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Commento al Credo (PADRE ONNIPOTENTE)
Sabato, 10 gennaio @ 00:31:59 CET
Dogmatica

PADRE ONNIPOTENTE


Onnipotente nell’amore

In base a quanto detto riguardo la definizione di Dio indissolubilmente legata alla realtà dell’amore, possiamo ora inoltrarci ad esaminare il primo attributo che la professione di fede riconosce a Dio: l’onnipotenza. Parola che in passato, ma ancora oggi può creare degli equivoci. “L’onnipotenza di Dio viene chiamata in causa nella natura e nella storia là dove si arrestano la scienza e la tecnica, l’economia e la politica o quando non siamo più in grado di fronteggiare i nostri problemi personali… Ma dopo i massacri del nazismo e del comunismo, non è più possibile parlare di un Dio onnipotente, assoluto, che tutto potrebbe fare, ma di fronte a enormi catastrofi su naturali e crimini contro l’umanità, non interviene, ma tace, tace e tace …” (H.Kung, Il Credo, Milano, 1994, p.23).
Ma l’onnipotenza di Dio è altro: Dio, il Padre di Gesù, è Colui ha cominciato una volta e per sempre ad amare e che non è mai stanco di cominciare ad amare: è il Padre onnipotente.
Possiamo domandarci dove nasce in Lui questo coraggio di amare, tanto più sorprendente quanto più pensiamo alla storia d’ingiustizia, di peccato e di morte che è la storia del mondo in cui viviamo. Come fa questo Dio-della-vita a non stancarsi dei nostri rifiuti, delle nostre indifferenze, dei nostri tradimenti, che ci rendono uomini deboli, idolatri e sanguinari?
Questi interrogativi non hanno risposta se non si contempla il mistero della gratuità del Suo amore: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati … Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,10.16).
Il Padre è l’eterno Amante, Colui cui appartiene in assoluto l’iniziativa dell’amore: senza essere costretto o motivato da qualche causa esterna. Egli ha iniziato nell’eterno ad amare e continuerà per sempre ad amare.
“Uomo, dice il Signore, considera ch’io sono stato il primo ad amarti. Tu non eri ancora al il mondo, il mondo neppur v’era ed io già ti amavo” (S.Alfonso Maria de Liguori).
Quest’amore che un ‘dare gratuitamente’, è all’origine dell’atto della creazione: “E’ l’amore che fa esistere” (M.Blondel).
Lo stesso amore è alla radice dell’atteggiamento che il Padre ha nei confronti degli uomini.
Ama le pecore smarrite (1), i peccatori e i malati (2), i perduti (3): in una parola gli ultimi, quelli che nessuno ama.
Un brano di S.Paolo riassume bene questo orientamento di Dio: “Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-28).
Se dunque Dio è Padre è Amore non ci sarà nessun motivo o colpa per cui possa dimenticarsi dell’uomo e voltargli le spalle. Dio continua e continuerà ad amare gli uomini perché diversamente smentirebbe se stesso in quanto Amore incondizionato.


Le provocazioni

Di fronte al Padre di infinita misericordia si leva la domanda che viene dal dolore del mondo: perché il dolore se Dio ci ama? Perché il suo silenzio davanti ai dolori del mondo? Dov’è il Padre onnipotente nell’amore? Dio muore nell’innocente che muore (4).
Il primo senso di questa risposta tragica in cui si afferma la morte di Dio nell’innocente che muore porta a risolvere il senso della vita dell’uomo in un puro esistere per la morte, dove tutto è destinato al nulla. Tutte le risposte atee conducono a guardare la morte negli occhi e perdersi in essa, confessando che nulla ha veramente senso. Anche il ‘carpe diem’ non può che trascinarsi in una tristezza invincibile e una protesta contro Dio.
Alla protesta contro Dio si oppone l’atteggiamento opposto: la resa, la rinuncia alla domanda dell’uomo sofferente. Il grido del deportato di Auschwitz rivela qui il suo secondo senso: nell’innocente che muore si presenta la morte di un Dio senza cuore, dl Dio dei pii e di coloro che si ritengono giusti e sono convinti della giustizia divina ripristinata con le pene del mondo. Quasi una celebrazione della gloria di Dio a prezzo della morte dell’uomo.


La risposta di un Dio com-passionato

Accanto all’innocente che muore, solidale con lui ed in lui c’è il Dio della Croce: non un giudice lontano, impassibile spettatore della sofferenza umana; ma il Dio vicino, il Dio ‘compassionato’, il Dio che ha fatto suo il dolore del mondo per dare ad esso senso e conforto.
Il Vangelo del dolore di Dio è il Vangelo dl Crocifisso che si consegna alla morte per amor nostro. In questo modo si annuncia non la morte di Dio ma la morte in Dio, in senso trinitario. La passione del Crocifisso, e in essa la passione del mondo, toccano profondamente il mistero della divinità, coinvolgendo ciascuna delle Persone divine e inserendo la storia del dolore del mondo nell’eterna storia dell’amore divino.
Al patire umano viene così riconosciuta una dignità infinita: così grande da essere assunta dal Figlio e al contempo rivelativi della vicinanza di Dio Padre ad ogni sofferenza degli uomini, per redimerla e dare ad essa consolazione e speranza.
Il Vangelo della Croce non pretende essere la risposta al problema del silenzio di Dio: la domanda viene superata nella certezza della prossimità del Dio vicino, che offre a tutti, per vie misteriose, che Lui solo conosce, la possibilità di trasformare il dolore in amore, la bestemmia in invocazione, la storia della sofferenza in storia dell’amore del mondo.
“Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce” (J.Moltmann).

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NOTE

(1) Cfr. Lc 15,4-7: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

(2) Cfr. Lc 5,31s: “Gesù rispose: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
[32]io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”.


(3) Cfr. Lc 19,10: “il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”

(4) Dinanzi ai poveri impiccati nel luogo dell’Olocausto, l’Auschwitz di ogni miseria umana, mentre il condannato più giovane si dibatte lottando con la morte, la voce di un prigioniero domanda: “Dov’è dunque Dio?”. E il grido di un altro racchiude tutte le possibili risposte: “Eccolo: è appeso lì, a quella forca”. (cfr.E.Wiesel, La notte, Firenze, 1980, p.67)
 
 
 
 

 
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