Benvenuto su


Contenuti Principali
· Essere Cattolici
· I Fondamenti del Cristianesimo
· Corso di Filosofia
· Lineamenti di Teologia
· Catechismo Essenziale
· Preghiere
· Dizionari di Teologia
· Biblioteca
· Approfondimenti
· Introduzione alla Bibbia
· Web Link

Moduli
· Home
· Archivio Articoli
· Cerca
· Contattaci
· Contenuti Principali
· Invia un Articolo
· Messaggi Privati
· Passaparola
· Profilo Utente
· Sondaggi
· Statistiche
· Top 10
· Ultimi Articoli

Chi c'è in linea.
In questo momento ci sono, 7 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Non ci conosciamo ancora? Registrati gratuitamente Qui

Login
Nickname

Password

Codice di Sicurezza: Codice di Sicurezza
Digita il codice di sicurezza

Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!. Come utente registrato potrai sfruttare appieno e personalizzare i servizi offerti.

 
Introduzione alla Bibbia - Le Lettere di Paolo (Introduzione)
Sabato, 28 luglio @ 23:25:05 CEST
Sacra Scrittura

Le Lettere di Paolo


[ di P. Rossano ]

«Sono un ebreo di Tarso, in Cilicia»: così san Paolo diede le sue generalità al tribuno romano che lo arrestava a Gerusalemme, salvandolo da un probabile linciaggio, At 21,39. E' certo che all'atto della circoncisione i genitori, che erano di osservanza farisea, gli posero il nome di Sha'ùl, a ricordo del primo re d'Israele, nome che in greco veniva detto Saulo, ed è assai verosimile che gli sia stato subito dato anche l'appellativo latino Paolo, poiché la famiglia godeva del diritto di cittadinanza romana, At 22,28. Dal Nuovo Testamento appare che Saulo-Paolo userà esclusivamente il secondo nome, Paolo, a cominciare dalla prima spedizione missionaria nel mondo greco-romano.
Si ignora l'anno di nascita, che dovrebbe collocarsi tra il 5 e il 10 d.C., il che rende Paolo di circa un decennio posteriore a Gesù, nato, come è noto, almeno 5 anni avanti l'èra volgare. Sembra certo che il giovane Saulo ricevette a Tarso la prima educazione e vi respirò il clima cosmopolita della città situata all'incrocio della cultura greca e semitica: le «Porte cilicie» attraverso la catena del Tauro la mettevano in comunicazione a nord con la Ionia; le «Porte siriache» l'aprivano verso l'oriente semitico mesopotamico; e al porto situato alle foci del Cidno approdavano navi da tutto il Mediterraneo, fino dagli «estremi confini dell'occidente», come si diceva allora, cioè dalla Spagna e dall'Africa del nord.
Questo contesto universalistico in cui si collocano le origini di Paolo offre un adeguato sfondo storico alla sua personalità, che è stata giustamente qualificata come «cosmopolita» (A. Deissmann), e gioverà alla sua missione di «portare il nome del Signore davanti ai pagani, ai re e ai figli d'Israele», At 9,15. Nella città di Tarso in particolare, secondo il contemporaneo scrittore Strabone, c'era a quel tempo «un grande fervore per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale» (Geografia, XIV, 5, 13) e vi dimorava ancora il retore Atenodoro, celebre per essere stato maestro e precettore di Augusto.
E' certo che il giovane Saulo-Paolo ricevette dalla famiglia un'educazione religiosa in base alla Tôrah o legge mosaica; è certo anche che, seguendo le indicazioni della tradizione rabbinica, il padre gli fece apprendere un mestiere manuale, che sarà quello di ske^nopoiós, cioè «fabbricante di tende», At 18,3, espressione imprecisa per noi, potendo indicare sia la lavorazione di quella stoffa ruvida tessuta con peli di capra della Cilicia, e detta perciò cilicium, sia la lavorazione delle pelli e del cuoio. Nulla invece si sa della formazione greca di Saulo; ma si può arguire che, pur non avendo frequentato scuole greche vere e proprie, la sua intelligenza vivace e aperta sia stata sollecitata dalla cultura ellenistica che lo circondava; se ne troveranno tracce evidenti nelle sue lettere.
Dopo la fanciullezza, Paolo fu inviato a Gerusalemme dove si mise alla scuola di Gamaliele, maestro di grande prestigio, che tenne scuola tra il 25 e il 50 d.C. Al momento dell'arresto, nel depositare le sue generalità, egli si appellerà con fierezza a questa scuola dove approfondì e completò la conoscenza della «Tôrah scritta» e della «Tôrah orale», At 22,3. Segno indubbio della duplice cultura acquisita sono sia la perfetta padronanza della lingua greca e di quella ebraico-aramaica, con le quali può rivolgersi pubblicamente in greco al tribuno romano, e in ebraico alla folla di Gerusalemme, At 21,37.40, destando lo stupore del funzionario imperiale, sia soprattutto la capacità di presentare in maniera differenziata la catechesi agli Ebrei e ai Greci. Gli Atti degli Apostoli attestano infatti il diverso modo di evangelizzare adottato da Paolo, che sa farsi «ebreo con gli Ebrei, greco con i Greci»: a quelli infatti darà l'annuncio di Gesù Cristo partendo da Abramo e percorrendo il disegno di Dio attraverso Mosè e i profeti; a questi incomincerà a parlare di Dio partendo dal cosmo, per giungere al suo Principio e all'Intelligenza ordinatrice. Si confronti su questo punto il discorso tenuto agli Ebrei nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, At 13,16-41, con quello celebre dato ai Greci sull'Areopago di Atene, At 17,22-31.


Paolo, il convertito di Cristo

Non si ha nessuna sicurezza che Saulo-Paolo abbia avuto rapporti diretti con Gesù, la cui attività a Gerusalemme può essere coincisa con gli anni della presenza di Paolo nella città santa. La frase che si legge in 2Cor 5,16, «Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così», non autorizza alcuna conclusione sicura. Certo è che l'attaccamento appassionato alle tradizioni ebraiche e la focosità del carattere fecero di lui, in perfetta buona fede, un temibile avversario della chiesa nascente (cfr. At 7,58; 8,1-3; 9,1s, ecc.). Dopo l'uccisione di Stefano, a cui prese parte, At 8,1, Saulo si recò a Damasco per dare la caccia ai cristiani, ma mentre stava raggiungendo la città e già vedeva approssimarsi l'oasi e le mura fu atterrato da un'apparizione folgorante di Cristo. L'avvenimento è narrato tre volte negli Atti degli Apostoli, perché segna una tappa fondamentale nella storia della chiesa, e trova ripetute allusioni nelle lettere. Rievocandolo nel corso della vita, Paolo ne parlerà come di una nascita violenta (cfr. 1Cor 15,8) e gli sembrerà di essere stato «afferrato» o più letteralmente «catturato» da Cristo, Fil 3,12, «consacrato» o «segregato» in vista del vangelo di Dio, Rm 1,1. Il fatto, avvenuto verso l'anno 35 dell'èra cristiana, mutò radicalmente il corso della sua vita (cfr. Gal 1,11-16; Fil 3,7ss).
Ricevuti il battesimo e l'iniziazione cristiana tramite Anania, un ebreo-cristiano di Damasco, At 9,19, si ritirò per qualche tempo nella solitudine dell'Arabia, Gal 1,17, e quindi ritornò a Damasco, dandosi con zelo a propagare il vangelo tra i suoi antichi correligionari, i quali non tardarono a dichiararlo apostata e a chiederne la vita. Sfuggendo alle loro insidie, si recò a Gerusalemme sotto la garanzia di Bàrnaba, un giudeo-cristiano influente di origine levitica, At 9,23ss, a «prendere contatti con Cefa», Gal 1,18. Ma per sottrarsi all'ostilità montante contro di lui accettò il consiglio di tornare a Tarso, sua città natale, At 9,29.
Fu proprio in questi giorni di Gerusalemme che, mentre si trovava a pregare nel tempio, gli apparve di nuovo Gesù e gli fece intendere che la sua missione si sarebbe dovuta indirizzare verso le genti, At 22,17-21. Si noti che anche per Paolo, come già per Pietro nel battesimo di Cornelio, si attribuisce a un esplicito ordine divino il varcare le barriere del popolo ebraico nell'annuncio messianico. Nasce allora in lui la coscienza di essere il continuatore, per la sua parte, di quel misterioso «Servo di Jhwh» che è descritto nel libro di Isaia (cfr. Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13 - 53,12) e che i cristiani interpretano come figura di Cristo e della chiesa.
Il periodo trascorso da Paolo a Tarso ci rimane oscuro e durò forse da quattro a cinque anni. Paolo vi esercitò senza dubbio il mestiere di «fabbricante di tende», ma non lo si può immaginare inattivo nell'impegno di annunciare il Cristo. E' pensabile che in questo periodo sia maturata la sua riflessione sul mistero di Gesù, che venne a prendere per lui il posto che prima occupava la Tôrah, la legge, nella sua mente e nel suo cuore di fariseo: la legge era la luce, sapienza, giustificazione e salvezza, la legge era il vanto e il sostegno di ogni israelita. Ora Paolo acquisisce la coscienza che la legge era stata soltanto un pedagogo, un maestro che formava ed educava mediante precetti. Data a Mosè nell'alleanza del Sinai, era stata scolpita su tavole di pietra e rimaneva quindi esterna all'uomo, che la interiorizzava mediante lo studio e l'osservanza rigorosa. Nella nuova alleanza invece, avvenuta con la morte e la risurrezione di Gesù, Dio stesso infonde una «legge nuova» nel cuore donando il suo Spirito (Ger 31,33; Ez 36,26). Si tratta di un dono che l'uomo deve accogliere mediante la fede; resta però sempre un'attività di Dio che agisce nell'uomo che si apre a lui. Per questo san Paolo dirà: «Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo», Gal 2,20. Cristo è il fine della legge, in lui si trovano la nuova alleanza e la nuova creazione; lui e nessun altro è il mediatore della salvezza e della giustificazione, la quale avviene per la fede senza che siano più necessarie le opere prescritte dalla legge, ed è dono dello Spirito; e il tutto è da Dio, il quale adempie in Cristo la promessa fatta ad Abramo e riconcilia a sé tutte le cose (cfr. 2Cor 5,18-19).
Questo, in parole povere, è il nucleo del pensiero di san Paolo quale dev'essersi chiarito e articolato nei primi anni dopo la conversione e a contatto delle prime esperienze missionarie. La grande avventura apostolica che seguirà non farà che trarne le conseguenze.


Paolo apostolo di Cristo

Il soggiorno di Paolo a Tarso in Cilicia fu interrotto dall'arrivo improvviso di Bàrnaba che venne a cercarlo per condurlo con sé ad Antiochia di Siria. Era accaduto che la comunità cristiana in questa città cresceva rigogliosamente e cominciavano a entrarvi cittadini non ebrei. Allora gli apostoli da Gerusalemme avevano pensato di inviarvi Bàrnaba per seguire la situazione; giunto sul posto, Bàrnaba, con intuito straordinario, «partì per Tarso a cercare Saulo e, trovatolo, lo condusse ad Antiochia. Per un anno intero essi lavorarono insieme in quella chiesa, istruendo una gran folla. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati "cristiani"«, At 11,25-26. Non v'è dubbio, secondo l'autore degli Atti, che fu l'annuncio di Gesù come Messia o Cristo e come Signore, e la concentrazione cristocentrica di tutto il messaggio evangelico operata soprattutto da Paolo, a fare apparire chiaro di fronte agli abitanti della prestigiosa città ellenistica che il Salvatore invocato dai nuovi discepoli era Cristo. D'ora in avanti Paolo farà di Antiochia la propria base di azione. Qui l'Apostolo trova il suo libero orizzonte cosmopolita; da qui partiranno le grandi spedizioni missionarie che nel giro di quindici anni sposteranno il centro della nuova fede da Gerusalemme a Roma. Per questo Antiochia figura negli Atti degli Apostoli come città cerniera tra Gerusalemme, città di origine, e Roma, dove Paolo concluderà la sua missione. Seguiremo l'attività missionaria di Paolo attenendoci allo schema offerto dagli Atti degli Apostoli, anche se presenta qualche visibile schematizzazione teologica che può aver fatto omettere episodi particolari, come il contrasto con Cefa-Pietro ad Antiochia, riferito dalla lettera dai Galati, 2,11-21, e aver suggerito qualche allargamento nell'esporre le decisioni del concilio degli apostoli a Gerusalemme. Le notizie, o meglio certe allusioni che si ricavano dalle lettere, l'altra fonte per la biografia di Paolo, non contraddicono il racconto degli Atti, anche se è da evitarsi una preoccupazione troppo concordista.
Un primo viaggio missionario in compagnia di Bàrnaba lo condusse da Antiochia a Cipro e di lì nelle regioni meridionali dell'attuale Turchia, At 13,4 - 14,26. Malgrado le difficoltà incontrate, il successo fu promettente, soprattutto tra i pagani, cosicché nel cammino del ritorno Paolo e Bàrnaba poterono stabilire nelle città evangelizzate i primi capi delle comunità locali, chiamati «anziani» o «presbiteri», At 14,23. La gioia dell'impresa fu però turbata dal sopraggiungere di alcuni «giudaizzanti», i quali chiedevano che si imponesse ai cristiani venuti dal paganesimo l'osservanza delle pratiche ebraiche. Il dissenso era grave, perché, agli occhi di Paolo, toccava l'essenza stessa della fede cristiana: da chi viene la salvezza? Da Dio mediante Gesù Cristo, o mediante la legge di Mosè? E quali tratti doveva assumere la vita nuova? Farsi guidare dallo Spirito nella legge dell'amore del prossimo e nell'invocazione filiale al Padre, oppure sottomettersi a quei precetti e astensioni di cui era specialista la tradizione rabbinica? E chi è l'autore effettivo della salvezza? L'uomo mediante il suo puntiglioso impegno, oppure lo Spirito di Dio e di Cristo che prende possesso dell'uomo e ne diventa la guida interiore, l'ispiratore nella vita indicata da Gesù? E poi si toccava l'avvenire stesso della comunità cristiana: doveva essa risolversi in una estesa, magari in una universale comunità ebraico-cristiana, oppure in una comunione in cui molti popoli, molte culture, molte tradizioni sapienziali venivano assunte per cantare ciascuna il proprio inno di lode a Dio?
Gli Atti degli Apostoli, c.15, narrano con dovizia di particolari quei giorni decisivi delle origini della chiesa. Si convocò il concilio apostolico di Gerusalemme, preludio e prototipo di tutti i concili ecumenici successivi. Parlarono Pietro, Giacomo, Paolo, i presbiteri, e l'intera comunità di Gerusalemme vi prese parte. Si riconobbe che la salvezza viene soltanto da Gesù e dal suo Spirito e che non è necessario imporre alle genti l'osservanza delle pratiche ebraiche, come la circoncisione, la distinzione dei cibi, le leggi di purità, ecc. In quella medesima circostanza venne riconosciuta ufficialmente dagli apostoli la missione di Paolo ai pagani (cfr. Gal 2,7-9), ai quali porterà il «suo vangelo» (cfr. Rm 2,16; 16,25), che cioè i pagani, al pari degli Ebrei, sono chiamati alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, senza che siano necessarie le opere prescritte dalla legge mosaica.
Ritornato ad Antiochia, Paolo intraprese una seconda spedizione missionaria, in compagnia di Sila e Timoteo. Valicata la catena del Tauro e attraversata la Galazia, raggiunse Troade, e da lì, in seguito a una visione avvenuta in sogno, At 16,9, si spinse verso l'Europa. Saranno le celebri tappe di Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, dove sostò per quasi un biennio, incontrandosi in tribunale con il proconsole Gallione, fratello di Seneca. Siamo negli anni 51-52. Si tratta di una delle date più sicure del Nuovo Testamento; la si può accertare sulla base di un rescritto dell'imperatore Claudio alla città di Delfi, in cui si fa menzione del proconsole Gallione. Da Corinto Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi, che sono probabilmente il più antico scritto del Nuovo Testamento. Poi fece ritorno alla base di Antiochia, viaggiando per mare e per terra.
Dopo non molto tempo ecco nuovamente Paolo sulla via di una terza e movimentata spedizione missionaria, che ebbe il suo centro nella grande città di Efeso, dove Paolo dimorò due o tre anni, aprendovi addirittura quello che noi chiameremmo un centro d'insegnamento cristiano, nei locali di un retore di nome Tiranno. Gli Atti degli Apostoli dicono letteralmente che l'Apostolo «teneva le sue discussioni ogni giorno nella scuola di Tiranno», At 19,9. Intanto si teneva in contatto con le comunità fondate in precedenza: da Efeso scrisse la prima lettera ai Corinzi, illustrando loro come essere cristiani significa rimanere uniti vitalmente a Gesù Cristo per la vita e per la morte, e che tale unione è un'appartenenza piena di esigenze perché deve rendere simili a lui, ma anche di gloria perché conferisce le primizie dello Spirito che inabita in ogni cristiano. Da Efeso scrisse la lettera ai cristiani della Galazia, che dopo il suo passaggio erano stati raggiunti da alcuni che li sollecitavano a sottomettersi alle osservanze legali ebraiche. Secondo alcuni, da Efeso sarebbe partita anche la lettera ai Filippesi. Il lavoro a Efeso fu così fecondo da mettere in pericolo l'esistenza di una corporazione pagana della città che viveva del commercio sviluppato attorno al santuario della celebre Artemide efesina. Una sommossa destata dai «fabbricanti di souvenir» obbligò Paolo a fuggire seguendo piani improvvisati: fu in Macedonia, da dove scrisse la seconda lettera ai Corinzi, poi a Corinto, dove trascorse l'inverno del 57-58 scrivendo la grande lettera ai Romani, nella quale illustrò in maniera sistematica e definitiva il grande tema dell'origine e della natura della salvezza: questa viene data da Gesù per mezzo del vangelo e della fede suggellata dal battesimo. La legge, e in particolare gli Ebrei che in tutti gli anni precedenti lo hanno inseguito e perseguitato, rimangono sempre inclusi nel disegno di Dio; ma la promessa data ad Abramo si è attuata in Cristo «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti», Rm 1,4, «per apportare la salvezza a chiunque crede», Rm 1,16. Poi da Corinto Paolo si recò a Gerusalemme per consegnare le collette raccolte in Macedonia e in Acaia in favore dei cristiani di quella comunità.
A Gerusalemme viene notato da Ebrei risentiti che sollevano la folla contro di lui. Dopo un arresto drammatico da parte del tribuno romano e un'inutile comparsa davanti al sinedrio, viene trasferito per ragioni di sicurezza a Cesarea Marittima, sede dei procuratori romani, dove rimane per due anni. Secondo alcuni studiosi, l'Apostolo avrebbe scritto durante questa prigionia le lettere agli Efesini e ai Colossesi e il biglietto a Filemone; per altri invece queste cosiddette «lettere della prigionia» sarebbero state scritte da Roma. Certo le lettere agli Efesini e ai Colossesi rappresentano un altro polo della teologia di Paolo. Il tema non è più quello dialettico della giustificazione e della salvezza concessa a tutti mediante la fede, ma il grande disegno o «mistero» (myste^*rion) di Dio di riconciliare e riunire tutte le creature sotto la sovranità di Cristo capo e Signore, disegno manifestato e servito dalla chiesa (cfr. Col 1,25-28; Ef 3,8-10).
Poiché il processo a Cesarea non sortiva esito positivo, Paolo, usando del diritto di cittadinanza romana, fece appello all'imperatore, ragione per cui il procuratore Festo lo inviò sotto scorta a Roma, dove arrivò dopo una burrascosa traversata, che rese necessaria una sosta a Malta, nella primavera dell'anno 60-61.
A Roma rimase due anni, in domicilio coatto, in attesa di un processo che, a quanto pare, non ebbe luogo. Vi rimase fino all'anno 63, scrivendo da questa prigionia, secondo l'opinione più tradizionale, le lettere ai Filippesi, agli Efesini, ai Colossesi e il biglietto a Filemone.
Dopo questa data non abbiamo più notizie sicure. Alcuni ipotizzano già verso il 64 l'anno del martirio. Altri collocano qui il viaggio in Spagna, fondandosi su un desiderio espresso da Paolo, Rm 15,24-28, e su un'indicazione di Clemente Romano. Si hanno anche notizie di un ulteriore viaggio nell'Asia Minore, dove lasciò Timoteo a capo della chiesa di Efeso e affidò a Tito la comunità di Creta (cfr. Tm 1,3; Tt 1,5). Troviamo poi nuovamente Paolo a Roma, in una prigionia severa, 2Tm 4,6s, durante la quale avrebbe scritto le lettere a Timoteo e a Tito. Il processo questa volta si svolse a suo sfavore e la sentenza fu infausta: la decapitazione avvenne, secondo la tradizione, alle Acque Salvie, lungo la via Ostiense, a cinque chilometri dalle mura di Roma. Poteva essere l'anno 67 d.C.


Profilo fisico e spirituale

La personalità di Paolo è una delle più ricche e complesse che si conoscano. Abbiamo la fortuna di possedere, negli scritti da lui dettati, le annotazioni autobiografiche, le introspezioni spirituali che rappresentano la prima grande espressione della letteratura psicologica. Da questo punto di vista la seconda lettera ai Corinzi va annoverata tra le opere letterarie più significative dell'umanità. Per trovare qualcosa di simile, bisogna leggere l'Apologia di Socrate di Platone o il Discorso per la corona di Demostene. Ma Socrate e Demostene, pur nella loro rispettiva grandezza, appartengono a un mondo antico, si inquadrano in una pólis e in una visione del mondo che è diventata estranea all'uomo contemporaneo. Paolo appartiene a un tipo nuovo di umanità, è il primo moderno tra gli antichi, anche se rivela connessioni evidenti con la sua età e cultura.
Alla base della sua personalità si trova un fisico d'eccezione, duro, tenace, resistente alla fatica fisica e spirituale. Senza questa solidità corporea e psichica Paolo non sarebbe stato in grado di effettuare le prestazioni che gli sono attribuite. Già il mestiere di tessitore manuale e fabbricante di tende cilicie evoca un ambiente di robustezza ruvida e aspra. Gli interminabili viaggi per mare e per terra, in regioni montuose e desertiche, i naufragi, le percosse e le fustigazioni subìte, i disagi e le privazioni di ogni genere, gli eccessi di temperatura rigida e torrida del Mediterraneo orientale e del suo entroterra, aggiunti alle fatiche della predicazione e del lavoro quotidiano, le preoccupazioni spirituali per le comunità nascenti, l'assillo degli ostacoli frapposti ad ogni passo sul suo cammino dagli avversari, avrebbero facilmente avuto ragione di una costituzione fragile e nevrotica. Se si considera poi che la maggior parte degli scritti di Paolo, i più ampi e i più impegnativi, come la prima e la seconda lettera ai Corinzi, la lettera ai Galati e quella ai Romani si collocano tutti negli anni 56-67, anni burrascosi e difficili per ciò che accadde a Corinto, a Efeso e in Macedonia e mise a dura prova la resistenza fisica e spirituale dell'Apostolo, si potrà valutare quale fosse la tempra, la tenacia e la lucidità di questo «strumento scelto» di Cristo, At 9,15.
E tuttavia è quasi un luogo comune attribuire a Paolo una malattia cronica, spesso di ordine fisico, talora, con insinuazioni non serene, di ordine psichico. Ma l'ipotesi di un'affezione cronica si regge in piedi a fatica. Di un'infermità nella carne egli parla in Gal 4,13ss come di un incidente che lo costrinse a prolungare il soggiorno in Galazia, ma dalla costatazione che i Galati «si sarebbero strappati anche gli occhi» per darli a lui, Gal 4,15, non si può certo dedurre che egli fosse malato agli occhi. Più discussa e problematica è la rivelazione che egli stesso fa del «pungiglione nella carne, un emissario di Satana che lo schiaffeggia perché non insuperbisca», 2Cor 12,7. Molte ipotesi sono state proposte per individuare la natura di questo morbo misterioso: malattia cronica, febbri malariche, epilessia... Ma fra tutte le opinioni, tenuto conto del linguaggio immaginoso con il quale l'Apostolo si esprime, sembra probabile ravvisare in questo aculeo che lo affligge, lo tiene a capo chino e gli impedisce di cantare il peana della vittoria, l'ostilità degli Ebrei, suoi «fratelli secondo la carne», Rm 9,3, che lo punge e l'affligge fino alla disperazione, fino a fargli nascere il desiderio di offrirsi in sacrificio per loro, Rm 9,2-3. Questo assillo spirituale e fisico costituisce lo sfondo dei cc. 9-11 della lettera ai Romani, dove egli affronta con larghezza di vedute il doloroso mistero del suo popolo. Tutto sommato, in un uomo così provato e temprato da fatiche, paragonabili soltanto nell'antichità a quelle di Alessandro Magno o di Giulio Cesare, difficilmente si può ammettere una malattia cronica di carattere fisico o di natura nervosa.
Su questo fisico saldo e tenace s'innesta un carattere indomabile, risentito e volitivo. L'arco delle sue oscillazioni è larghissimo, va dalla tenerezza affettuosa e delicata alle impennate più indignate e implacabili. Ai Corinzi, dopo un'appassionata autoconfessione, scrive: «La nostra bocca vi ha parlato apertamente e il nostro cuore si è dilatato per voi, o Corinzi. Non siete davvero allo stretto in noi: è nei vostri cuori che state allo stretto. Rendeteci il contraccambio. Parlo come ai figli, dilatate il cuore anche voi!», 2Cor 6,11-13. E ai Tessalonicesi, ricordando i giorni del primo incontro e dell'evangelizzazione: «Siamo stati affabili con voi; come una madre che cura premurosamente i suoi figli, così noi, desiderandovi ardentemente, eravamo disposti a comunicarvi non soltanto il vangelo di Dio ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari», 1Ts 2,7-8. La lettera ai Romani contiene una lunga sequenza di saluti a uomini e donne, conoscenti e amici dell'Apostolo, la quale è un modello di calore epistolare: «Salutate Prisca e Aquila... Salutate Epeneto... salutate la carissima Pèrside... Salutatevi reciprocamente col bacio santo», Rm 16,3-16.
Ma quest'uomo tenerissimo e affabile è capace di assumere i toni più duri quando ne va di mezzo la fede o la purezza del vangelo: «Siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza – scrive ai Corinzi –. Guardare le cose in faccia: se alcuno ha la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che, se lui è di Cristo, lo siamo anche noi... Per non sembrare di volervi spaventare con le lettere! Perché "le lettere, si dice, sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa"... Sappia costui che quali siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche a fatti, di presenza», 2Cor 10,6-11. E ai Filippesi: «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai falsi circoncisi», Fil 3,2; cfr. Gal 5,12. E ai Galati: «Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina. Come ho detto prima, anche in questo momento ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che voi riceveste, sia votato alla maledizione divina», Gal 1,8-9.
Tra questi due estremi della dolcezza e della rudezza si distende la gamma della psicologia di Paolo: è ironico e veemente, sa ferire e medicare, umiliare e infondere coraggio; fiero della propria autonomia e sufficienza, ama l'autosufficienza dello stoico, la parre^sía e la franchezza di linguaggio del cinico, disdegna gli artifici della forma letteraria, coltiva l'amicizia, sa tacere, sopportare, accettare con gioia, e fa uso spontaneo di figure poetiche e retoriche; è un uomo di azione dal temperamento virile e concreto, ma al tempo stesso è un mistico, un contemplativo che cerca e trova nella preghiera la fonte e l'energia dell'azione. Tutti i momenti più drammatici della sua vita, le scelte decisive per l'azione sono precedute da uno stato di incontro mistico con il Signore: così a Gerusalemme agli inizi della missione, At 22,17-18, a Troade prima della partenza per la Grecia, At 16,9, a Corinto dopo i primi insuccessi, At 18,9, durante il naufragio sulla via di Roma, At 27,23.
Alcuni tratti lo caratterizzano nettamente: è un introverso, per il quale la vera realtà è quella interiore, umana, spirituale: non si trova mai in tutto il suo epistolario uno sguardo sulla natura, alla maniera dei vangeli; trae di preferenza le immagini dal mondo umano (nascita, morte, soldati, stadio, schiavi, padroni, ecc.) e le poche volte che tenta di usare immagini della natura, come l'innesto dell'ulivo, nel cui mondo viveva, lo fa in maniera cerebrale, invertendo i termini del paragone (cfr. Rm 11,17ss). Paolo non ha quel che una volta si soleva chiamare «il senso della natura», bensì il senso dell'uomo e dei fatti sociali. Il suo mondo è la città. Mentre Gesù parlava del seme, del lievito, del fico, dei fiori, degli uccelli, del pastore, della vite, ecc., Paolo si serve di un registro espressivo di natura cittadina: lo stadio, la vita militare, gli schiavi, il tribunale, il teatro, il commercio, la costruzione delle case e così via, sono i suoi termini di riferimento. Altri elementi caratterizzanti sono l'entusiasmo, la gioia, la commozione interiore; il vangelo vissuto e sperimentato sprigiona la sua potenza attraverso la sua persona facendone un autore di comunicazione, uno stimolatore e maieuta efficace di decisione. Il contagio che sprizza dal suo parlare e dal suo atteggiamento modellato su Cristo passa e diventa creativo negli ascoltatori attraverso il canale dell'amore e della dedizione che lo lega intimamente a loro. «Ricordate – scrive ai Tessalonicesi – che come un padre fa con ciascuno dei suoi figli, vi abbiamo esortato individualmente, incoraggiandovi e scongiurandovi a camminare in maniera degna di Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria», 1Ts 2,11-12.
Paolo fu essenzialmente un operatore della parola. Si incontrano e si fondono in lui due grandi civiltà della parola, quella greca e quella rabbinica ebraica. Ma egli sperimenta la presenza di un elemento imponderabile e misterioso nella parola del vangelo, la presenza di una potenza e virtù divina (dy*namis, enérgheia), le quali manifestano la loro efficacia operativa nei segni verbali adottati dalla predicazione. Scrive ai Tessalonicesi rievocando la sua predicazione in mezzo a loro: «Il nostro vangelo non è giunto fra voi soltanto a parole, ma anche con potenza, con effusione dello Spirito Santo e con piena convinzione... E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, accogliendo la parola in mezzo a molta tribolazione con la gioia dello Spirito Santo», 1Ts 1,4-5. Per essere efficace la parola si coniuga in lui con l'esempio e raggiunge i destinatari sulla via dell'amore. «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo – scrive ai Corinzi – ma non certo molti padri, io vi ho generato in Cristo Gesù mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori... come io lo sono di Cristo», 1Cor 4,15-16; 11,1.


Le lettere

Le lettere giunte a noi con il nome di Paolo da sole basterebbero a collocarlo tra i grandi scrittori dell'antichità. Più che la quantità colpisce l'acutezza del pensiero e l'immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione. «Un frammento di missione» le ha chiamate W. Wrede, e ben si addice loro la definizione che ne dà lo scrittore greco Demetrio, probabilmente contemporaneo di Paolo, chiamandole «l'altra parte del dialogo» già instaurato con i destinatari.
Tredici lettere recano nell'indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo scritta da lui, anche se l'autore discretamente si mette nei suoi panni (cfr. Eb 13,23-25). Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone); apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un'usanza in voga in quei secoli.
Vengono raccolte in determinati gruppi: sono dette «lettere principali» le quattro più ampie (Romani, 1-2 Corinzi, Galati), «lettere della prigionia» quelle che, secondo la loro stessa testimonianza, sono state scritte in prigione (Filippesi, Efesini, Colossesi, Filemone, 2 Timoteo), e poiché le lettere a Tito e Timoteo si caratterizzano come un gruppo a sé, e trattano argomenti attinenti alla pratica, vengono denominate «lettere pastorali».
Dopo A. Deissmann, che le ha messe a confronto con la grande quantità di lettere papiracee scoperte in Egitto, si pone la questione se siano lettere reali oppure «epistole», cioè lettere fittizie, come per esempio quella di Orazio Ad Pisones, De arte poetica. La lettera serve al dialogo di uomini a distanza, l'epistola è un'esercitazione letteraria, destinata al gran pubblico.
Ora non c'è dubbio che in Paolo si tratta di lettere vere e proprie, che si rivolgono a un destinatario preciso e non a un pubblico generico, sono dovute a determinate ragioni, affrontano questioni che riguardano situazioni concrete, contengono comunicazioni e saluti personali. Ma anche quando tratta argomenti di attualità, egli li investe con argomentazioni teologiche. Inoltre le sue lettere contengono vere e proprie sezioni dottrinali che vanno al di là delle questioni contingenti: così 1Ts 4,13ss, dove dal caso concreto dei Tessalonicesi passa a trattare dell'escatologia cristiana; lo stesso in 1Cor cc. 10; 13-15, ove la situazione della comunità dà spunto a considerazioni teologico-pastorali sulla situazione «esodica» della vita cristiana, sul primato della carità (agápe^) e sulla speranza della risurrezione.
Le lettere ai Galati e ai Romani sono trattazioni teologiche, ma conservano il carattere di vere lettere alle rispettive comunità. Lettere occasionali dunque, nate dalle esigenze della missione, ma nel contempo lettere pastorali e apostoliche destinate a costruire le comunità. Il loro modulo espositivo è ampiamente dialogico; spesso egli fa esporre obiezioni da un presunto interlocutore o gli rivolge domande retoriche per aver modo di presentare la risposta (cfr. Rm 2,1.21; 1Cor 15,29-35). E' lo stile classico della diatriba, in uso nella tradizione e nella prassi pedagogica cinico-stoica contemporanea. Colpisce a prima vista l'uso frequente delle antitesi e delle contrapposizioni (luce-tenebre, morte-vita, schiavitù-libertà, peccato-giustizia, perdizione-salvezza, carne-spirito, debolezza-forza, vecchio-nuovo, ecc.), indice di una personalità vivace, operativa e senza mezzi termini.
Risulta con sicurezza che le comunità leggevano le lettere (cfr. 1Ts 5,27) e se le passavano le une con le altre (cfr. Col 4,16). Ci si domanda se qualcuna sia andata perduta; in 1Cor 5,9 Paolo cita una precedente missiva che non ci è rimasta. Lo stesso si deve dire della cosiddetta «lettera delle lacrime», citata in 2Cor 2,4; ma vi sono motivi di ritenere che alcune lettere da noi possedute contengano e fondano insieme più lettere o frammenti di lettere; in particolare la seconda lettera ai Corinzi viene ritenuta da alcuni, non senza fondamento, una compilazione di vari scritti più brevi inviati alla stessa comunità.
Una raccolta degli scritti di Paolo deve essere cominciata assai presto. La seconda lettera di Pietro attesta l'esistenza, verso la fine del I secolo, di un corpus di lettere paoline, che viene paragonato alle altre Scritture sacre (quelle ebraiche, fatte proprie dai cristiani); di esse si dice che bisogna interpretarle correttamente, per non essere indotti nell'errore: «Reputate un'occasione di salvezza la longanimità del Signore nostro, come anche vi scrisse il nostro amato fratello Paolo, secondo la sapienza che gli era stata data: come in tutte quelle lettere in cui parla di questi argomenti, ci sono dei punti difficili a capire, che persone incompetenti e leggère stravolgono, al pari delle altre parti della Scrittura, a propria rovina», 2Pt 3,15-16. Chi abbia promosso tale raccolta, a quali lettere si estendesse e quali scopi perseguisse non è dato saperlo. Verso la metà del II secolo Marcione definì di propria iniziativa un catalogo di sacre Scritture, con dieci lettere di san Paolo, escluse le pastorali a Timoteo e a Tito.
Il Papiro 46, del 200 circa, riporta ancora dieci lettere, inclusa quella agli Ebrei, escluse quella a Filemone e le pastorali. Il cosiddetto Canone o Frammento muratoriano, databile intorno al 180 d.C., cataloga tredici lettere, esclusa quella agli Ebrei. I martiri di Scillium (180 d.C.), interrogati dal proconsole Saturnino circa gli scritti che portano con sé, rispondono: «Libri e le lettere di Paolo, uomo giusto». Non è dato conoscere il numero delle lettere. Ma tutte le lettere di Paolo, fatta eccezione per il breve biglietto a Filemone, si trovano citate in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo: ciò fa supporre che già allora circolasse una raccolta delle lettere dell'Apostolo. Qui però si entra nella storia del canone (cfr. sopra, introduzione al Nuovo Testamento).
Gli autografi delle lettere, vergate certamente su papiro, sono andati irrimediabilmente perduti; si possiedono tuttavia oltre 5.000 copie manoscritte, un patrimonio eccezionalmente ricco. Spiccano tra esse dieci papiri del III secolo, frammentari, che precedono i grandi codici unciali completi, il Sinaitico e il Vaticano, del IV secolo. Il manoscritto più antico e autorevole è il già citato Papiro 46 della collezione Chester Beatty, databile al 200 circa, giunto a noi quasi completo.


 
Login
Nickname

Password

Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!. Come utente registrato potrai sfruttare appieno e personalizzare i servizi offerti.

Links Correlati
· Inoltre su Sacra Scrittura
· Articoli di Trianello


Articolo più letto relativo a Sacra Scrittura:
Introduzione alla Bibbia - Le Lettere di Paolo


Valutazione Articolo
Punteggio Medio: 0
Voti: 0

Dai un voto a questo articolo:

Eccellente
Ottimo
Buono
Sufficiente
Insufficiente


Opzioni

 Pagina Stampabile Pagina Stampabile

 Invia questo Articolo ad un Amico Invia questo Articolo ad un Amico


© 2007, 2008, 2009 Essere Cattolici.
AVVISO: la redazione è a disposizione degli aventi diritto qualora desiderassero la rimozione di materiale incautamente pubblicato, nonché per eventuali, involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e/o delle immagini.
PHP-Nuke Copyright © 2004 by Francisco Burzi. This is free software, and you may redistribute it under the GPL. PHP-Nuke comes with absolutely no warranty, for details, see the license. Bed & breakfast a Roma
Generazione pagina: 0.10 Secondi