali non si dimostrano che mode passeggere, perfino le forme incomplete di Cristianesimo che hanno ormai saturato il panorama religioso. Così, mentre il nostro mondo esausto diventa di giorno in giorno sempre più disperato, la gente incomincia a voltarsi verso quell’unica alternativa che non ha mai voluto prendere veramente in considerazione: la Chiesa Cattolica. Così facendo scopre la verità nell’ultimo posto in cui avrebbe mai immaginato di trovarla.


Mai popolare, sempre attraente.

Come può essere questo? Perché così tante persone (nei paesi tradizionalmente non cattolici) si stanno interessando alla Chiesa Cattolica per la prima volta? C’è qualcosa che li spinge verso di essa: la verità.
Chi si rivolge per la prima volta alla Chiesa non può certo farlo per desiderio di acquistare il favore pubblico: i Cattolici, oggigiorno, non sono affatto popolari. Nessuno può vincere una gara di popolarità per il fatto di essere un Cattolico. Nel nostro mondo decaduto si premiano i più bravi, non i più buoni. Se un Cattolico riceve un premio, lo deve alle sue capacità professionali o al suo genio personale, non certo alle sue virtù morali.
Nonostante che le persone cerchino in genere di evitare le implicazioni della dura dottrina e della rigida morale che la Chiesa Cattolica gli offre (perché la verità impone un cambiamento radicale di vita), molti sono attratti dalla Chiesa. Quando costoro ascoltano il papa ed i vescovi che con questo sono in comunione, ascoltano parole di verità -  anche se spesso trovano questa verità molto impegnativa.
Quando costoro contemplano la storia della Chiesa Cattolica e le vite dei tanti suoi santi, comprendono che ci deve essere qualcosa di speciale, probabilmente qualcosa di soprannaturale, in questa istituzione che (nonostante i tanti errori commessi dalle sue gerarchie) ha visto militare tra le sue fila personaggi del livello di Sant’Agostino, San Francesco d’Assisi, San Tommaso d’Aquino o Madre Teresa di Calcutta.
Quando entrano in una Chiesa vuota, si rendono conto che quell’edificio non è davvero vuoto, ma avvertono una presenza. Comprendono che Qualcuno risiede in modo speciale in quel luogo, in attesa di poterli abbracciare e confortare. Comprendono che la persistente opposizione nei confronti della Chiesa Cattolica – sia che questa provenga dai non credenti, che dai cosiddetti “fondamentalisti biblici” – è, in fondo, quasi un segno della sua origine divina (Gv 15,18-21).


Un Cristianesimo incompleto non è abbastanza.

Negli ultimi decenni, molti Cattolici hanno lasciato la Chiesa, alcuni abbandonando completamente una vita religiosamente impegnata, altri entrando a far parte di una delle miriadi di confessioni cristiane alternative. Ma tale “traffico” non si è mosso in una sola direzione.
Il “traffico” verso Roma è molto sostenuto. Ogni anno, infatti, ci sono almeno centocinquantamila convertiti in un paese tradizionalmente protestante come gli Stati Uniti d’America, e, sempre ogni anno, in Africa avvengono più di un milione di conversioni. Non credenti, Cattolici non praticanti e membri delle altre chiese cristiane stanno “tornando a casa”.
Costoro sono attratti dalla Chiesa per una grande varietà di ragioni, ma la ragione principale per la quale si convertono è la ragione principale per la quale bisogna essere Cattolici: la verità, di cui la Chiesa Cattolica è custode.
I nostri fratelli Cristiani separati possiedono molte verità, ma non tutte. Possiamo paragonare le altre confessioni cristiane ad una vetrata nella quale alcuni dei pannelli di vetro originali siano stati rimossi e rimpiazzati con tavole di legno. Ora, qualcosa che era presente all’inizio è rimasto, ma qualcosa è stato tolto e sostituto con altro che all’inizio non c’era. La quantità di luce che la vetrata originariamente ci donava non c’è più.
Quando, secoli fa, gli antenati teologici delle varie chiese riformate si separarono da Roma, eliminarono alcune dottrine autentiche e ne aggiunsero alcune di loro fattura. Le forme di Cristianesimo da questi fondate, quindi, sono forme di Cristianesimo incomplete.
Solo la Chiesa Cattolica è stata fondata da Gesù, e solo questa è stata in grado di preservare la verità Cristiana nella sua interezza – e sempre più persone si stanno rendendo conto di questo.


I VOSTRI COMPITI COME CATTOLICI

I vostri compiti quali cattolici, non importa quale sia la vostra età, sono fondamentalmente tre:


Conoscere la vostra fede.

Non potete vivere la vostra fede se non la conoscete, e non potete condividere con gli altri ciò che non vi appartiene pienamente (CCC 429). Imparare i contenuti della vostra fede Cattolica comporta un certo sforzo, ma si tratta di uno sforzo ben indirizzato, poiché tale studio conduce, in senso letterale, ad una ricompensa infinita.


Vivere la vostra fede.

La vostra fede Cattolica è un qualcosa di pubblico. Non è un qualcosa che possa essere lasciato dietro di voi quando uscite di casa (CCC 2472), ma un qualcosa di cui è necessario dare sempre testimonianza. Certo, essere un Cattolico in pubblico comporta dei rischi e delle perdite. Troverete sicuramente molte porte chiuse, perderete probabilmente alcuni amici, verrete forse considerati degli outsider. Ma non dovete mai dimenticare queste parole di nostro Signore: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,12).


Diffondere la vostra fede.

Gesù ci ha chiesto di portare tutto il mondo sotto il dominio della verità, e la verità è Gesù stesso. Egli ha detto, infatti: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Diffondere la fede non è una cosa riservata al clero, ma un compito che spetta ad ogni Cattolico (CCC 905).
Proprio prima dell’Ascensione, nostro Signore disse agli apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20).
Se vogliamo osservare tutti comandamenti che egli ci ha dato, se vogliamo credere a tutto quanto egli ci ha insegnato, dobbiamo seguirlo attraverso la sua Chiesa. Questa è la nostra grande sfida -  e il nostro grande privilegio.


Questo testo è una libera traduzione dell'opuscolo Pillar of Fire, Pillar of Truth, edito da Catholic Answers.



(Leggi Tutto... | 44569 bytes aggiuntivi | Voto: 5)

I fratelli di Gesù
Apologetica Mercoledì, 23 aprile @ 02:25:12 CEST
(455 reads)


4.3.4. I fratelli e le sorelle di Gesù

Le fonti antiche, cristiane e giudaiche, parlano, a proposito di Gesù, de «i suoi fratelli», «le sue sorelle», o si riferiscono ad alcune persone come «il fratello di Gesù», «la sorella del Signore». Sarebbe perciò opporsi all'evidenza delle fonti negare che Gesù avesse quattro fratelli e almeno due sorelle. I quattro fratelli maschi portano, significativamente, nomi classici, presi dall'Israele dei patriarchi, abituali a partire dai movimenti riformatori giudaici del II secolo a.C. Giacomo, il più grande, porta il nome del patriarca Giacobbe e gli altri tre hanno ricevuto i nomi di tre dei suoi figli: Giuseppe (o Joses), Giuda e Simeone (o Simone; cfr. Matteo 13,55 e Marco 6,3). I nomi delle sorelle non sono menzionati nei vangeli canonici.
Come bisogna interpretare, dal punto di vista storico, questa evidenza? Che senso bisogna dare a questo fatto incontrovertibile e peraltro del tutto naturale nella società giudaica dell'epoca? La domanda diviene più rilevante per il fatto che Gesù lasciò casa, famiglia e paese quando già aveva più di vent'anni e questa rottura non si produsse senza tensioni, così come riflettono alcuni testi evangelici. Addirittura in un'occasione i suoi familiari, probabilmente i suoi parenti, non solo i suoi fratelli, scesero da Nàzaret a Cafarnao «per impadronirsi di lui; poiché dicevano: "È fuori di sé!"» (Marco 3,21).
I fratelli di Gesù formano un gruppo ben identificato che si distingue dal gruppo dei discepoli, quelli che egli ha chiamato liberamente, perché condividano con lui la sua vita e la sua missione. I due gruppi appaiono significativamente differenziati nell'episodio delle nozze di Cana, che termina cosi. «Dopo questo fatto, [Gesù] discese a Cafarnao: lui, sua madre, i fratelli e i suoi discepoli» (Giovanni 2,12). Secondo gli Atti degli apostoli, le centoventi persone che si trovano al cenacolo di Gerusalemme, dopo che Gesù è morto e i suoi seguaci l'hanno visto risorto, formano gruppi simili: gli apostoli (i discepoli maschi), alcune donne (discepole femmine), «Maria, la madre di Gesù, e i fratelli di lui» (Atti 1,12-14). Più avanti, «i fratelli di lui», ovvero di Gesù, passeranno ad essere «i fratelli del Signore». Questa è la formula che finirà per imporsi nella comunità cristiana primitiva, così come mostra l'uso che fa l'apostolo Paolo (cfr. Prima lettera ai Corinzi 9,5).
I «fratelli del Signore» si installeranno a Gerusalemme e lì eserciteranno compiti di direzione della comunità cristiana della città. Non si sa se ciò avvenne anche in altre località del la Giudea o della Galilea, regione dalla quale provenivano
Senza dubbio il più importante dei fratelli di Gesù è Giacomo, conosciuto nella tradizione cristiana con il titolo glorioso di «il fratello del Signore» (Galati 1,19). Egli è il fra tello di Gesù per antonomasia, il primo della serie negli elenchi dei fratelli che appaiono in Matteo e Marco e, di conseguenza il maggiore di tutti loro. Bisogna notare che, malgrado l'omonimia, questo Giacomo non va confuso con un discepolo Gesù che appartiene al gruppo dei Dodici: Giacomo, di soprannome il Minore o Piccolo, figlio di Alfeo e di Maria e fratello di Giuseppe, secondo gli elenchi dati nella scelta dei dodici (Matteo 10,3; Marco 3,18 e Luca 6,15) e in altri li!,, (Marco 15,40; 16,1; Matteo 27,56 e Luca 24,10). Neppure si deve confondere con un altro membro, uno dei più significativi, del gruppo dei Dodici: Giacomo, figlio di Zebedeo fratello di Giovanni, chiamato tradizionalmente "il Maggiore", che fu giustiziato da Agrippa I a Gerusalemme nell'anno 43 o 44 d.C.

4.3.4.1. Giacomo, il fratello maggiore

Giacomo, il fratello del Signore, appare nel libro degli Atti degli apostoli (12,17; 21,18) come il capo della comunità di Gerusalemme. È il leader dei cristiani d'origine giudaica di lingua ebraica/aramaica, che praticano scrupolosamente la Legge di Mosè e ne difendono l'osservanza. Non sembra però che Giacomo obbligasse ad osservarla i convertiti alla fede cristiana, che non sono giudei di nascita (Galati 2,12), come invece altri volevano (Atti degli apostoli 15,1.5). Ciò spiega il ruolo decisivo che, secondo gli Atti degli apostoli (15,13-21), egli gioca nella cosiddetta assemblea di Gerusalemme, la prima grande riunione della Chiesa primitiva. Paolo lo chiama "colonna" della Chiesa primitiva, a fianco di Pietro/Cefa e Giovanni (Galati 2,9). Effettivamente Giacomo è, insieme a Pietro e allo stesso Paolo, una delle tre persone alle quali Gesù risorto sarebbe apparso individualmente, secondo la Prima lettera ai Corinzi 15,5.7.
Da quando Pietro abbandona Gerusalemme nell'anno 43 o 44, Giacomo diventa il capo unico della comunità di Gerusalemme fino a quando muore lapidato, nell'anno 62 d.C. su istigazione del sommo sacerdote sadduceo Anna. L'esecuzione di Giacomo avviene contro la volontà dei farisei, gruppo che aveva dato non pochi convertiti al nascente cristianesimo. La lapidazione di Giacomo, «il fratello di Gesù, colui che è chiamato Messia», è riferita con indignazione da Flavio Giuseppe, fariseo che lamenta che sia stato giustiziato un giudeo osservante e devoto (Antichità 20,200). Anche la tradizione giudeo-cristiana ha conservato quest'immagine di Giacomo. Così
Egesippo, verso il 180 d.C., lo chiama «Giacomo il Giusto» (Storia Ecclesiastica 4,22,4), oltre a riferirsi a lui con la denominazione, comune a tutto il cristianesimo primitivo, di «Giacomo, il fratello del Signore» (Storia Ecclesiastica 4,23,1).
Egesippo ci dà anche una breve notizia di Giuda, terzo fratello di Gesù secondo l'ordine del vangelo di Marco (6,3) e quarto secondo quello di Matteo (13,55). Egli si limita a dire che era «fratello secondo la carne [kata sarka]» del Signore e che era discendente di Davide (Storia Ecclesiastica 3,20,1). E’ già stato precedentemente commentato che due nipoti di questo Giuda furono chiamati a deporre davanti all'imperatore Domiziano e che costui, vedendo che si trattava di due persone inoffensive, li mise in libertà.
Sempre Egesippo ci informa su Simeone, figlio di Cleopa o Cleofa, che sarebbe succeduto a Giacomo nella direzione della comunità di Gerusalemme, in qualità di parente di Gesù. Cleopa era fratello di Giuseppe, padre legale di Gesù. Simeone era quindi cugino di Gesù e di Giacomo. Se questa notizia fosse corretta, gli altri tre fratelli di Gesù (Giuseppe, Giuda e Simone) dovevano essere già morti quando ci fu l'elezione del successore di Giacomo (62 d.C.), durante la quale si dovette ricorrere al secondo grado di parentela, quel lo dei cugini di Gesù.


4.3.4.2. Il significato dell'espressione «fratelli e sorelle di Gesù»

Le possibilità d'interpretazione sono quattro:
1) I fratelli di Gesù lo sono nel senso biologico e legale del termine. Giuseppe e Maria sarebbero i genitori biologici e legali di una famiglia numerosa, formata da almeno sette figli: cinque uomini e due (o forse più) donne. Gesù sarebbe il primo figlio e pertanto il fratello maggiore.
2) I fratelli di Gesù sono, in realtà, suoi cugini. Il termine «fratelli» avrebbe un senso traslato: i fratelli di Gesù sarebbero suoi cugini, figli di altri padri (o di un solo padre) e di altre madri (o di una sola madre), diversi da Giuseppe e Maria. Giuseppe sarebbe solo il padre legale, non quello biologico, di Gesù, mentre Maria sarebbe la madre biologica e, naturalmente, legale, in quanto moglie di Giuseppe. Gesù sarebbe figlio unico e non avrebbe fratelli, né biologici né legali.
3) I fratelli di Gesù sono suoi fratellastri legali. Giuseppe sarebbe il padre legale comune a tutti loro, ma sarebbe padre biologico solo dei figli di un primo matrimonio: tutti tranne Gesù. Maria, dal canto suo, sarebbe la seconda moglie di Giuseppe e la madre biologica e legale solo di Gesù. Così egli sarebbe figlio unico, ma allo stesso tempo il minore della famiglia se si considerano tutti insieme i figli e le figlie nati dai due matrimoni di Giuseppe.
4) I fratelli di Gesù sono suoi fratellastri consanguinei. Maria sarebbe la madre biologica e legale comune a tutti loro, ma Giuseppe sarebbe solo il padre legale (non il biologico) di Gesù. Questi sarebbe solo figlio di Maria, moglie legale di Giuseppe. Dopo la sua nascita, Giuseppe e Maria avrebbero avuto almeno sei figli: quattro uomini e due (o forse più) donne. Gesù sarebbe il primo figlio e, pertanto, il fratello maggiore.
Queste quattro possibilità non hanno lo stesso peso specifico, come si vede quando le si confronta con le fonti storiche esistenti.
1) La prima possibilità difende la consanguineità piena tra Gesù e i suoi fratelli. Questa posizione è però insostenibile, se si vogliono rispettare le due fonti più significative, indipendenti tra loro, che conserviamo sul tema: Matteo e Luca. Entrambi i vangeli affermano, con le parole e con l'intenzione, che Gesù non è frutto dell'unione sessuale di Maria e Giuseppe, suo marito secondo la Legge, con il quale è unita da accordo matrimoniale. Questa è anche la posizione della tradizione cristiana primitiva anteriore a Matteo e Luca e non c'è alcun testo del Nuovo Testamento che la esautori.
Di conseguenza la consanguineità piena tra Gesù e i suoi fratelli può essere sostenuta solo aprioristicamente, forzando i dati esistenti. Matteo 1,25, il testo che tratta il tema più direttamente, assicura che, quando Maria partorisce Gesù, lei e Giuseppe non hanno avuto relazioni sessuali. Solo alcuni gruppi giudeocristiani e gnostici dei secoli II e III affermano che Gesù fu generato da un seme umano, quello di Giuseppe (Epifanio, Panarion 30,2-3). La posizione riapparve a partire dal XVIII secolo, con l'illuminismo e il razionalismo.
2) Al lato opposto si situa la seconda possibilità, che afferma che i fratelli di Gesù erano parenti prossimi, in concreto, cugini. In un'espressione di san Girolamo, l'autore che elaborò questa posizione alla fine del IV secolo, Giuseppe fu un «custode (custos) più che un marito» (Contro Elvidio 4, già il Protovangelo di Giacomo 9,1 si esprime negli stessi termini). L'argomentazione di Girolamo parte dalla lingua ebraica e sottolinea che Lot è nipote di Abramo sebbene sia chiamato «fratello» ('ah) nella Bibbia ebraica. Anche in Genesi 29,12 si dice che Giacobbe è «fratello» di Labano, quando di fatto era suo nipote, ed è così che lui lo tratta (Genesi 29,15). Ancora in un altro testo (l'unico in tutta la Bibbia!) si parla di «fratelli» quando, dal contesto, è chiaro che si tratta di «cugini»: le figlie di Elazaro si sposano con i figli di Kis, «loro cugini [letteralmente: fratelli]» (Primo libro delle Cronache 23,21-22 ).
La ragione di questi usi linguistici è la povertà dell'ebraico che suole utilizzare perifrasi del tipo «la figlia del fratello» per indicare una nipote (Genesi 24,48) o «la moglie del fratello» per riferirsi alla cognata (Genesi 38,8). In realtà, dunque, i fratelli di Gesù sarebbero suoi cugini, ed egli sarebbe figlio unico. Il fatto che continui ad essere chiamato «primogenito» (Lii, .1 2,7.23) non cambia questa conclusione, dato che, come ben osserva Girolamo, il termine è una designazione legale del primo figlio, indipendentemente dal fatto che la madre abbia avuto o no ulteriore discendenza. Girolamo cita con ragione Esodo 12,29; 34,19-20 e Numeri 18,15-17.
Quest'argomentazione, semplice e non scarsa di fondamento, si limita agli usi linguistici dell'Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento, infatti, il contesto del termine "fratelli" non lascia mai intravedere che si possa trattare di cugini. Inoltre in greco c'è un termine proprio (anepsios), usato in Colossesi 4,10 (sebbene una sola volta in tutto il Nuovo Testamento!) per designare i cugini. In ogni caso, la proposta di Girolamo non si deve escludere del tutto se si tiene in conto che non c'è un termine specifico in ebraico e in aramaico, la lingua materna di Gesù, per indicare questo grado di parentela. Se si fosse voluto precisare che i fratelli di Gesù erano in realtà suoi cugini, ci sarebbe qualche indizio, anche piccolo, nei testi del Nuovo Testamento o almeno nella tradizione cristiana primitiva. Come fa notare J.P. Meier, Egesippo distingue chiaramente tra Giacomo, il «fratello del Signore», e Simeone, il «cugino del Signore» (Storia Ecclesiastica 4,22,4). Secondo questo autore del II secolo, quindi, difficilmente i fratelli del Signore possono essere considerati i suoi cugini.
L'ipotesi dei cugini, per quello che si sa, fu elaborata da Girolamo in un contesto di controversia con Elvidio, dopo aver respinto quella che fino ad allora era la posizione tradizionale e che qui figura come terza possibilità: i fratelli di Gesù erano suoi fratellastri legali da parte di Giuseppe, il padre comune. Girolamo utilizza parole dure («apochryphorum deliramenta») per scartarla, ma non porta alcun argomento contro. Ad ogni modo, la grande autorità di cui godette Girolamo durante tutto il Medioevo, fece in modo che la sua proposta, basata su aspetti filologici, finisse per imporsi in tutto l'Occidente (Beda, Tommaso d'Aquino), e che perfino i riformatori (Lutero, Calvino, Zwingli) la considerassero come la più appropriata.
3) La terza possibilità è la più antica, dato che è l'interpretazione comune, soprattutto in Oriente, a partire dal II secolo, come mostrano gli scritti apocrifi di quest'epoca e lo stesso Origene, insieme a Clemente d'Alessandria, Eusebio ed Epifanio. Dalla seconda metà (forse fine) del II secolo d.C. e dall’area siriaca provengono tre libri apocrifi che menzionano con tutta naturalezza, come cosa conosciuta e accettata dai lettori, il fatto che Gesù avesse fratelli, frutto di un primo matrimonio di Giuseppe. Nel Protovangelo di Giacomo - che ha questo titolo perché è attribuito a Giacomo, il fratello di Gesù - quando il sacerdote affida a Giuseppe la custodia di Maria, questi replica per scusarsi: «Io ho già dei figli» (9,2). Più avanti, quando arriva il momento in cui Giuseppe viaggia verso Betlemme per registrarsi, sono menzionati i suoi figli insieme a Maria. Egli, pensando a voce alta, dice fra sé e sé: «Registrerò i miei figli» (17,11). L'asino che cavalca Maria durante il viaggio è portato da uno di questi figli (17,2). Arrivato a Betlemme, Giuseppe «trovò una grotta, vi fece entrare Maria e lasciò i suoi figli con lei» (18,1). Nel secondo testo, Vangelo dell'infanzia di Tommaso, si racconta del morso di vipera che subisce Giacomo e di come il bambino Gesù gli cura il morso mortale. Questo Giacomo è presentato come il figlio (maggiore) di Giuseppe, che suo padre aveva mandato a far legna (16,1).
Del terzo testo, il cosiddetto Vangelo di Pietro, si conserva solo la notizia, non il frammento come tale, fornita da Origene nel suo Commento a Matteo (10,17), secondo cui «i fratelli di Gesù sarebbero i figli di Giuseppe, nati da una prima moglie che egli aveva avuto prima di Maria».
La convinzione che Gesù avesse dei fratelli, figli di un primo matrimonio di Giuseppe, è condivisa da altri apocrifi più i tardivi. Citiamo la Storia di Giuseppe il Falegname (17,2), in cui si dice, a imitazione del Protovangelo di Giacomo (8,3), che Giuseppe era vedovo quando si unì a Maria. Il quadro della situazione si completa con un Giuseppe carico d'anni, con figli adulti frutto del suo primo matrimonio. Questa immagine tradizionale di Giuseppe è quella che si riflette nel l'iconografia, nella letteratura e nel folklore cristiani sul Natale, sia in Oriente sia in Occidente.
Occorre notare che questa opinione, costante nella tradizione orientale, soprattutto siriaca e greca, coincide senza problemi con il Nuovo Testamento e con Flavio Giuseppe. Come già stato indicato, questo storico giudaico chiama Giacomo "fratello di Gesù", in linea con i Vangeli e la denominazione più antica e naturale della parentela tra l'uno e l'altro. Il termine "fratello" (adelphos) quindi può designare qualcuno che è figlio biologico dello stesso padre e della stessa madre, o fratellastro, ovvero figlio biologico di uno stesso padre o di una stessa madre; o figlio adottivo, cioè qualcuno che legalmente, anche se non per il sangue, viene riconosciuto come figlio con tutti i diritti e doveri. Così, per esempio, Flavio Giuseppe ci informa che Antipa e Filippo erano figli biologici di Erode, ma la madre non era la stessa: quella di Antipa era la samaritana Maltace, mentre Mariamme, la figlia del sommo sacerdote Simone, era la madre di Filippo. Ciononostante Filippo è identificato come «il fratello» di Antipa (Matteo 14,3; Marco 6,17; Luca 3,1.19). Limitandoci al mondo greco-romano, i casi di paternità legale sono frequenti. In questo senso, Tiberio succedette ad Augusto come imperatore perché costui, nell'anno 757 dalla fondazione di Roma, l'adottò come figlio suo, nonostante Tiberio fosse figlio biologico di Tiberio Claudio Nerone e di Livia, colei che in seguito divenne la seconda moglie di Augusto e ricevette il nome di Giulia. Lo dimostrano in modo costante le iscrizioni delle monete: «Tiberius divi Augusti filius». Lo stesso Mosè, figlio di Amram e Iochebed, e fratello di Aronne, fu adottato come figlio dalla stessa figlia del faraone, che gli impose il nome di Mosè (Esodo 2,10). Il caso di adozione legale è simile, non identico, a quello di Gesù, poiché, al momento della sua nascita, Giuseppe e Maria erano già marito e moglie secondo la Legge di Mosè e quindi egli diveniva automaticamente e a tutti gli effetti figlio di Giuseppe. Per questo motivo Luca si riferisce con naturalezza a Giuseppe e Maria come i «genitori» di Gesù, dopo aver però chiarito che Giuseppe non è suo padre biologico (Luca 2,27.41.43.48). Pertanto, come afferma R. Bauckham, se Giuseppe è il padre di Gesù senza che ci sia relazione di consanguineità tra di loro, è chiaro che il riferimento ai fratelli e alle sorelle di Gesù non deve implicare necessariamente che gli uni e le altre abbiano lo stesso sangue. Malgrado ciò, tutti loro si possono considerare e sono realmente fratelli, dato che hanno lo stesso padre, Giuseppe. Secondo la Legge, dunque, non ci sono differenze tra Gesù e i suoi fratelli. Oltre alla tradizione che risale al II secolo e i casi frequenti di adozione legale nel mondo antico – e nell'attuale –, bisogna sottolineare il contatto che si stabilisce tra Maria e i fratelli di Gesù, appena costui abbandona il domicilio familiare. Fino a quel momento il figlio unico di Maria è stato il principale sostegno di sua madre. Quando inizia la sua attività pubblica però, nella zona del lago, lontano da Nàzaret, Maria passa alla protezione della cerchia familiare e, molto probabilmente, dei figli di Giuseppe, che lei avrebbe cresciuto fin dalla tenera età e quelli che avrebbe accompagnato nella loro crescita. È significativo, in questo senso, che nelle poche occasioni in cui Maria appare nei vangeli mentre Gesù predica fuori da Nàzaret, sempre lo fa in compagnia di persone della sua famiglia, e in particolar modo, di coloro che i testi chiamano i «fratelli di Gesù». Così solo i «fratelli» accompagnano Maria a fare visita a Gesù a Cafarnao (Marco 3,31-35; Matteo 12,46-50; Luca 8,19-21). Poi, quando egli restituisce loro la visita a Nàzaret, gli unici parenti citati sono ancora, in quest'ordine: Maria, i quattro fratelli di Gesù e le sue sorelle (Marco 6,3; Matteo 13,55-56). Nell'episodio delle nozze di Cana, paese vicino a Nàzaret, si parla della madre e dei fratelli di Gesù, con i suoi discepoli, di cui si dice che scendono a Cafarnao (Giovanni 2,12). Infine, quelli che si trasferiscono a Gerusalemme, alla fine della vita di Gesù e che ancora sono lì prima che inizi l'attività pubblica della comunità cristiana primitiva sono «Maria, la madre di Gesù, e i fratelli di lui», con alcune donne e i discepoli (Atti 1,14). Alcune di queste donne (la sorella di Maria, sua cognata e Maria Maddalena) con un discepolo sono presentate vicino alla croce, accompagnando la madre di Gesù (Giovanni 19,25). In definitiva, l'espressione «sua madre e i suoi fratelli [di Gesù]» sembra essere una formula tradizionale, poiché si ripete in fonti tanto diverse come Marco 3,3 I, Giovanni 3,12 e Atti 1,14. È difficile che gli accompagnato abituali di Maria siano il gruppo dei suoi nipoti. Tutto risulta più comprensibile se si tratta dei suoi figli e figlie, adottivi o legali, orfani di padre (Giuseppe) e madre biologici.
Di conseguenza, né la filologia, né l'abitudine dell'adozione legale, né lo stretto legame tra la madre e i fratelli di Gesù nei vangeli impediscono che la posizione difesa da Epifanio nel IV secolo nella sua opera Panarion, in sintonia con l'antica tradizione siriaca (II secolo) e continuata dalle Chiese di lingua greca, sia quella che meglio interpreta i dati contenuti nel Nuovo Testamento riferiti ai «fratelli di Gesù»: Gesù avrebbe avuto quattro fratelli dal nome conosciuto e almeno due sorelle dal nome sconosciuto (Maria e Salomè, secondo Epifanio), tutti quanti frutto dell'unione coniugale tra Giuseppe e la sua prima moglie, anch'essa dal nome sconosciuto.
4) L'ultima possibilità delle quattro enunciate ha conosciuto ultimamente una certa fortuna dopo che si avvertirono le insufficienze dell'ipotesi proposta da Girolamo, la seconda qui riportata, e si mantenne la distanza nei confronti della posizione tradizionale, la terza di quelle proposte. Anche qui l'iniziatore fu un grande teologo: Tertulliano, scrittore cristiano del II secolo, originario del nord Africa, e non Ireneo di Lione, come alcuni hanno suggerito. Più tardi, nel IV secolo, Elvidio, contemporaneo di Girolamo e suo avversario, la formulò in maniera sistematica: i fratelli di Gesù sarebbero figli carnali di Giuseppe e Maria e sarebbero nati dopo Gesù, che sarebbe il fratello maggiore di tutti loro.
Tertulliano tratta la questione in cinque occasioni diverse nella sua opera, due in modo diretto e tre in modo indiretto, nell'ambito di una difesa accanita dell'umanità di Gesù contro le posizioni dotte di Marcione e dei suoi seguaci. Ovviamente, tra gli argomenti impiegati dalla potente dialettica di Tertulliano c'è quello relativo ai fratelli di Gesù. Il testo più chiaro e diretto è Contro Marcione 4,19,6-12, nel quale si discute l'interpretazione di Luca 8,19-21 e, in concreto, la domanda «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (domanda che in realtà si trova in Matteo 12,48). Secondo Tertulliano, in questo passaggio evangelico Gesù «trasferisce i titoli di sangue (transtulit sanguinis nomina)», propri di sua madre e dei suoi fratelli, a quelli che ascoltano le sue parole e che «per causa della fede, si mostrano più vicini a lui» (Contro Marcione 4,19,11). Questa consanguineità quindi non può venire da Giuseppe, dato che Gesù «è figlio d'uomo per sua madre dato che non lo è per suo padre [...] [egli] non ha un uomo per padre (ex matre filius est hominis quia ex patre non est [..] non ex patre homine)» (Contro Marcione 4,10,7). In un altro testo (Consacrazione delle vergini 6,6), Tertulliano effettua una distinzione tra la situazione di Maria prima del parto, caratterizzata dalla sua verginità, e la situazione posteriore, caratterizzata dalla relazione coniugale con Giuseppe (virum passam).
Tertulliano, dunque, sembra schierarsi dalla parte di chi accetta che vi siano relazioni coniugali tra Maria e Giuseppe durante il periodo posteriore al parto. In questo arco temporale si dovrebbe collocare il concepimento dei fratelli di Gesù, sebbene non lo affermi mai esplicitamente. Anche se in maniera indiretta, Tertulliano si muove però in direzione della visione di Elvidio e ne è il precursore: i fratelli di Gesù sarebbero figli, come lui, di Maria, e sarebbero nati in seguito dall'unione tra Maria e Giuseppe. Nonostante tutto il valore che bisogna dare alla visione di Tertulliano, questo è relativo, poiché ci si trova in un contesto di controversia e d i argomentazione teologica. La sua posizione è, alla fine, un'innovazione sorta dalla necessità di esprimere delle idee determinate, come la difesa della monogamia, o di replicare, giustamente, a coloro che negano che Gesù sia realmente uomo, come Marcione e Apelle, due autori gnostici.
D'altra parte Elvidio basa la sua posizione principalmente su Matteo 1,18-25 e, in particolare, sul versetto 1,25 nel quale si distinguerebbe, secondo lui, il tempo del concepimento di Gesù dal tempo posteriore alla sua nascita, durante il quale Giuseppe avrebbe avuto relazioni coniugali con Maria. Tuttavia, Matteo 1,25 è un testo che si esprime solo sul periodo anteriore alla nascita di Gesù e lo caratterizza per l'assenza di relazioni coniugali tra Giuseppe e Maria. Di fatto c'è silenzio eloquente nei vangeli su ciò che accadde dopo che Gesù venne al mondo. Nemmeno Matteo 12,46 e 13,55-56, testi in cui né si afferma né si smentisce la consanguineità di Gesù e i suoi fratelli, rompe tale silenzio. La questione dell'origine dei fratelli di Gesù resterebbe quindi in penombra, se ci si attenesse solo ai testi del Nuovo Testamento e concretamente al vangelo secondo Matteo. Il ricorso alla tradizione cristiana primitiva è fondamentale per dare una risposta al tema.
Riassumendo, la terza possibilità, che corrisponde alla proposta della maggior parte della tradizione a partire dal II secolo - epoca in cui si inizia a formulare esplicitamente il tema dell'origine dei fratelli di Gesù -, non forza i dati neotestamentari, ma al contrario li rispetta e li spiega adeguatamente. Il fatto che la proposta, spesso chiamata "di Epifanio", poggi sull'humus della tradizione è una garanzia a favore della sua plausibilità, e sembra essere la preferibile: i quattro fratelli e le almeno due sorelle di Gesù sono figli del primo matrimonio di Giuseppe. In questo senso, la quarta possibilità, la cosiddetta "proposta di Elvidio", difesa precedentemente da Tertulliano, secondo la quale Maria avrebbe avuto almeno sette figli (Gesù e in seguito quattro ragazzi e due ragazze) è il risultato di un ragionamento "dotto" e sorge, nel caso di Tertulliano, contro quelli che negano l'umanità di Gesù e la sua incarnazione, mentre, in mano a Elvidio, è il risultato di un'interpretazione esegetica propria e molto discutibile di Matteo 1,25. La proposta di Girolamo, la seconda di quelle qui menzionate, appare appunto come risposta a Elvidio. Girolamo però non riprende il punto di vista tradizionale (i fratelli di Gesù sono figli del primo matrimonio di Giuseppe), ma, con un'argomentazione esegetica di carattere soprattutto filologico, fornisce una nuova spiegazione che ha le sue ragioni e non può essere scartata: i fratelli di Gesù sarebbero in realtà suoi cugini. La spiegazione di Girolamo, tuttavia, passa per l'identificazione (a mio giudizio problematica) di Giacomo e Giuseppe, «fratelli» di Gesù (Marco 6,3) con Giacomo il minore e Giuseppe, figli di una certa Maria (Marco 15,40; cfr. 4.5.3.3.). Per alcuni, questa Maria sarebbe la moglie di Alfeo/Cleopa/Cleofa (Marco 3,18; Giovan ni 19,25) e madre dei quattro cugini di Gesù (Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda). Per altri invece, Maria, sposata con qualcuno di cui non conosciamo il nome, sarebbe solo madre di Giacomo e Giuseppe, mentre Cleopa/Cleofa, sposato a sua volta con una donna dal nome sconosciuto, sarebbe padre di Simone e Giuda. Non c'è unanimità tra gli autori che sviluppano la proposta di Girolamo. Infine, la proposta della minoranza, già diffusa nel II secolo tra gruppi giudeocristiani e gnostici, secondo cui Giuseppe sarebbe il padre biologico di Gesù, si scontra frontalmente con i racconti di Matteo 1-2 e Luca 1-2, e quindi deve essere rifiutata.
Le conclusioni a cui si è giunti fin qui chiariscono l'espressione insolita «figlio di Maria» (Marco 6,3), che appare in bocca alla gente di Nàzaret a fianco, naturalmente, della denominazione «figlio di Giuseppe / del fabbro» (Matteo 13,55; Luca 4,22; Giovanni 1,45; 6,42). La ragione più verosimile di questo duplice uso e in particolare dell'espressione «figlio di Maria», è il carattere singolare di Gesù come figlio unico di Maria e l'esistenza di altre persone, uomini e donne, che sono ugualmente «figli di Giuseppe»: i figli di Giuseppe sarebbero vari, il figlio di Maria sarebbe uno solo. Così, dunque, se qualcosa distingueva Gesù di Nàzaret era il fatto di essere «il [= l'unico] figlio di Maria». Oltre ad essere conosciuto come «figlio di Giuseppe», suo padre legale, c'era un'altra denominazione («figlio di Maria») che realmente lo contraddistingueva. L'uso di questa denominazione in Marco 6,3 viene potenziato, inoltre, dal fatto più che probabile che Giuseppe già fosse morto quando Gesù visita Nàzaret dopo averla abbandonata passati i trent'anni. Ciò però non significa che Gesù non fosse conosciuto, quando era ancora in vita Giuseppe, come figlio di Maria: è evidente che la morte di Giuseppe non implicò un cambio di designazione. Pertanto l'uso della li nominazione «figlio di Maria» riflette i costumi informali di Nàzaret riguardo a Gesù come suo figlio unico e dunque non i si tratta di una creazione della prima comunità cristiana, destinata a dar fondamento al concepimento virginale di Maria. Le altre possibili considerazioni in questo contesto (Gesù come una persona nata in una situazione d'irregolarità sociale o come figlio di una vedova o come figlio della seconda moglie di Giuseppe) servono da complemento, ma non sostituiscono il centro principale di interesse di Marco 6,3. Esiste una relazione particolare tra Maria e Gesù che comincia dalla nascita del figlio e che continua nell'unicità di questa maternità.
In definitiva, nonostante non si possa escludere che l'espressione «fratelli di Gesù» significhi in realtà "cugini di Gesù", ci sono buone ragioni per pensare che Gesù ebbe fratelli e sorelle legali e pertanto reali, sebbene non biologici.

Tratto da: Armand Puig I Tàrrech, Gesù. La Risposta agli enigmi, pp. 193-207



(Leggi Tutto... | Voto: 5)

A. A. Valdés - La Bibbia proibisce l’uso delle immagini?
Apologetica Martedì, 12 giugno @ 13:36:42 CEST
(628 reads)


 



(Leggi Tutto... | 14883 bytes aggiuntivi | Voto: 3.25)

La favola di Cascioli
Apologetica Sabato, 12 maggio @ 03:11:24 CEST
(472 reads)


Luigi Cascioli (www.luigicascioli.it) conduce ormai da anni una guerra laicista e anticlericale contro la Chiesa cattolica al punto da volerne minare i fondamenti a partire da un’affermazione perentoria sulla non esistenza storica di Gesù Cristo. Per il Cascioli, nel II secolo d.C. gli ecclesiastici sostituirono la figura storica di Giovanni di Gamala con l’invenzione del personaggio «Gesù Cristo»! Quindi quest' ’ultimo non sarebbe mai esistito!
E' ora disponibile in rete questo scritto di Don Silvio Barbaglia, il quale vuole mostrare non solo l’inaffidabilità più assoluta di ogni tesi dell’agronomo di Bagnoregio, documentate con errori, contraddizioni e ingenuità, ma anche e soprattutto la più radicale inettitudine metodologia relativa alla ricerca storica accompagnata da una sicumera che non teme confronti. Il suo procedimento, infatti, si presenta nei termini dell’«Inconfutabile dimostrazione della non esistenza di Gesù»!
Al contrario, l’esito della nostra documentazione rimanderà al mittente, amplificate all’ennesima potenza, tutte le accuse rivolte alla Chiesa nella tensione tra «pagliuzza e trave» e «legge del contrappasso».
 
LA FAVOLA DI CASCIOLI è scaricabile gratuitamente a questo indirizzo:


(Leggi Tutto... | Voto: 5)

Quando e come Cristo affida il primato a Pietro?
Apologetica Sabato, 31 marzo @ 03:47:44 CEST
(251 reads)




(Leggi Tutto... | 25739 bytes aggiuntivi | Voto: 0)

© 2007, 2008, 2009 Essere Cattolici.
AVVISO: la redazione è a disposizione degli aventi diritto qualora desiderassero la rimozione di materiale incautamente pubblicato, nonché per eventuali, involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e/o delle immagini.
PHP-Nuke Copyright © 2004 by Francisco Burzi. This is free software, and you may redistribute it under the GPL. PHP-Nuke comes with absolutely no warranty, for details, see the license. Bed & breakfast a Roma
Generazione pagina: 0.08 Secondi