Padre: il termine risale alla Bibbia. Nell’antichità cristiana, il compito d’insegnare spettava al vescovo che era chiamato per l’appunto padre. IV sec. Si usa la parola padre per designare i vescovi riuniti al concilio IV-V sec. Si usa anche per designare personalità isolate, altamente considerate, ma soprattutto qualificate.
Padri: sono quei testimoni di prima categoria perché hanno consenso unanime e che quindi soddisfano questi imprescindibili criteri: 1. Vera dottrina (Doctrina Orthodoxa) 2. Santità della vita (Sanctitas Vitae) 3. Approvazione della Chiesa (Approbatio Ecclesiae) 4. Appartenenza all’antichità cristiana ecclesiastica (Antiquitas)
Distinguiamo poi: • Padri Occidentali: Agostino, Ambrogio, Gerolamo, Gregorio Magno • Padri Orientali: Basilio, Nazianzeno, Crisostomo, Atanasio
Scrittori Ecclesiastici: sono testimoni qualificati, ma che non hanno consenso unanime e che quindi non soddisfano uno o più criteri menzionati sopra.
Patrologia: è la scienza teologica che studia secondo i principi delle scienze storiche l’insieme degli scrittori dell’antichità cristiana invocati dalla Chiesa Cattolica a testimoni della sua dottrina
N.B.: • Un padre isolatamente non è infallibile • Se un gruppo di padri è contrapposto ad un altro su una dottrina, si prende il meglio delle due dottrine • Il consenso unanime dichiara l’infallibilità della dottrina.
I Padri Apostolici
Col nome di “Padri Apostolici” si designa un gruppo di scrittori che hanno avuto, o si suppone abbiano avuto, contatto diretto con gli Apostoli. Gli scritti dei Padri Apostolici sono redatti, in genere, nella lingua greca e hanno un carattere pratico-parenetico in forma epistolare. Gli autori, in fondo, si sforzano di far comprendere con semplici ed efficaci parole la magnificenza dell’opera salvifica di Cristo, l’obbedienza agli ecclesiastici senza dimenticare di stare in guardia dalle eresie.
Clemente di Roma (92-101)
Vita: Di lui si sa veramente pochissimo. Godette di grande autorità nell’antichità cristiana, tuttavia di lui ci rimane solo la Lettera alla comunità di Corinto. Fu il terzo successore alla cattedra di Pietro dopo Lino e Anacleto (secondo quanto ci dice Ireneo); ma si dice pure che lo stesso S. Pietro lo ordinò suo successore, ma che per amore della pace, avrebbe ceduto la supremazia a Lino (secondo quanto ci dice Tertulliano)
La Lettera: fu scritta intorno al 96/97, sul finire degli anni di Domiziano o poco dopo Motivo: la composizione scaturisce dai disordini che alcuni giovani della comunità di Corinto, hanno provocati destituendo arbitrariamente i loro presbiteri. Una volta arrivata questa notizia a Roma, Clemente interviene.
Contenuto: si suole dividere la lettera in due parti, dove la prima raccoglie le ammonizioni generali; la seconda, invece è di carattere parenetico. Clemente, infatti, esorta i giovani alla sottomissione ai propri superiori ecclesiastici, richiamandosi alla struttura dell’esercito che ha al suo vertice un capo.
Insegnamenti: • Non si può certo dire che si tratti di un intervento di carattere autoritativo-giuridico, ma si tratta della manifestazione dello spirito, della forza morale che Roma vanta sulla καθολικη εκκλησια, si tratta di una posizione di privilegio della Chiesa Romana. • È presente un abbozzo gerarchico formato dagli “επισκοποι και διακονοι” collettivamente denominati “πρεσβυτεροι”. I presbiteri esistono come successori degli apostoli. La scala si presenta dunque così: Dio-Gesù-Apostoli-Presbiteri. Chiunque contravvenga a quest’ordine di cose, contravviene ad un ordine che viene da Dio, che li ha istituiti anche per l’offerta delle oblazioni. Infine, si esprime la fedeltà alla divinità di Cristo che ha ordinato il mondo secondo un fine e un ordine (ci si richiama alla bellezza del creato). Conclude al cap. 24 accennando alla risurrezione dei trapassati con riferimento alla fenice.
La lettera scritta da Clemente si suole anche enumerarla come I, per distinguerla da una II apocrifa. La II Lettera ai Corinti è tuttavia la più antica omelia rimasta. Ci sono inoltre le Pseudo-clementine che sono una raccolta di 20 omelie lungo un romanzo apostolico. L’allusione alla fenice richiama ad un poema in 85 distici già conosciuto ad Erodoto nel De ave Phoenice che racconta di questo uccello fantastico che torna ogni 1000 anni nella Fenicia dall’Oriente per morire su una palma. Dall’autocombustione ne uscirà un verme che si trasformerà in una farfalla capace di riportare l’ossame al tempio del sole di Eliopoli in Egitto, per tornare poi di nuovo in oriente. Plutarco ci offre la stessa storia con la variante che dalle ceneri si sviluppa un uovo e da questi nascerà una nuova fenice. Gregorio di Tours indica Lattanzio come autore del poema e spiega la leggenda in senso cristiano. Non è ancora risolta la questione sul carattere cristiano o pagano del poema (prima o dopo la conversione di Lattanzio?) Infine le Pseudo-clementine Ad Virgines, sono due lettere circolari indirizzate ad asceti di entrambi i sessi al fine di persuaderli a non coabitare. Probabilmente si tratta di un esperto autore spirituale del III sec. , mentre per latri è S. Atanasio, dato che lui scrisse “Sulla Verginità” adottando proprio gli stessi argomenti.
S. Ignazio di Antiochia (†110)
Vita: Singolare il viaggio che lo condurrà alla morte. Da Antiochia in Siria, a seguito di un terremoto, fu preso come capro espiatorio e condotto via mare in Pamfilia attraversando la Caria e la Lidia giungendo a Smirne per poi approdare a Triade e da qui a Roma. In ogni paese che attraversava c’erano delegazioni di cristiani che gli chiedevano consiglio e tutte le genti venivano confortate dalle sue parole, tale era il prestigio di questo futuro santo martire. Scrisse 7 lettere, 4 da Smirne e 3 da Triade. Tra queste lettere quella alla comunità di Roma esorta i cristiani di abbandonare la decisione di adoperarsi in suo favore presso l’imperatore. Scrive anche a Policarpo, vescovo di Smirne, esortandolo ad essere forte e fermo come l’incudine sotto i colpi del martello. Giunto a Roma morirà martire, dilaniato dalle belve nell’anfiteatro tra il 107/110 sotto Traiano.
Le lettere: sono 7, le nominiamo Agli Efesini, Ai Magnesii, Ai Trallani, Ai Romani, Ai Filadelfiesi, Agli Smirnesi, A Policarpo. Per molto tempo la loro autenticità fu messa in dubbio dai protestanti per la limpida testimonianza dell’episcopato monarchico e la serie gerarchica: Vescovi, Presbiteri e Diaconi. Solo a seguito della brillante difesa fatta da Zahn, Funk, Lightfoot e Harnack, le 7 lettere sono oggi quasi da tutti riconosciute autentiche. La loro autenticità è ben fondata in quanto S. Policarpo parla nel suo scritto delle lettere di Ignazio e tra l’altro sono attestate pure da Ireneo, Origene ed Eusebio. Lo stile è energico, audace, con la retorica più sapiente: proposizioni brevi, antitetiche, ritmi e rime che fanno emergere la figura religiosa di un mistico innamorato di Gesù Cristo.
Contenuto Dottrinale: - dalle lettere emerge una cristologia perfetta. Cristo, infatti è definito γεννητος και αγεννητος; και εκ Μαριας και εκ Θεου; αχρονος; - si sottolinea il valore della vita di Gesù da uomo contro le correnti gnostiche, ma non si rinuncia a chiamare Cristo Dio. Quando, infatti, Ignazio parla di sofferenza del Cristo, lui si esprime con “sofferenza del mio Dio”; - l’Eucaristia è per lui σαρξ Ιησου Χριστου παθουσα; φαρμακον αθανασιας - La Chiesa è θυσιαστηριον; - i vescovi sono a capo delle singole comunità cristiane ed è presentato come ovvio l’episcopato monarchico. Raccomanda quindi, l’obbedienza ai vescovi e l’unità della Chiesa; - esorta alla verginità in senso paolino e che i matrimoni siano sotto l’approvazione del vescovo; - Vengono citati Pietro e Paolo come aventi autorità sui romani e così se ne attesta indirettamente la loro abitazione a Roma; - Dichiara inoltre che la Comunità cristiana di Roma sia guida nella fede e nella carità, assegnando così una preminenza della Chiesa Romana sulle altre.
S. Policarpo di Smirne († 155)
Vita:In gioventù potè vedere e udire l’apostolo Giovanni, dal quale fu nominato vescovo di Smirne. Nel 155 si recò a Roma per risolvere con papa Aniceto la questione sulla data della Pasqua, senza però pervenire ad un accordo. Di lui c’è rimasto solo uno scritto, la Lettera ai Filippesi, nella quale Policarpo cita la lettera d S. Ignazio vescovo di Antiochia e anche quella di Clemente di Roma, confermando così la loro autenticità. Per avere notizie dela sua morte ci rifacciamo al Martyrium Polycarpi. È il più antico fra gli Acta e possiamo leggervi che quando il proconsole Stadio Quadrato ordinò a Policarpo di bestemmiare Cristo, lui rispose di essere il servo di Cristo da 86 anni e da quella servitù non gli era mai accaduto nulla di male, ingiungendo poi di non voler bestemmiare il suo Re e Redentore. Stadio Quadrato lo mise al rogo, ma le fiamme si aprirono a guisa di vela gonfiata dal vento senza poterlo bruciare, fu allora che il carnefice lo trafisse ponendo fine alla sua vita.
La lettera: l’unica lettera rimasta è quella indirizzata alla comunità di Filippi, turbata per la comparsa dello gnosticismo e di Marcione. Policarpo li rassicura esortandoli nella fede citando le lettere di S. Ignazio e di Clemente di Roma.
Insegnamenti: utilizza i numerosi insegnamenti intorno alla fede e la vita cristiana, insistendo specialmente sull’obbedienza ai presbiteri e diaconi. Non viene fatto cenno di un vescovo a Filippi, la cui comunità godeva, forse, di una organizzazione presbiterale.
In effetti le possibilità di organizzazione della Chiesa Antica possono essere diverse. Probabilmente agli inizi, tutti i presbiteri erano vescovi, anche se non tutti godevano della stessa autorità pratica. Quindi vescovi=presbiteri; diaconi=addetti alla carità. Nel periodo apostolico l’apostolo era il capo e il presbiterium formava un collegium che guidava la comunità così come in ambiente ebraico il consiglio formava il gruppo degli anziani che guidava la comunità ebraica. Nel periodo post-apostolico si comincia a delineare la forma monarchica vescovo-presbitero-diacono.
Papia di Gerapoli
Vita: Fu vescovo di Gerapoli in Frigia minore e fu compagno di Policarpo, quindi ebbe udito pure lui l’apostolo Giovanni. Eusebio lo squalifica intellettualmente perché era un chiliasta e affermava molti racconti favolosi.
Scritti: intorno al 130 scrisse 5 libri di Spiegazione Delle Sentenze Del Signore, tratte dalle spiegazioni degli apostoli e dalle figlie di Filippo. Di tutta quest’opera ci rimane davvero poco: qualcosa sull’origine dei due primi Vangeli, dove si riporta la probabile esistenza di un Vangelo secondo Matteo in aramaico, e altri frammenti di leggende.
La lettera di Barnaba
Vita: Non sappiamo nulla su questo Barnaba eccetto che l’apostolo Barnaba non può essere l’autore di questa lettera. Infatti Barnaba era il compagno di Paolo, e vedeva nelle istituzioni dell’A.T. un’opera di Dio, mentre l’autore della lettera vi vede un’opera del diavolo. Per l’avversione al giudaismo e interpretazione allegorica della Scrittura (che tradisce l’influenza di Filone) si pensa che l’autore fu maestro cristiano di origine pagana delle parti di Alessandria.
La lettera: è in realtà un trattato didascalico-parenetico. Clemente di Alessandria e Origene l’attribuiscono all’apostolo, ma per i motivi sopra citati sappiamo che non è così, e fu comunque ritenuta una lettera apocrifa da Eusebio e da Gerolamo. L’opera fu scoperta, interamente, dal Tischendorf nel Codice Sinaiticus (mentre si conoscevano diverse parti dal Cod. Hieros. dal 1056) nel 1859 in greco.
Contenuto: I parte (dogmatica), vi si legge che Dio aveva dato i precetti nell’A.T., ma che i giudei erano stati traviati da un angelo cattivo, quindi quei precetti che in origine avevano un senso spirituale, erano stati stravolti in un senso letterale. In tutto l’A.T., l’autore vede la presenza del Cristo. Così, ad esempio, i 318 servi che Abramo circoncise significano Gesù (ιη=18) sulla croce (T=300). Si sottolinea poi il paragone Cristo-Isacco; s’insiste sull’efficacia del Battesimo e si dimostra a più riprese la preesistenza di Gesù Cristo. II parte (morale), descrive al pari della Didachè le due vie, una della luce e l’altra delle tenebre. A seconda che facciamo prevalere alcuni contenuti su altri possiamo ipotizzare alcune date più o meno probabili di composizione quali 96-98(?) o 130(?), tuttavia di sicuro il terminus ante quem è il 140.
Erma
Il “Pastore” di Erma, che prende il nome dalla figura di pastore assunta dall’angelo dell’apparizione, viene di solito catalogato fra gli scritti dei Padri Apostolici, ma è un’apocalissi apocrifa, la cui stima, tuttavia è dimostrata dal fatto che Ireneo e Tertulliano la mettevano fra le Scritture, mentre il Fragmentum Muratorianum la indica come lettura edificante.
Contenuto: Erma è un uomo semplice, pio e coscienzioso. Fu uno schiavo liberato che ebbe grande fortuna, ma ben presto cadde in disgrazia. In quella situazione che preludeva alla fine del mondo, Erma riceve dalla Chiesa e dall’angelo della penitenza una serie di rivelazioni.
Divisione del libro: il libro è suddiviso in 2 parti che contengono 5 visioni, 12 precetti e 10 allegorie. Nelle visioni 1-4, Erma vede la Chiesa come una matrona ammantata di vesti bianche che diventa sempre più giovane; ella incarica Erma di invitare tutti i cristiani alla penitenza perché sta per arrivare la fine del mondo. Nella 3° visione la Chiesa è vista come una torre in costruzione, fatta di pietre inserite nell’edificio (i cristiani buoni) e pietre scartate (i cristiani cattivi). Se le pietre scartate vogliono fare parte dell’edificio devono essere lavorati a colpi di penitenza. Nella 5° visione, che forma il passaggio alla II parte, l’angelo della penitenza in veste di pastore da ad Erma vari precetti, come il digiuno, il celibato e il martirio, poi viene specificato come comportarsi in caso di adulterio e come avviene i secondo matrimonio. La 9° similitudine è posteriore, la costruzione della torre è interrotta allo scopo di differire il termine della penitenza prima fissato rigorosamente. Rettifica necessaria a causa del ritardo della Parusia.
Dottrina: insegna che la penitenza è un mezzo di salvezza da collocarsi al fianco del Battesimo. Presupposto indispensabile per il perdono dei peccati è l’appartenenza alla Chiesa. Erma denomina “Figlio di Dio” lo Spirito Santo apparso quaggiù rivestito di carne (abbiamo quindi l’eresia del binitarismo e adozianismo)
Errore metodologico è voler cavare dal Pastore di Erma qualche cosa per la storia del cristianesimo a Roma, come pure per la storia del sacramento della penitenza. Ci permette, tuttavia, di affacciarci sull’ascesi praticata in seno al giudeo-cristianesimo, anche perché forse Erma era fratello del vescovo di Roma Pio I (140/154) e l’autore si fa contemporaneo di Clemente. Risulta che la 5° visione era una volta l’inizio dell’opera.
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