Benvenuto su


Contenuti Principali
· Essere Cattolici
· I Fondamenti del Cristianesimo
· Corso di Filosofia
· Lineamenti di Teologia
· Catechismo Essenziale
· Preghiere
· Dizionari di Teologia
· Biblioteca
· Approfondimenti
· Introduzione alla Bibbia
· Web Link

Moduli
· Home
· Archivio Articoli
· Cerca
· Contattaci
· Contenuti Principali
· Invia un Articolo
· Messaggi Privati
· Passaparola
· Profilo Utente
· Sondaggi
· Statistiche
· Top 10
· Ultimi Articoli

Chi c'è in linea.
In questo momento ci sono, 7 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Non ci conosciamo ancora? Registrati gratuitamente Qui

Login
Nickname

Password

Codice di Sicurezza: Codice di Sicurezza
Digita il codice di sicurezza

Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!. Come utente registrato potrai sfruttare appieno e personalizzare i servizi offerti.

 
Introduzione alla Bibbia - Le Lettere Cattoliche
Sabato, 28 luglio @ 23:38:35 CEST
Sacra Scrittura

INTRODUZIONE

[di P. Rossano ]

Si chiamano «cattoliche» sette lettere del Nuovo Testamento che non sono indirizzate a nessuna comunità particolare e sono attribuite due a san Pietro, una a san Giacomo, una a san Giuda e tre a san Giovanni. Forse è stata proprio l'assenza di destinatari particolari a suggerire l'appellativo «cattolico», cioè universale, documentato già nell'antichità. Questa piccola raccolta è attestata nel secolo IV, ma la sua collocazione nella lista degli scritti neotestamentari non appare fissa, e si trovano differenze anche nell'ordine delle lettere in seno alla stessa raccolta. La Volgata latina ha imposto la prassi di collocarle tra le lettere di san Paolo e l'Apocalisse; alla Volgata si deve anche l'ordine poi comunemente accettato: lettere di Giacomo, di Pietro, di Giovanni, di Giuda, probabilmente sotto l'influsso di Gal 2,9 che fa menzione delle «colonne» della chiesa, nominando nell'ordine Giacomo, Cefa o Pietro e Giovanni. Nelle moderne edizioni della Bibbia si preferisce porre la lettera di Giuda prima delle tre lettere di Giovanni per unire queste ultime all'Apocalisse, anch'essa di Giovanni.
Le più brevi di queste lettere, precisamente la seconda di Pietro, la seconda e terza di Giovanni e quella di Giuda, incontrarono qualche incertezza per entrare nel canone ufficiale della chiesa e ancora Eusebio (prima metà del secolo IV) le colloca tra gli antilegómena, ossia tra gli scritti sulla cui autenticità si sollevavano dubbi ai suoi tempi; successivamente però cessò ogni contestazione.
Ciascuna lettera possiede un suo carattere proprio e una propria finalità; anche la forma e lo stile sono diversi, data la pluralità degli autori e delle cause che ne provocarono la redazione. L'esposizione serena della vita divina recata al mondo dal Redentore che si legge nella prima lettera di Pietro è molto distante dal tono della diatriba che si riscontra nella lettera di Giuda e nella seconda di Pietro; è pure rilevante la diversità di tono fra quest'ultima e la prima lettera di Pietro. Nonostante queste marcate differenze, tutte queste lettere sono come omelie pastorali redatte in forma di lettera per favorirne la diffusione. I temi di catechesi cristiana che vi svolgono vanno oltre l'interesse di un gruppo particolare di lettori e riguardano tutta la comunità cristiana; rappresentano perciò un modello tipico degli insegnamenti cristiani dati alle prime comunità. Di qui la differenza dalle lettere di san Paolo. Anche la forma è molto impersonale e non si diversifica molto da quella ben nota dei rabbini e dei filosofi stoici itineranti. Nel quadro della dottrina neotestamentaria queste lettere rappresentano come il tratto d'unione tra la semplice predicazione evangelica e le grandi esposizioni dottrinali e morali di grande valore che impressionano profondamente il lettore.


GIACOMO

[di U. Vanni ]

L'autore di questa lettera si presenta come «Giacomo servo di Dio e del Signore Gesù Cristo», 1,1, ma è difficile dire chi veramente sia. Egli si identifica con Giacomo, «fratello del Signore», non l'apostolo, favorito da un'apparizione di Gesù risorto, 1Cor 15,7, a cui Pietro fece annunziare la propria liberazione dal carcere, At 12,17, stimato una delle colonne della chiesa, Gal 2,9, capo della chiesa di Gerusalemme per una trentina d'anni, molto osservante del giudaismo, ucciso verso il 62 sotto il sommo sacerdote Anania, dopo la morte del procuratore Festo. A lui, appunto, la tradizione cristiana attribuisce la lettera; ma vi sono seri motivi per ritenere che non sia opera sua, bensì di qualche discepolo, che può averla scritta prima della fine del secolo.
L'attaccamento dell'autore al giudaismo si manifesta nello stesso scritto, che si presenta tutto impregnato di Scrittura, la quale, pur senza essere apertamente citata, ne guida il pensiero. Inoltre l'autore si mostra assai aderente alle usanze giudaiche, e può darsi benissimo che il suo insegnamento sulla necessità delle opere assieme alla fede, 2,14-26, rifletta questa mentalità ebraica, come pure il culto della povertà e la considerazione per i poveri, 2,2-13, che risente dell'insegnamento biblico sui «poveri di Jhwh» e del discorso della montagna che inizia beatificando i poveri, cfr. Mt 5,3; cfr. pure l'invettiva contro i ricchi, Gc 5,1-6.
La lettera, che si può chiamare tale solo per l'indirizzo posto al principio, non contiene alcuna notizia personale, non accenna a necessità particolari, ma può essere considerata come un complesso di esortazioni varie, senza legame profondo tra loro, miranti a ottenere che la vita cristiana sia vissuta nelle sue esigenze.
E' indirizzata «alle dodici tribù d'Israele che si trovano disseminate nel mondo», cioè in mezzo ai pagani: forse si tratta delle comunità cristiane di Siria e Cilicia, di Ebrei convertiti al cristianesimo, buoni conoscitori sia della Bibbia che dell'insegnamento di Gesù. Sono comunità ancora turbate da consuetudini della vita anteriore dure a morire, invitate a una più radicale ed effettiva pratica delle virtù cristiane, specialmente la fede, che dev'essere vitale, 2,1.5.4-17; 5,15, la carità senza preferenze, 2,2-4.13; 5,7, la fortezza nelle tentazioni, 1,12-15, provenienti dal diavolo, 4,7, o dalle prove, 1,12, la prudenza nel parlare, 3,2-11, la dipendenza da Dio, 4,7s.13-17, la pazienza, 5,7-11. Lo scritto raccomanda assai la preghiera, sia individuale che comunitaria, la quale deve accompagnare il cristiano in ogni necessità, 1,5-8; 4,2s; 5,13-15.
Importante per la teologia è l'accenno alla preghiera e all'unzione con olio dell'ammalato, ad opera degli anziani della comunità, 5,14s, su cui il Concilio di Trento ha basato la prova scritturistica per il sacramento dell'unzione degl'infermi.
Quando e dove e a chi sia stata scritta questa lettera rimane storicamente un enigma. La menzione delle «dodici tribù disseminate nel mondo» (letteralmente: «nella diaspora») la riferisce probabilmente a tutta la chiesa e non solo a giudeo-cristiani. Essa risulta presto e ben accolta come ispirata in Egitto, sin dalla prima metà del II secolo, donde passò alle chiese copte in Grecia e finalmente a Roma.


I PIETRO

[di U. Vanni ]


La lettera inizia con molta semplicità: «Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai pellegrini della dispersione... eletti»; senza ampollosità, l'autore si presenta come Pietro apostolo molto ben conosciuto dai vangeli e dagli Atti, conscio della propria responsabilità di padre e pastore, testimone delle sofferenze di Cristo, 5,1, predicatore della sua risurrezione, 1,21; 3,18.21, preoccupato di mantenere nella fedeltà i cristiani a cui scrive, pressati da un ambiente ostile e soggetti a molteplici sofferenze.
L'autorità della lettera fu assai presto riconosciuta, e sin dalla fine del I secolo esercitò la sua influenza, per esempio su Clemente Romano, che le si ispira scrivendo ai Corinzi, su Policarpo e Papia che l'ammirano, sulla lettera delle chiese di Lione e gli Atti dei martiri scillitani, che la citano. Il primo ad attribuire la lettera espressamente a Pietro è sant'Ireneo, seguito poi da Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene e così via. Le difficoltà sollevate in seguito da alcuni critici non annullano il peso della tradizione che la collegano con il capo degli apostoli.
Egli scrive per i pellegrini della dispersione, piccoli gruppi di cristiani sparsi in varie province dell'Asia Minore, strettamente uniti in fraternità, 2,17, di condizione molto ordinaria, formati da una maggioranza di convertiti dal paganesimo, 1,14.18; 2,9s.25; 4,2s, ma anche da buon numero di persone provenienti dal giudaismo, conoscitori della sacra Scrittura, 1,15; 2,5.9; 3,20; 5,8, tutti circondati da difficoltà e sofferenze, provenienti dall'ambiente ostile circostante, 1,6; 2,12.19-21; 3,14-17; 4,12-16. Non si trovano esposti a difficoltà straordinarie, ma a prove quotidiane che possono rendere pesante e difficile la costante fedeltà, 2,11 s.15; 3,1s.15s; 4,4.
Scritta da Roma, qualificata come «Babilonia» perché pagana e persecutrice, 5,12, dove più facilmente si poterono trovare assieme a Pietro anche Sila e Marco, 5,12s; Col 3,10; Fm 24, si può probabilmente datare all'epoca di Nerone, verso l'anno 64. La redazione è stata fatta da Silvano (Sila), di cui si parla spesso in Atti 15-18, dietro indicazione di Pietro, 5,12. Vi è però chi pensa che la lettera sia stata scritta verso gli anni 80, presumibilmente nell'Asia Minore.
Il contenuto della lettera è pratico e tocca gli argomenti principali della catechesi primitiva, quali: Dio Padre, misericordioso e giusto, 1,3.17; 2,23; 4,5.17; Gesù Cristo preesistente, 1,20, Signore, 1,3; 2,3; 3,15, salvatore degli uomini mediante il proprio sangue, 1,19; 4,4; 5,1-4, risuscitato e glorificato, 3,21s; 4,11; 5,20, che verrà a giudicare i vivi e i morti, 4,5s.17s; l'uomo peccatore, 1,18; 2,24; 3,18; 4,3, salvato mediante il battesimo, che lo impegna a una vita nuova. 1.13: 2,1-11; 3,13; 4,1.15, in unione a Gesù Cristo, 2,4s.9; 5,2s.12, con cui forma il nuovo popolo santo, tempio spirituale, 2,4-9. Una caratteristica dei cristiani su cui più volte ritorna la lettera è la partecipazione alle sofferenze di Cristo, 1,6s; 2,19-21; 3,14; 4,13s; 5,10, attraverso le quali si diventa suoi collaboratori, tesi verso la felicità e la dimora futura ed eterna. Inoltre, solo in questa lettera troviamo espressa la discesa di Cristo agl'inferi, 3,19; 4,6, esaltante l'ampiezza della sovranità di Cristo e l'efficacia universale della redenzione da lui operata: infatti anche i morti sono stati evangelizzati!


II PIETRO

[di U. Vanni ]

Questa lettera si presenta scritta da «Simeone Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo», 1,1; cfr. 3,1, ma, mentre la prima fu assai presto conosciuta e riconosciuta come scritta dal principe degli apostoli, questa si fece strada assai lentamente e non senza difficoltà: è conosciuta da Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, i quali però dubitano della sua autenticità pietrina, e anche quando, dalla seconda metà del IV secolo, essa viene sempre più spesso nominata tra i libri canonici, non è attribuita all'apostolo Pietro. D'altra parte, anche nella lettera ci sono elementi che fanno dubitare della sua autenticità: la denominazione Simeone, invece dell'ordinario Simone, è almeno curiosa; così come l'insistenza a presentarsi come testimone oculare della trasfigurazione, 1,16, a cui il Signore ha predetto la morte, 1,14, e lo ha reso responsabile della fede della Chiesa, 1,12-18; 3,17s, lasciano il dubbio che si voglia sostenere una qualifica non evidente! Sembra poi inverosimile che le lettere di san Paolo fossero già conosciute intorno al 64, data in cui dovrebbe essere stata scritta la lettera, 3,16; come pure l'accenno alla seconda lettera inviata si dimostra sfasato, giacché questa lettera ha ben poco di parallelo al contenuto della prima.
Tuttavia, pur non essendo riconosciuta come di Pietro, questa lettera dovette essere scritta da un suo discepolo che ne interpretò fedelmente il pensiero, e lo scritto, per la ricchezza del suo contenuto e l'opportunità delle sue esortazione morali, fu assai usato nelle comunità cristiane e considerato Scrittura sacra. Probabilmente fu composto verso il 90, nella seconda generazione cristiana, 3,4, quando alcuni cristiani defezionavano, 2,20-22; 3,17, gli erranti crescevano e s'infiltravano nella comunità, lasciandosi portare dal più lascivo libertinismo, 2,2.10.12s.18, dal disprezzo per ogni autorità, 2,10, e negavano la divinità di Cristo, 2,1. Si desiderava già un'esegesi ufficiale della sacra Scrittura, non soggetta a interpretazioni private, 1,20, e già mal interpretata da alcuni, 3,16.
L'utilità pratica della lettera è notevole. Essa potrebbe intitolarsi: fede e vita cristiana; a Dio che chiama e dona abbondantemente, 1,3s, il cristiano deve rispondere con la pratica della virtù, 1,5-10, l'accettazione dell'insegnamento vero, 1,16.19s, non prestando ascolto a falsi profeti e dottori, 2,1-3, ma credendo a Dio e vivendo nella speranza 3,5-18. Importante è il richiamo alla Scrittura ispirata da Dio, alla quale non si possono dare interpretazioni private, 1,19-21.


I GIOVANNI

[di B. Prete ]

Oltre al vangelo attribuito a san Giovanni, tre lettere ci sono state tramandate con il suo nome. La prima è particolarmente importante e assai simile al vangelo, cui si avvicina per l'uso di molte parole e intere frasi simili, per la rassomiglianza di stile e per molti concetti sviluppati.
L'autore si presenta come uno che è conscio della propria autorità rispetto ai lettori e sa di essere portatore della tradizione evangelica. Egli desidera comunicare quanto ha appreso, lungamente meditato e predicato, di cui è stato testimone oculare e su cui considera importante ritornare, a causa degli errori incombenti da cui vede minacciati i lettori. La tradizione, fin da Papia, conosce questa lettera, e con Ireneo e Clemente Alessandrino l'attribuisce espressamente a Giovanni apostolo. Egli non si nomina, né indica a chi scrive, così che il suo scritto ha più l'apparenza di un piccolo trattato di catechesi che di una lettera, ma le varie volte che si rivolge ai lettori chiamandoli figlioli lasciano scoprire il genere letterario e capire come vi fosse reciproca conoscenza e amore fraterno tra scrittore e lettori.
I destinatari sono pagani convertiti, da ricercarsi con probabilità tra le chiese dell'Asia Minore, più precisamente nella regione di Efeso, persone che già credono nel nome del Figlio di Dio, 5,13, ma che devono ancora riconoscersi peccatrici, 1,8, che l'autore vuole illuminare su verità già conosciute e possedute, 2,21, ma ora messe in pericolo da falsi maestri sorti nella stessa comunità, 2,19, chiamati anticristi.
Gli errori che cominciavano a circolare negavano principalmente la realtà dell'incarnazione, scalzando così il fondamento stesso della fede in Cristo, che degradavano a un semplice essere intermedio tra Dio e gli uomini. Sostenevano pure l'inutilità della redenzione, affermando che all'uomo basta la scienza, la gnosi, per elevarsi a Dio.
Contro tali errori si scaglia Giovanni, con tutto l'ardore della sua fede e del suo amore per il suo Signore e per i fedeli minacciati. Ne risulta uno scritto in cui gli argomenti, le ragioni, i richiami, gli inviti appassionati s'intersecano, si accavallano, si ripetono, senza un piano logicamente concepito, ma come sprizzanti da un cuore innamorato, desideroso di comunicare ai lettori la gioia di vivere nella comunione con Dio, conosciuto come amore 4,16.
La divinità di Gesù, incarnatosi per la salvezza degli uomini, 2,1s, è ripetutamente richiamata come base della fede, 4,2, fede minacciata dall'anticristo personalizzato in molti falsi dottori, fede che unisce con Dio-Amore, 1,3.6s: nella comunione con il Padre e il Figlio, nella luce dello Spirito Santo, nella fuga dall'errore, nella fedeltà alla dottrina ricevuta, nell'amore fattivo ai fratelli, unica garanzia che si ama Dio.
Dove sia stata scritta la lettera è difficile dire: la tradizione presenta Giovanni a Efeso, scelta come centro della sua attività apostolica, e in questa città si può pensare che abbia avuto origine anche la prima lettera.
Più incerta ancora è la data di composizione, su cui tace la tradizione. Data la stretta relazione tra questa lettera e il quarto vangelo, si può supporre che i due scritti abbiano visto la luce a poca distanza l'uno dall'altro intorno alla fine del I secolo.


II GIOVANNI

[di B. Prete ]


E' un brevissimo scritto anonimo che un autorevole presbitero indirizza alla «eletta Signora e ai suoi figli», chiaro riferimento a una chiesa locale di cui ignoriamo l'identità. La lettera ricalca nelle preoccupazioni e nello stile la prima di Giovanni: è un appassionato invito ad amarsi a vicenda e a guardarsi dai falsi dottori.
Trattandosi d'un testo tanto breve e poco originale nel contenuto, ebbe qualche difficoltà a inserirsi nel canone dei libri ispirati. Ne danno però autorevole testimonianza Ireneo, il Canone muratoriano, Agostino e altri. E' ignota la località di provenienza. La data di composizione dovrebbe oscillare intorno alla fine del I secolo.


III GIOVANNI

[di B. Prete ]

Come la seconda di Giovanni, anche questa lettera è indirizzata dall'anonimo presbitero a un non meglio noto Gaio, di cui viene lodata la fede, la carità e la fedeltà, e al quale vengono raccomandati i cosiddetti apostoli itineranti, «in cammino per il nome di Gesù», e bisognosi di aiuti e d'assistenza da parte dei fedeli. Per contro si biasima un certo Diotrefe che, geloso del suo potere, vuol fare da padrone nella chiesa.
Identico nella conclusione alla seconda lettera, questo biglietto ne condivise probabilmente la datazione (fine I secolo), come ne condivise le difficoltà nell'inserirsi nel canone biblico.


GIUDA

[di U. Vanni ]

L'autore si dichiara «fratello di Giacomo», che viene comunemente indicato come «fratello di Gesù», quindi né l'uno né l'altro dei Giuda apostoli, poiché, in caso che lo fosse stato, non avrebbero mancato di indicarlo. Come parente di Gesù dovette godere di grande stima nella chiesa primitiva, per cui poté rivolgere autoritativamente, ai fedeli che certo lo conoscevano e che erano con ogni probabilità palestinesi, questo breve scritto.
Non si dice chi fossero questi destinatari, ma erano in pericolo per la loro fede, per l'insorgere del movimento gnostico, che negava la divinità di Cristo e si mostrava piuttosto licenzioso nei costumi, 4.7. Considerando che questo movimento doveva ancora essere agli inizi, 4.12, che la lettera considera come passati gli apostoli e conosce le lettere di san Paolo, 17-19, l'autore dovette scrivere verso gli anni 80, prima della seconda, lettera di Pietro, che pare dipendere da questa. Per la scarsezza di contenuto teologico, l'incertezza del carattere apostolico dell'autore e specialmente per le allusioni e le citazioni di alcuni libri apocrifi, 7.14s, trovò qualche difficoltà a essere accolta come canonica. Tuttavia, se si escludono le chiese della Siria, si può affermare che la lettera, sin dalla fine del secolo II e al principio del III, era accolta come Scrittura canonica dalla totalità delle chiese, sia alessandrine che palestinesi e latine. Non deve costituire particolare difficoltà la presenza di reminescenze apocrife, comuni ai tempi dell'autore, a cui egli ricorre senza attribuirvi particolare autorità, nello stesso modo con cui ricorre a reminescenze anticotestamentarie, utili per l'insegnamento. Lo scritto fu composto in lingua greca piuttosto perfetta; si è perciò pensato che anche questo scritto, come la prima e la seconda lettera di Pietro, non sia opera letteraria di un palestinese Giuda ma di qualche discepolo o collaboratore d'origine ellenistica.
Il punto principale su cui si ferma è la fede, da conservarsi come la si è ricevuta dagli apostoli, 3.5.17, da viversi nello Spirito Santo ed esercitarsi nella carità, 20.22s. E' pure particolarmente sviluppato l'insegnamento circa gli angeli, chiamati «Glorie», 8, distinti in buoni e cattivi, 6.9.


 
Login
Nickname

Password

Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!. Come utente registrato potrai sfruttare appieno e personalizzare i servizi offerti.

Links Correlati
· Inoltre su Sacra Scrittura
· Articoli di Trianello


Articolo più letto relativo a Sacra Scrittura:
Introduzione alla Bibbia - Le Lettere di Paolo


Valutazione Articolo
Punteggio Medio: 5
Voti: 1


Dai un voto a questo articolo:

Eccellente
Ottimo
Buono
Sufficiente
Insufficiente


Opzioni

 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 Invia questo Articolo ad un Amico Invia questo Articolo ad un Amico


© 2007, 2008, 2009 Essere Cattolici.
AVVISO: la redazione è a disposizione degli aventi diritto qualora desiderassero la rimozione di materiale incautamente pubblicato, nonché per eventuali, involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e/o delle immagini.
PHP-Nuke Copyright © 2004 by Francisco Burzi. This is free software, and you may redistribute it under the GPL. PHP-Nuke comes with absolutely no warranty, for details, see the license. Bed & breakfast a Roma
Generazione pagina: 0.09 Secondi