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Commento al Credo (CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA)
Sabato, 10 gennaio @ 00:48:26 CET
Dogmatica

CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA

A partire dalla redenzione

A questa domanda la fede cristiana sin dalle sue origini ha dato risposta collegando fra loro creazione e redenzione. Come aveva fatto il popolo d’Israele, così la Chiesa alla confessione del Dio creatore passando attraverso l’esperienza del Dio Salvatore.
E’ alla luce dell’evento pasquale che la storia delle origini è letta come storia trinitaria.
La creazione viene anzitutto riferita al Padre in quanto principio di ogni vita: dalla sorgente inesauribile della divinità ha origine tutto quanto esiste; dal Padre è “ogni paternità in cielo e in terra” (Ef 3,15). Riprendendo la formulazione niceno-costantinopolitana confessiamo che Dio Padre è onnipotente, creatore e signore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Dalla distinzione fra il Padre e il Figlio deriva la comunione all’interno dell’infinità alterità fra il Creatore e ogni creatura: “tutto è stato creato per mezzo di Cristo e in vita di Lui (…)
per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili ..” (cfr.Col 1,16).
Come nella vita divina trinitaria lo Spirito, in quanto amore unificante unisce il Padre al Figlio, così lo stesso Spirito unisce la creatura al Creatore.
Tutto è stato creato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito. E nello stesso Spirito, per mezzo del Figlio unico mediatore, tutto ritornerà al Padre.


L’orizzonte creaturale

Pertanto, tutto quanto esiste, in qualunque forma o spazio o tempo esista, in quanto ha ricevuto essenza ed esistenza, va riconosciuto come creatura dell’unico e solo Dio. Ammettendo che esistano altri mondi a noi ignoti il Padre estende la sua signoria anche su di essi.
E’ chiamata in causa l’onnipotenza creatrice di Dio che non può essere misurata secondo i criteri valutativi della conoscenza umana, e neppure limitata nelle sue infinite possibilità dall’uomo. Dio è Dio e la creatura non è Dio.
Un richiamo alla vastità e profondità dell’azione creatrice di Dio è rappresentato dalla fede nell’esistenza di un universo angelico. Gli angeli esprimono la memoria permanente di un orizzonte oltre l’umano, che sfugge alle pretese della ragione. In un mondo adulto ed emancipato così come si presenta il mondo d’oggi, si sta riscoprendo fortemente il bisogno di un orizzonte più ampio, capace di oltrepassare le ristrettezze della ragione orgogliosamente sicura di sé e di un’umanità pensata e programmata a partire soltanto dall’uomo.
Anche l’angelo decaduto, Satana, esprime le possibilità radicali della creatura di fronte al Creatore, fino ad arrivare al tragico rifiuto di Dio, nella consapevole volontà di voler operare contro di Lui, pur rimanendo sotto il suo indiscusso primato.


Il peccato dell’origine: rifiuto del progetto creaturale di Dio

All’inizio Dio offre all’uomo la propria amicizia insieme ad una condizione di vita paradisiaca. L’uomo si ribella con il primo peccato, stravolgendo così la sua esistenza, e affondando in una moltitudine di peccati.
Questa dinamica della storia viene rappresentata simbolicamente in Gn 1-11, a partire al peccato originale di Adamo e di Eva.(1)
L’uomo cede alle seducenti tentazioni del serpente che incarna l’idolatria satanica. Non si fida più di Dio, rifiutando di riconoscerne la signoria sulla sua vita e norma dl suo agire. Cibandosi del frutto dell’albero della scienza dl bene e del male si autodetermina, facendosi legge a se stesso. Vuole sperimentare tutto e decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male. Pretende di realizzare, senza Dio e la sua grazia, il proprio desiderio illimitato di vivere. Detto in sintesi, vuole essere praticamente un dio, autosufficiente e onnipotente.


Il peccato si estende e si moltiplica

Il rifiuto della comunione con Dio porta l’uomo a vivere in una terra diventata ormai ostile. Si sente umiliato dalla vergogna, minacciato e impaurito dalla morte, incapace di controllare i propri istinti. Gli uomini sperimentano la divisione tra di essi. L’armonia originaria con Dio, con se stessi, con gli altri e con la natura non esiste più.
L’umanità è trascinata dalla legge del peccato, precipitando nella confusione e nella disgregazione (2).


La riflessione del magistero della Chiesa sul peccato

Nel tentativo di conciliare il pelagianesimo e il protestantesimo, due visioni estreme maturate riguardo al problema del peccato e della salvezza, il magistero si è espresso secondo questi enunciati dottrinali (3).
-Il peccato primordiale dei progenitori ha causato la perdita della giustizia originale per loro e per tutti i discendenti;
-Il peccato originale ereditario è in ogni uomo per il solo fatto di nascere, in quanto riceve una sua natura umana privata -della giustizia originale, ferita e inclinata al peccato;
-La corruzione non è totale e la libertà può e deve cooperare con la grazia;
-La redenzione e la grazia di Cristo sono assolutamente necessarie a tutti per la giustificazione e la salvezza;
-Il peccato originale è soppresso mediante il battesimo;
Rimane la concupiscenza che deriva dal peccato e dispone al peccato, ma propriamente non è peccato.


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NOTE

(1) Cfr. CdA n.390

(2) Cfr. Gn 6,11; 11,1-9; CdA n.391-392

(3) Cfr. Sinodo di Orange (DS 371-372); Concilio di Trento (DS 1511-1515-1551-1552-1554-1555)

 

APPENDICE


Riferimenti bibliografici:

Catechismo della Chiesa cattolica.
Per approfondire si possono leggere dal cap. I - paragrafo 3 (nn. da 268 a 274); paragrafo 4 (nn. da 279 a 314)


Note esplicative sul peccato originale e redenzione

Ogni uomo è plasmato dalla solidarietà con gli altri, con chi lo ha preceduto e con chi lo accompagna. Non si parte mai da zero. Viviamo inseriti in un intreccio di doni naturali, culturali e spirituali. La nostra libertà si attua sempre in una situazione storica oggettiva, da cui viene condizionata. La comunicazione della vita divina avviene in modo da valorizzare le mediazioni umane.
I nostri peccati indeboliscono la comunicazione del bene e alimentano il contagio del male. Tendono a deformare la società con una mentalità e con strutture di peccato, che gravano sulle decisioni personali. Si sviluppa così una storia separata da Dio, avversa a Cristo, che ostacola fino a bloccare l’iniziativa divina.
Ogni uomo, senza alcuna responsabilità personale, viene al mondo in questo contesto inquinato. Privato della grazia santificante, è incapace di entrare in dialogo filiale con il Padre e di amarlo sopra ogni cosa,; incline a chiudersi nell’esperienza terrena e di assolutizzare i beni temporali. Così la sua libertà, indebolita interiormente e condizionata negativamente dall’esterno, non riuscirà ad osservare la Legge di Dio e arriverà prima o poi, a commettere gravi peccati personali, incamminandosi verso la perdizione eterna.
La condizione in cui l’uomo nasce è uno stato soggettivo della natura umana, trasmesso insieme ad essa, non un atto delle persone. Viene chiamata peccato originale non perché sia una colpa, ma perché deriva da una colpa altrui e fruttifica in successive colpe personali. E’ analoga alle situazioni di peccati gravi e permanenti.
Nessun uomo da solo potrebbe con le sue sole forze uscire da questa situazione chiamata regno del peccato e della morte. Il Signore Gesù, crocifisso e risorto, ci comunica la potenza del suo Spirito e spezza le catene che ci tengono prigionieri, rigenerandoci a nuova vita.
Certamente, anche dopo questa rigenerazione, permangono sia le inclinazioni interiori disordinate che le seduzioni negative esterne, ma non sono più irresistibili. Occorre ancora combattere, ma si può vincere.
Anche la sofferenza e la morte rimangono, ma assumono un altro senso e diventano occasione di crescita spirituale. La vita divina elimina il peccato e ne trasfigura le conseguenze. Ci introduce nella vita pasquale che è superiore alla stessa vita paradisiaca originale.
“Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). (1)

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NOTE

(1) Cfr.CdA nn.396-397-398-399


 
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