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Introduzione alla Bibbia - I Vangeli
Sabato, 28 luglio @ 03:21:21 CEST
Sacra Scrittura

Introduzione ai Vangeli

[di P. Rossano ]

La parola vangelo significa «buona notizia», «lieto annunzio» e deriva dal greco euaggélion. Il termine ebraico corrispondente è besorah e significa soprattutto annuncio di vittoria; i profeti l'adoperarono per indicare il compimento delle promesse messianiche (Is 40,9; 52,7).Gesù si appropriò del termine per dichiarare l'avverarsi in lui delle profezie e del regno di Dio. Nota l'evangelista Marco: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù venne in Galilea, predicando il vangelo di Dio. Diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto. Convertitevi e credete al vangelo"« (1,14-15).«Evangelizzare» significa quindi, già durante la vita di Gesù, dare la lieta notizia che la salvezza è giunta, che Dio ha realizzato le sue promesse. A Nazaret, all'inizio dell'attività pubblica, Gesù, riferendo a sé profezie di Isaia e Sofonia, proclamò nella sinagoga davanti ai suoi compaesani:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha consacrato
e mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annunzio,
ad annunziare ai prigionieri la liberazione
e il dono della vista ai ciechi;
per liberare coloro che sono oppressi
e inaugurare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Dopo la morte di Gesù il vocabolo diventa usuale e tipico in san Paolo per designare l'annuncio della morte e risurrezione di Gesù, principio di redenzione e liberazione per ogni uomo. Il vocabolo riveste perciò, nella bocca di san Paolo, una carica di entusiasmo, e il «vangelo» riceve una titolatura gloriosa: «vangelo di Dio», «vangelo di Cristo», «vangelo del regno», «vangelo del Figlio di Dio», «vangelo della grazia di Dio», «vangelo della gloria di Cristo», «vangelo della pace», «vangelo della gloria», «vangelo della salvezza». Da notare che per san Paolo il vangelo non è ancora un libro, ma parola viva portata dagli apostoli e accompagnata da un'energia divina avente la capacità di trasformare i cuori preparati a riceverla. Ecco come ne parla ai Tessalonicesi, verso l'anno 50, durante il secondo viaggio missionario: «Il nostro vangelo non è giunto a voi soltanto a parole, ma anche con potenza, con effusione dello Spirito Santo e con piena convinzione» (1Ts 1,5). Scrivendo ai Romani afferma: «Non mi vergogno del vangelo, poiché esso è un'energia operante per apportare la salvezza a chiunque crede» (1,16).


Il vangelo e i vangeli

Secondo quanto si legge alla fine del vangelo di Marco, Gesù prima di accomiatarsi dai suoi ordinò loro: «Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo [letteralmente: "portate la lieta notizia"] a ogni creatura. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (16,15-16). Il vangelo deve dunque essere annunciato, per ordine di Gesù, su tutta la terra. A designare quelli che lo propagano venne subito coniato il termine «evangelisti», e la loro azione sarà detta «evangelizzazione». L'annuncio riguarda l'avvento del regno nella persona storica di Gesù di Nazaret e soprattutto la sua vittoria pasquale sopra il peccato e la morte.
Per questo dall'età apostolica fino a oggi i vocaboli «vangelo» ed «evangelizzare» hanno sempre conservato un'evocazione missionaria, significando a un tempo notizia di qualcosa di nuovo, di inaudito, di gratuito che viene offerto agli uomini, e insieme invito pressante a riceverlo, convertendosi, uscendo fuori dall'ignavia e dal torpore dell'esistenza. Si veda per esempio come si esprime Origene nell'Omelia 7 dedicata al libro di Giosuè. Commentando il pittoresco episodio della caduta delle mura di Gerico al suono delle trombe dei sacerdoti ebrei per ordine di Giosuè, aggiunge: «Ora viene il nostro Signore Gesù Cristo, la figura del cui arrivo è già prima in quel Giosuè figlio di Nun; e manda i suoi sacerdoti, cioè i suoi apostoli, con trombe facili a portarsi da un luogo all'altro, cioè con l'eccellente e celeste dottrina del vangelo. Il primo a lanciare i suoi squilli di tromba è Matteo nel suo vangelo. Suonano poi, ognuno con la propria tromba sacerdotale, Marco, Luca e Giovanni. Anche Pietro fa squillare la tromba delle sue epistole; anche Giacomo e Giuda. Ciò nonostante, anche Giovanni continua ancora a far squillare la tromba con le sue epistole e con l'Apocalisse, e Luca con la storia delle imprese degli apostoli. Venendo poi ultimo... Paolo e lanciando irresistibili squilli con le trombe delle sue quattordici epistole contro le mura di Gerico, abbatte, scalzandole dalle fondamenta, tutte le macchinazioni dell'idolatria e i saccenti sistemi dei filosofi».
Questa pagina singolare, scritta nella prima metà del III secolo d.C. (Origene infatti morì nel 253 a seguito degli strapazzi subiti in prigione durante la persecuzione di Decio), ci attesta, tra l'altro, che a quel tempo si distingueva già nella chiesa tra «vangelo» e «vangeli», che cioè, oltre al lieto annuncio dato a viva voce, esistevano ormai quattro libri attribuiti agli apostoli (Matteo e Giovanni) o a loro discepoli (Marco e Luca). Potremmo chiamarli «i quattro annunzi», nei quali risuonava in maniera caratteristica e differenziata secondo gli autori la notizia dell'avvento messianico di Gesù.
Sant'Ireneo, vescovo di Lione, che era nato verso il 130 d.C. nell'Asia Minore dove fu allievo di san Policarpo, il quale a sua volta era stato discepolo di san Giovanni, ci dà questa testimonianza degna di fede: «Matteo compose il vangelo per gli Ebrei nella loro lingua, mentre Pietro e Paolo a Roma predicavano il vangelo e fondavano la chiesa. Dopo la loro morte Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise per iscritto quanto era stato oggetto della predicazione di Pietro. E Luca, seguace di Paolo, compose un libro di quel vangelo predicato dall'apostolo. In seguito anche Giovanni, discepolo del Signore e che posò il capo sul petto di lui, egli pure compose un vangelo durante la sua permanenza ad Efeso, nell'Asia» (Adversus haereses, 3, 1, 1). Nella medesima opera (3, 11, 7) lo stesso Ireneo illustra già i simboli attribuiti a ciascuno dei quattro evangelisti: il leone (Giovanni), il vitello (Luca), l'uomo (Matteo), l'aquila (Marco), una simbologia che assumerà qualche variante in san Girolamo, il quale attribuisce l'aquila a Giovanni e il leone a Marco, e come tale verrà recepita dalle arti figurative.
A partire da sant'Ireneo, cioè dalla seconda metà del secolo II, si parla ormai correntemente nella chiesa di vangelo e di vangeli per indicare sia l'annuncio orale, sia il messaggio scritto, sia i quattro testi evangelici. «Quanto è stato scritto da quattro – afferma Origene – è un unico vangelo». Ireneo parla di «vangelo quadriforme»; a sua volta Eusebio di Cesarea conia l'espressione «sacra quadriga dei quattro vangeli», mentre sant'Agostino preferisce l'appellativo «quattro libri di un unico vangelo» (Trattato su san Giovanni, 36, 1).
 

L'origine dei quattro vangeli

Possiamo domandarci a questo punto quale sia stata l'origine dei quattro libretti chiamati vangeli e analizzare più a fondo quale sia il loro rapporto con la «buona notizia» annunciata e realizzata da Gesù. Il lettore deve sapere che negli ultimi due secoli la critica si è gettata con tutte le sue risorse e i suoi strumenti sul testo dei quattro vangeli, sottoponendoli a un vaglio e a un esame quale mai nessun altro libro della storia si trovò a subire. Molte scuole si sono succedute, si sono accavallate, incrociate, contraddette e poi scomparse, ma portando ciascuna, lo si deve riconoscere, qualche contributo a illustrare almeno questa o quella frase o pagina dei vangeli. Si deve riconoscere però che tutte le teorie estreme sono cadute, e prima quelle che pretendevano negare l'attendibilità e il valore storico fondamentale dei racconti evangelici. Il risultato di tante ricerche è stato vagliato, raccolto e puntualizzato nel 1964 da un documento della Pontificia Commissione Biblica, che inizia con le parole Sancta Mater Ecclesia, dedicato esclusivamente alla verità storica dei vangeli. Tale documento ha ispirato la costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II nella quale si legge che la chiesa «ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù, Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini operò e insegnò per la loro eterna salvezza fino al giorno in cui fu assunto in cielo» (n. 19).
Gioverà quindi soffermarsi un istante su tale documento della Pontificia Commissione Biblica. In esso si invita il lettore dei vangeli, in particolare colui che si interroga sulla fondatezza di quanto essi riferiscono, a «badare con diligenza ai tre stadi attraverso i quali l'insegnamento e la vita di Gesù giunsero a noi». Il primo stadio è quello della vita stessa di Gesù, svoltasi sotto gli occhi dei discepoli, i quali furono gli ascoltatori attenti delle sue parole e i testimoni diretti delle sue opere. «Il Signore – vi si legge – nell'esporre a voce il suo insegnamento seguiva le forme di pensiero e d'espressione allora in uso, adattandosi per tale modo alla mentalità degli uditori e facendo sì che quanto egli insegnava s'imprimesse fermamente nella loro mente e potesse essere ritenuto con facilità dai discepoli». In effetti, analisi linguistiche e letterarie, metodi di indagine molto perfezionati permettono ora di additare con sicurezza in molte espressioni e parabole dei vangeli il suono stesso della parola di Gesù. Parimenti gli episodi della sua vita, i racconti e i miracoli risultano essere riferiti con tale semplicità, sobrietà e aderenza storico-geografica da non permettere dubbi sulla loro sostanziale veridicità.
Dopo la morte e la risurrezione del Signore – e qui è il secondo stadio della genesi dei vangeli indicato dalla Commissione Biblica – gli apostoli cominciarono a «dare testimonianza a Gesù, annunciando e riferendo con fedeltà episodi biografici e detti di lui, ma tenendo presenti, nella predicazione, le esigenze dei vari uditori».
Praticamente alla base dei vangeli starebbero quindi coteste testimonianze date con fedeltà al fine di promuovere la fede in Gesù Messia e Signore. Due pagine di san Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci permettono di cogliere al vivo la testimonianza orale che veniva trasmessa, basandosi sull'autorità dei Dodici e in comunione con loro: si tratta degli avvenimenti dell'ultima cena (1Cor 11,23-25) e delle apparizioni di Gesù risorto, sui quali Paolo conclude: «Sia io sia essi (gli apostoli) così predichiamo e così avete creduto» (15,1-11). Non è tuttavia da negarsi, continua l'autorevole documento, che gli apostoli abbiano presentato ai loro uditori quanto Gesù aveva realmente detto e operato con quella più piena intelligenza da essi goduta in seguito agli eventi gloriosi del Cristo e all'illuminazione dello Spirito di Verità... Questi modi di esporre usati nella predicazione, aventi per tema il Cristo, vanno individuati ed esaminati: catechesi, narrazioni, testimonianze, inni, dossologie, preghiere e altre simili forme letterarie che compaiono nella sacra Scrittura ed erano in uso fra gli uomini di quell'età. Esigenze catechetiche e opportunità di vario genere portarono ben presto alla concentrazione dei detti e fatti di Gesù in alcune raccolte, la cui identificazione è tuttora possibile nella trama generale dei vangeli, come, per esempio, il discorso della montagna, i racconti della passione e delle apparizioni, alcune serie di parabole. Iniziando il suo vangelo, Luca riferisce che «molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi tra noi, così come ce li hanno trasmessi coloro che fin dall'inizio furono testimoni oculari e ministri della parola» (1,1-2).
A questo punto della trasmissione del materiale evangelico è intervenuta, nella seconda metà del I secolo, cioè tra gli anni 50 e 80 d.C., l'opera di alcune grandi personalità di cui la tradizione ha conservato il nome: si tratta di Matteo, Marco, Luca, ai quali si aggiunse, prima della fine del secolo, l'apostolo Giovanni. E' questa la terza e ultima fase della composizione dei vangeli, nella quale «gli autori sacri consegnarono l'istruzione fatta prima oralmente e poi messa per iscritto... nei quattro vangeli per il bene della chiesa, con un metodo corrispondente al fine che ognuno si proponeva. Fra le molte cose tramandate ne scelsero alcune, talvolta compirono una sintesi, talaltra, badando alla situazione delle singole chiese, svilupparono certi elementi, cercando con ogni mezzo che i lettori conoscessero la fondatezza di quanto veniva loro insegnato... Perciò l'esegeta ricerchi quale fosse l'intenzione dell'evangelista nell'esporre un detto o un fatto in un dato modo o in un dato contesto. Invero non va contro la verità del racconto il fatto che gli evangelisti riferiscano i detti e i fatti del Signore in ordine diverso, e ne esprimano le parole non alla lettera, ma con qualche diversità e conservando il loro senso».
Si devono dunque considerare tre stadi nella redazione letteraria delle parole e dei fatti di Gesù, ossia nella genesi dei vangeli: il primo coincide con la vita storica di Gesù ed è quello che vide l'origine stessa dei fatti e delle parole alla presenza dei discepoli; il secondo è quello della comunità primitiva, dopo la risurrezione e la Pentecoste, quando i discepoli raccolsero, fissarono e trasmisero gli insegnamenti e le opere del Maestro; il terzo è quello degli evangelisti che redassero per iscritto la tradizione evangelica con un metodo corrispondente al fine che ciascuno si prefiggeva. Se il lettore moderno del vangelo, conclude l'istruzione della Commissione Biblica, «non pone mente a tutte queste cose che riguardano l'origine e la composizione dei vangeli, e non farà debito uso di quanto di buono gli studi recenti hanno apportato, non potrà... scoprire quale sia stata l'intenzione degli autori sacri e che cosa abbiano realmente detto».


I vangeli sinottici e Giovanni

I tre vangeli di Matteo, Marco e Luca presentano un fenomeno unico nella storia della letteratura. A seguito dell'autore tedesco J. J. Griesbach vengono chiamati «sinottici» perché, secondo il significato di tale vocabolo greco, si possono leggere insieme con un solo colpo d'occhio. Infatti tutti e tre seguono lo stesso ordine, possiedono sostanzialmente lo stesso materiale e offrono tre racconti paralleli della vita di Gesù. Giovanni invece ha un contenuto e un ordine proprio e condivide con gli altri evangelisti meno del dieci per cento della materia.
Come spiegare questo fenomeno, e in quale rapporto stanno tra loro i vangeli? Ecco i termini di quella che tecnicamente si chiama «questione sinottica», una questione difficile e forse disperata che da quasi due secoli suscita sempre nuove ipotesi e discussioni. Che cosa se ne può pensare, senza entrare nei particolari del dibattito e tenendo presenti i dati acquisiti dalla ricerca moderna? E' certo anzitutto che i tre vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno attinto a quella medesima fonte che abbiamo già individuato come tradizione e testimonianza apostolica. L'emergenza di questa fonte è così forte anche sul piano letterario che s'impose fin dall'inizio alla personalità stessa degli evangelisti i quali, anziché autori veri e propri, sono sempre stati considerati come redattori di materiale preesistente. Ne è prova il fatto che il più antico documento contenente la lista dei libri del Nuovo Testamento, il Canone muratoriano, scritto verso il 150 d.C., parla del «libro del vangelo secondo Matteo, Marco, Luca», ecc. Esso attesta cioè un uso che rimarrà corrente nella storia, in base al quale la comunità non si sentiva autorizzata a parlare di vangelo, ossia di «buona notizia» di Matteo, Marco, Luca, Giovanni, ma preferiva dire «secondo» la redazione di Matteo, ecc.
Cotesta catechesi apostolica preesistente ai vangeli scritti presentava la vita e l'opera di Cristo secondo un piano preciso: la predicazione e l'annuncio dato da Giovanni Battista, gli inizi della missione di Gesù in Galilea e al nord della Palestina, l'ascesa dalla Galilea alla Giudea, e finalmente la concentrazione dell'attività a Gerusalemme, dove avvengono la morte e la risurrezione di Gesù. Nel riportare cotesta catechesi – e si ha qui il secondo elemento sicuro della questione sinottica – i tre primi evangelisti si sono ispirati parzialmente l'un l'altro: non si potrebbe spiegare diversamente la somiglianza letterale di molti passi. Si pensa che le cose si siano svolte così: fu scritto dapprima un breve racconto dei principali detti e fatti di Gesù, in aramaico, lingua parlata in quel tempo in Palestina; una tradizione antichissima attribuisce questo lavoro a Matteo. Successivamente, ma assai presto, tale testo venne tradotto in greco, la lingua più comune dell'Impero romano a quel tempo, e in greco saranno scritti tutti i vangeli. Marco, per primo, compose il suo vangelo partendo da quel testo oggi scomparso. Luca ebbe certamente sottomano l'opera di Marco quando stese il suo vangelo. Il nostro vangelo secondo Matteo sembra attingere ora a Marco ora a Luca.
Ma gli interrogativi sulla vita e l'opera di Gesù e in particolare sul mistero della sua persona dovettero essere talmente vivi sulla fine del I secolo da indurre Giovanni a dare anch'egli, prima di morire, la sua testimonianza sul Maestro. E Giovanni lo fece in maniera propria e personale, come si conveniva a chi era stato, insieme a Pietro e Giacomo, uno dei tre più vicini al Maestro. Quando scrisse era ormai un vegliardo e aveva una lunga esperienza della vita della chiesa. La sua fede, maturata negli anni, gli permetteva una singolare introspezione nel mistero del Figlio di Dio, di cui era stato amico prediletto. Per questo la sua testimonianza su Cristo è stata sempre vista come il compimento e il perfezionamento di quella dei suoi predecessori. Essi avevano fissato l'attenzione sull'immagine terrena di Gesù, additando in lui il Messia; Giovanni ne interiorizza i lineamenti e delinea di Gesù la fisionomia spirituale, svelando il volto divino che sta dietro al personaggio della storia. E lo fa con arte e maestria incomparabili. Il suo vangelo è a un tempo quello di un teologo, ossia di un esperto nella scienza di Dio, di un responsabile della chiesa e di un maestro di vita spirituale. Con lui la testimonianza su Gesù raggiunge un vertice che non sarà più superato.
 

I vangeli nella storia e nella vita della chiesa

La chiesa, cioè la comunità cristiana, ha sempre considerato i vangeli come i suoi gioielli più preziosi, in quanto contengono le parole e le opere del suo fondatore e Signore. Non già che i vangeli rappresentino l'atto costitutivo della chiesa o ne siano il fondamento. La chiesa è anteriore ai vangeli, esisteva e operava prima che i vangeli fossero scritti, e fu la chiesa a discernere e a stabilire già nel II secolo, tra il pullulare di tanta letteratura fantasiosa, apocrifa, quali vangeli dovessero considerarsi autentici e portatori della verità su Cristo. Ma mentre la chiesa porta i vangeli e li presenta agli uomini quasi con le sue mani, tuttavia si specchia in essi e si misura su essi, perché contengono la memoria del suo fondatore e attestano la fede degli apostoli, i quali veramente sono, dopo Cristo, il fondamento della chiesa. I vangeli sono stati fin dall'inizio gli strumenti normali della predicazione e della catechesi e la loro lettura divenne parte di ogni liturgia.
La celebrazione eucaristica in particolare fu strutturata fin dalle origini sul racconto dell'ultima cena quale è riportato dai vangeli, come risulta chiaro già dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi (11,23-26). E il filosofo martire san Giustino scrive verso il 150 d.C., nel capitolo 56 della sua prima Apologia indirizzata agli imperatori Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero, che «gli apostoli, nelle memorie da loro stese che si chiamano vangeli, insegnarono che era stato dato loro questo comandamento, che cioè Gesù prese il pane, rese grazie e disse loro: "Fate questo in memoria di me: questo è il mio corpo", e similmente prese il calice, rese grazie e disse: "Questo è il mio sangue", e ne distribuì ad essi soli».
Nell'anno 180, nel processo contro i martiri scillitani a Cartagine, il proconsole Saturnino domanda: «Che cosa c'è nella vostra cassetta?». Sperato disse: «Libri e le lettere di Paolo, uomo giusto». Non v'è dubbio che per «libri» s'intendono i vangeli dai quali i martiri non vogliono separarsi. Una delle scoperte più sorprendenti nel campo della paleografia è quella di un papiro proveniente da Faiyûm o da Ossirinco, che appartiene fin dal 1920 alla Biblioteca John Rylands. Tale papiro fu pubblicato nel 1935 da C. H. Roberts e contiene parti del dialogo di Gesù con Pilato quale è riferito in Gv 18,31-38. Gli esperti sono d'accordo nel datarlo verso il 120-130 d.C. Ciò dimostra che a meno di trent'anni dalla pubblicazione, avvenuta probabilmente a Efeso verso il 95-100 d.C., il vangelo di Giovanni era già diffuso nelle chiese e veniva trascritto anche privatamente, per uso dei cristiani.
Con i 25 libri del Commentario su Matteo composti da Origene a Cesarea nel 244, incomincia la serie dei grandi studi e della riflessione scientifica, teologica, spirituale e pastorale sui vangeli. Da allora non si arresta più nella chiesa il fiume della letteratura sui vangeli, e non è difficile scriverne la storia. Più arduo invece, ma non impossibile e sempre sorprendente, seguire il cammino interiore dei vangeli, nelle profondità degli animi. Basti notare che, dopo avere accompagnato i martiri nelle persecuzioni e nell'esilio e i monaci nel deserto, i vangeli hanno dato ispirazione a ogni celebrazione eucaristica nella chiesa e sono stati all'origine di ogni conversione e riforma individuale e sociale tra i cristiani. Hanno influito fortemente sulla nascita e formazione della cultura europea, dal diritto alla politica, dalla lingua alla letteratura, dalla spiritualità alle arti, irradiando oltre i confini della chiesa. Si pensi a ciò che ha rappresentato il vangelo, in particolare il vangelo di Matteo con le sue beatitudini, per san Francesco e per la sua esperienza spirituale. Si pensi anche a ciò che è stato il vangelo per personaggi come Dostoevskij, Tolstoj, Gandhi. Non fa meraviglia quindi che nell'estate del 1962, pochi mesi prima dell'apertura del Concilio Vaticano II, il papa Giovanni XXIII, in una lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, li abbia invitati a prepararsi al concilio leggendo il vangelo e come specchiandosi in esso. Lo stesso concilio, promulgando il 18 novembre 1965 la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla rivelazione divina, dichiarava: «A nessuno sfugge che fra tutte le Scritture, anche nel Nuovo Testamento, i vangeli meritamente eccellono, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro vangeli sono di origine apostolica. Infatti ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, dopo, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti, come fondamento della fede, cioè l'evangelo quadriforme, secondo Matteo, Marco, Luca, Giovanni» (n. 18).


Il vangelo e gli altri messaggi religiosi dell'umanità

L'uomo contemporaneo è chiamato in una maniera non mai esperita precedentemente a confrontarsi con culture e tradizioni religiose diverse; tale realtà significa per il cristiano prendere atto che esistono sul nostro pianeta libri e messaggi religiosi diversi dal vangelo, i quali sono fonte di ispirazione per centinaia di milioni di individui. Sono testi di ispirazione e di normativa morale e rappresentano il punto di riferimento più solenne e sacro anche per gli atti della vita pubblica. Così, per esempio, mentre in America si giura sulla Bibbia, in Asia negli atti pubblici si giura rispettivamente sulla Bhagavad Gita, sul Dhammapada e sul Corano. Sono questi i libri più sacri e rappresentativi dell'induismo, del buddhismo e dell'islam, che sotto ogni aspetto rivestono l'autorità di testi simbolici delle rispettive religioni.
La Bhagavad Gita (termine sanscrito, letteralmente: «Canto del Beato», chiamata pure semplicemente Gita, canto) è composta di 700 versetti disposti in 18 capitoli che formano una sezione del grande poema epico Mahabharata; contiene il dialogo tra Krishna, manifestazione salvatrice di Vishnu (il quale a sua volta insieme a Brahma e Shiva è una delle manifestazioni della Realtà suprema, il Brahman), con l'eroe prediletto Arjuna, un dialogo che verte sui problemi capitali dell'esistenza: il bene e il male, la vita e la morte, la verità e l'errore, e la via per ottenere la salvezza e la liberazione beatificante. L'opera, la cui origine si pone tra i secoli IV e III a.C. e può essere stata inserita nel Mahabharata nel secolo successivo, presenta un carattere composito, il che induce gli studiosi a ritenerla una specie di sintesi tra le varie correnti religiose sprigionatesi dal grande alveo dei Veda. In effetti quasi tutti i temi della spiritualità indiana vi sono presenti e vi sono illustrate le quattro classiche vie indiane per raggiungere la salvezza: via della conoscenza, dell'azione disinteressata, della concentrazione o controllo psichico (yoga), e della sottomissione e donazione amorosa (bhakti). Quest'ultima via sembra prevalere su tutte nell'intenzione esplicita del redattore finale della Gita ed è rincalzata dall'idea stupefacente che Krishna ama gli uomini e ne vuole la salvezza eterna e definitiva. L'uomo nella sua esistenza è ottenebrato dal velo dell'ignoranza; l'amore a Krishna e la dedizione a lui sono il mezzo più potente per rimuovere tale velo: in tal modo si attinge e «si realizza» la verità suprema, che è anche l'approdo finale della liberazione. Questo il messaggio. «Ma Krishna non fa dell'uomo peccatore un figlio di Dio rinnovandone il cuore e rendendolo partecipe per libero dono della vita divina. Nella salvezza secondo la Gita l'uomo scopre soltanto quello che è sempre stato, non è innalzato a un nuovo livello di vita» (J. Neuner).
Nel mondo buddhista il libro di gran lunga più diffuso e venerato è il Dhammapada (termine pali, dal sanscrito Dharmapada, «I versi della Legge»), un breve testo di 423 versetti, distribuiti in 26 sezioni (vaggas) contenenti le intuizioni principali del buddhismo. La conoscenza mnemonica di questo testo e il suo commentario sono un requisito importante per chi voglia essere ricevuto come novizio in un monastero buddhista. Il Dhammapada è uno dei 31 titoli del canone buddhista, fissato per iscritto a Ceylon dopo lunghe controversie nel I secolo a.C., in lingua pali, un dialetto medio-indiano dell'ovest. Siamo dunque alcuni secoli dopo la morte del Buddha, quando già il suo pensiero e messaggio erano oggetto di interpretazioni e applicazioni diverse, ma ancora prima della grande ramificazione del Mahayana che avvenne nei primi secoli dopo Cristo. Risulta quasi impossibile delineare in poche frasi il messaggio etico del Dhammapada, il quale è disposto in forma rapsodica e sapienziale, non di rado ricca di senso poetico. Basti dire che lo scopo della via buddhista è condurre l'uomo «all'altra sponda dell'essere», al di là della concatenazione dei nessi causali che ci imprigionano nel circolo doloroso dell'esistenza e delle reincarnazioni, al di là dell'alternanza di piacere e dolore, al di là dell'antitesi tra bene e male. La grande responsabile di questo incatenamento è l'ignoranza, per dissipare la quale il Buddha, dopo avere personalmente conseguito il Risveglio (bodhi), ha messo in moto la ruota della Legge (dharma). E l'essenza della Legge o dharma sono le Quattro nobili verità e l'Ottuplice sentiero. Le Quattro nobili verità sono: la realtà del mondo è dolore; l'origine del dolore è «la sete», cioè il desiderio di vivere; ma della sete è possibile raggiungere «l'estinzione» (nirvana); la quale si consegue seguendo l'Ottuplice sentiero: retta visione, retta concezione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione. Si tratta, come si vede, di un messaggio pragmatico, che si presenta quale via di mezzo tra la licenza e l'ascetismo e intende portare alla liberazione e alla pace. Morendo, il Buddha diede ai suoi questa consegna: «Operate voi stessi la vostra salvezza con diligenza». Il buddhismo offre così un sistema di autoguarigione che inizia con la «purificazione dello spirito»: «Chi parla oppure agisce con mente corrotta, lo segue la sventura, come la ruota segue il piede... Chi parla oppure opera con mente pura lo segue la felicità come l'ombra che non si diparte». Così inizia il Dhammapada, la cui etica non contiene nulla in contrasto con la morale cristiana e raggiunge ideali elevati di purificazione, mitezza e simpatia verso gli altri. Gli manca l'annuncio cristiano dell'amore di Dio in Cristo per noi, che mediante il dono dello Spirito produce «frutti di santificazione e come fine la vita eterna» (Rm 6,22).
Il terzo grande libro religioso dell'umanità è il Corano, predicato da Maometto a cominciare dal 610, quando ricevette nei pressi della Mecca la prima rivelazione, fino alla morte avvenuta nel 632. Il messaggio originario di Maometto è semplice e forte e richiama indiscutibilmente il profetismo ebraico: Dio è uno, egli è l'Onnipotente. E' il creatore dell'universo e farà giustizia nel giorno del giudizio. Magnifiche ricompense attendono in paradiso coloro che osservano i precetti divini e terribili punizioni colpiranno nell'inferno coloro che li disprezzano. Con questo annuncio Maometto, che si presentava come messaggero (rasul) di Allah, scese fra il suo popolo per strapparlo all'idolatria e imprimergli una nuova coscienza sociale e nazionale. La sua predicazione fu raccolta dopo la sua morte e codificata nel testo attuale del Corano per ordine del califfo Othman nel 651.
Il Corano si presenta diviso in 114 capitoli o sure, in ordine di lunghezza decrescente, con un'ampiezza totale che corrisponde circa a un quarto della Bibbia, cioè pari al Nuovo Testamento. Mentre per lo storico moderno non vi sono dubbi che la maggior parte della predicazione di Maometto è derivata da elementi del giudaismo e del cristianesimo, che Maometto poté attingere nel suo ambiente – ragione per cui l'islam viene annoverato tra le religioni del monoteismo biblico –, per il credente musulmano, come già per Maometto, sulla cui coscienza profetica non è il luogo qui di indagare, «il Corano glorioso» è «disceso dal cielo» dove il suo «originale è scritto su una tavola custodita» (Sura 85,21-22; 97,1). Esso non è l'autorivelazione di Dio ma la manifestazione della sua volontà e della legge (shari`a) per l'organizzazione della vita individuale e sociale. Un antico credo musulmano esprime così la posizione ortodossa: «Il Corano è la parola di Dio scritta su copie, preservata nelle memorie, recitata dalle lingue, rivelata al Profeta. La nostra pronuncia, scrittura e recitazione del Corano è creata, ma il Corano in se stesso è increato» (A. J. Wensinck, The Muslin creed, Cass, Londra 19652, p. 189). Ciò spiega la grande venerazione che il mondo islamico nutre per il Corano, il quale rappresenta per il musulmano quello che per un cristiano è la persona stessa di Cristo. Secondo il vangelo il Verbo «si è fatto carne», cioè si è manifestato in una persona umana; nella mentalità coranica la volontà di Allah «si è fatta libro». Di conseguenza sul Corano non si discute, non si accettano analisi storico-critiche, si disdegnano perfino le traduzioni, ma si indicono annualmente gare per l'apprendimento e la recita mnemonica. Come è noto, nel Corano si parla più volte di Gesù come del più straordinario dei profeti anteriori a Maometto: è nato miracolosamente dalla Vergine Maria, ha compiuto miracoli, è lo «Spirito» di Dio, sarà il giudice degli uomini alla fine della storia, ma non è «Figlio di Dio» come pretendono i cristiani, i quali avrebbero falsificato gravemente il suo vangelo. In tal modo, l'islam si presenta come una religione antagonista, con un messaggio perfetto, definitivo, che abolisce tutti i messaggi precedenti.
Accanto a questi messaggi religiosi concorrenziali al vangelo risuonano nella società contemporanea altri messaggi che si qualificano sociali, materialistici, areligiosi e a differenza di quelli religiosi invitano l'uomo a orizzonti terreni, a impegni umanistici e sociali, sottratti a qualsiasi fascinazione ultramondana. Tra tutti il marxismo si è arrogato la bandiera di una società perfetta senza differenze né classi, dove a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni. Tutti questi messaggi sono obiettivamente diversi dal vangelo e rappresentano non di rado una sfida.
Di fronte ad essi il cristiano offre instancabilmente la propria testimonianza con umiltà e franchezza guardandosi da tre tentazioni opposte. Da una parte evita di mutilare il vangelo disintegrandolo nella sua interezza per offrire soltanto elementi parziali; dall'altra si guarderà di ridurre il vangelo alla dimensione di uno dei tanti messaggi che emergono nelle stagioni della storia (è la tentazione del sincretismo e del relativismo); e ancora si guarderà dal proclamare aprioristicamente l'antitesi o l'estraneità del vangelo di fronte a tutti i progetti di salvezza e di promozione umana. Ricorderà invece volentieri le parole di Gesù che paragonano il vangelo a un lievito o a un seme, immagini che indicano chiaramente la sua vocazione a inserirsi nelle realtà della storia e della cultura per elevarle, purificarle e dare loro compimento secondo il disegno di Dio. Accoglierà in particolare l'invito al «discernimento» e al «dialogo», che il Concilio Vaticano II ha rivolto a tutta la chiesa, nella consapevolezza che «il vangelo è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16).

MATTEO

[di A. Lancellotti - F. Pasquero ]

Il primo vangelo di cui la tradizione ci dà notizia è quello di Matteo, o Levi, come lo chiamano Marco, 2,14, e Luca, 5,27. Era esattore d'imposte a Cafarnao e fu chiamato da Gesù con una sola parola: «Séguimi», 9,9, ed egli, lasciato tutto, si pose alla sua scuola. Diede poi un pranzo di saluto ai suoi collaboratori, cui prese parte Gesù con i discepoli, con grande scandalo dei farisei, 9,10-13. Dopo ciò non conosciamo altro della vita di Matteo: né il suo campo di apostolato né il tempo della sua morte; forse morì martire e come tale lo venera la liturgia il 21 settembre.
Il vangelo secondo Matteo di cui parlano gli antichi fu scritto in aramaico e andò presto perduto; quello giunto sino a noi, che non pare una traduzione, probabilmente non risale a Matteo, pur usufruendo del materiale dell'opera originale. E' certo però che esso è il vangelo più completo, ordinato e dottrinale dei primi tre, e rispecchia più e meglio degli altri la primitiva catechesi apostolica, motivo per cui fu il più utilizzato nei primi tempi della chiesa, per l'istruzione sia dei catecumeni che degli adulti.
Fu scritto per gli Ebrei, per provare ad essi che Gesù è il Messia promesso. Infatti fin dal principio, con la genealogia, così importante per gli Ebrei, Matteo intende sottolineare non soltanto la realtà ebraica e davidica di Gesù, ma inserire lui, la sua storia e la sua opera nel complesso della storia della salvezza, che forma l'ossatura di tutto l'Antico Testamento. Così, nel discorso posto come base del nuovo regno fondato da Gesù, egli è proposto come il nuovo Mosè che sul monte promulga la nuova legge; e in tutto il corso del vangelo è dato il massimo valore all'Antico Testamento, considerato come profetico e pedagogo al nuovo regno.
La stessa disposizione del materiale di cui si serve l'evangelista pare sia stata voluta per ricordare i cinque libri di Mosè, il Pentateuco. Infatti, tolto il racconto dell'infanzia, 1,1 - 2,23, e quello della passione-morte-risurrezione di Gesù, 26,1 - 28,20, che fanno parte a sé, il resto del materiale è distribuito in cinque articolazioni assai visibili, formate ciascuna da una sezione narrativa e una didattica concluse con la formula caratteristica: «Quando Gesù ebbe finiti questi discorsi...»: 7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1.
Il vangelo dev'essere stato scritto in Palestina o in Siria, di cui la Palestina faceva parte, come si deduce dal linguaggio fortemente ebraico e non spiegato, perché supposto noto: 4,5; 5,22; 16,17.19; 18,18; 23,33; 24,3; 27,4; dagli usi e costumi tipicamente palestinesi: 5,23; 6,1-6.16-18; 9,20; 14,36; 23,5; 25,6s; dalla preoccupazione teologica, manifestata dal frequente richiamo dell'Antico Testamento; dalla sottolineatura del valore della legge mosaica, 5,17-19; 12,5; 13,41; 24,12; dalla nuova realtà apportata da Gesù a perfezionamento di essa, 8,12; 13,52; 24,20.
Circa il tempo in cui fu scritto, se si pensa al vangelo in aramaico, si può risalire al 64 e forse prima; se invece si pensa a quello giunto a noi in greco, probabilmente la sua composizione si deve ritardare sino al 70-80, cui farebbero pensare le allusioni alla distruzione di Gerusalemme, 22,7, e il racconto dell'infanzia, ricco di accurate elaborazioni cristologiche, 3,17.
Le testimonianze dell'esistenza del vangelo di Matteo sono antiche: si hanno allusioni ad esso già in alcuni scritti patristici dell'epoca subapostolica, quali Clemente Romano, Ignazio di Antiochia, Lettera di Barnaba, Didachè, Giustino; le testimonianze esplicite incominciano con Papia (110), Taziano (172), Ireneo (180), Origene (250), il quale si appella già alla tradizione. Poi si moltiplicano sempre più.
I punti principali attorno a cui si può raggruppare la dottrina del primo vangelo, tenendo conto dell'ambiente in cui è nato e dei lettori per i quali è stato scritto, possono essere ridotti a tre:
1. In Gesù si sono compiuti i vaticini dell'Antico Testamento riguardanti il Messia, quindi egli è il Messia atteso: 1,23; 2,5s; 2,13-15.23; 3,3; 4,14; 8,16s; 12,15-21; 27,7.10.34s.
2. Gesù annuncia e inaugura sulla terra il regno dei cieli la cui magna charta è delineata nel discorso sulla montagna: 5,1 - 7,29. I suoi discepoli sono chiamati a promuoverlo; esso avrà dimensioni universali, poiché tutte le nazioni sono chiamate a farne parte, 28,19, diventando discepole dell'unico Maestro.
3. Per far parte di questo regno è necessaria una caratteristica fondamentale: una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei, 5,20, che deve arrivare sino all'imitazione del Padre che è nei cieli, 5,48. Il vero esemplare visibile di questa giustizia è Gesù, che perciò bisogna seguire 10,24; 11,29; 23,8-10; 25,40.
Matteo presenta Gesù assai più come Maestro che come taumaturgo, e da ciò deduce il dovere di mettersi alla sua scuola non solo per gli Ebrei, ma per tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ai quali il Padre celeste continua a rivolgere il comando: «Ascoltatelo», 17,2, e dal quale gli apostoli ricevettero la missione di condurli come discepoli: «Andate e ammaestrate tutte le genti», 28,19.


MARCO

[di A. Sisti - F. Pasquero ]

Il secondo vangelo è attribuito a Marco, detto anche Giovanni Marco, At 12,12.25; 15,17, secondo l'abitudine di portare due nomi. L'evangelista non fu apostolo e neppure discepolo di Gesù; fu prima discepolo di Barnaba e Paolo, 12,25; 13,5, poi si separò da Paolo per restare con Barnaba, 15,36-39, infine lo troviamo al seguito di Pietro, 1 Pt 5,13, non sappiamo per quanto tempo.
Nato a Gerusalemme, era figlio di una Maria che aveva una casa nella città in cui si radunavano i primi cristiani; ivi infatti Pietro li trova radunati dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere, At 12,12-17. Era cugino di Barnaba, Col 4,10, perciò facilmente anch'egli levita. La tradizione lo dice interprete di Pietro, di cui scrisse la predicazione, a richiesta, pare, degli stessi uditori dell'apostolo; di qui lo stile vivace, colorito, conservato per quanto possibile nella traduzione. Ciò avvenne verosimilmente a Roma, verso il 65-70 d.C.
Durante la prima prigionia di Paolo troviamo nuovamente Marco accanto all'apostolo Paolo, Fm 24, che lo vuole inviare con un importante incarico a Colosse, Col 4,10, e che alla fine della vita prega Timoteo di condurglielo, 2Tm 4,11. Cosa sia stato di lui dopo la morte di Pietro e di Paolo non sappiamo. Una tardiva tradizione lo dice martire in Egitto sotto Traiano (98-117). La chiesa ne celebra la festa il 25 aprile.
Il vangelo di Marco è essenzialmente annunzio della buona novella riguardo a Gesù Figlio di Dio e Messia. Tutta la narrazione è indirizzata a questa dimostrazione: dall'inizio stesso, 1,1, alla testimonianza del Padre, 1,11, all'accenno dell'inizio della lotta con Satana, 1,13, cose tutte già contenute nella breve introduzione. Al medesimo scopo mirano i numerosi miracoli, narrati in modo colorito o solo accennati, la lotta aperta contro Satana con la liberazione degli ossessi, la stessa passione e morte di Gesù, coronata dal pubblico riconoscimento della sua divinità da parte del centurione romano, 15,39, e dalla gloriosa risurrezione.
Ma né il titolo di Figlio di Dio era accetto agli Ebrei né era senza pericolo la procclamazione pubblica della messianità di Gesù a causa della corrente mentalità giudaica: per questi motivi notiamo nel vangelo di Marco due parti nettamente distinte, cui fa da perno la narrazione della confessione di Pietro. Nella prima, 1,14 - 8,26, Gesù ha cura di mantenere e richiedere il segreto sull'essere suo: è il cosiddetto, «segreto messianico» di Marco, 1,25.34.44; 3,12; 5,43; 7,36; 8,26.30; 9,9. Si direbbe ché Gesù vuole che siano i fatti stessi a parlare e dimostrare i suoi poteri, la sua autorità, quindi la realtà della sua persona e della sua opera, diametralmente opposta alle attese giudaiche. Nella seconda parte, invece, 8,27 - 16,20, iniziando con la domanda stessa di Gesù per sollecitare la risposta sulla conoscenza che si ha di lui, Gesù manifesta gradatamente in maniera pedagogica l'essere suo con il richiamo alla figura del Servo di Jhwh, 8,31.38; 9,9.12.31; 10,33.45, venuto per portare la salvezza al mondo con il sacrificio della propria vita; si dedica più assiduamente alla formazione dei discepoli, ai quali chiede recisamente, a sua imitazione, completa rinuncia per entrare nel regno di Dio: sacrificio di sé, dei legami familiari, delle ricchezze, della vita stessa, con assoluta obbedienza a lui, 8,34.35-38; 9,35; 10,31.43...; si scontra sempre più apertamente con i nemici, 11,27-29; 12,12.15-17.24-27.35-37.38-40, finché è condannato e muore. Ma proprio con la morte riporta la definitiva vittoria sul demonio, compie la redenzione, è riconosciuto Figlio di Dio e glorificato dal Padre mediante la risurrezione. Tuttavia anche in questa parte, pur manifestandosi come Figlio dell'uomo, con una missione di dolore, Gesù non manca di far risaltare il suo essere soprannaturale con la trasfigurazione, 9,1-8, con il costante accenno alla risurrezione ogniqualvolta parla di passione e morte, 8,31.33; 9,30.32; 10,32.34, con il trionfale ingresso in Gerusalemme, 11,8-11, e la cacciata dei venditori dal tempio, 11,15-18.
Il vangelo di Marco non fu tradizionalmente molto usato nella catechesi, perché quasi tutto il suo contenuto fu utilizzato da Matteo e Luca, i quali, aggiungendovi molto materiale proprio, si presentavano più completi per l'istruzione ecclesiastica. Specialmente in quest'ultimo secolo, con uno studio più profondo, fu posta in luce la sua originalità, vivacità e arcaicità, assieme alla sua importanza come fonte degli altri due sinottici.


LUCA

[di C. Ghidelli - F. Pasquero ]

Il terzo vangelo è attribuito dalla tradizione a Luca, abbreviazione di Lucano, «medico» (Col 4,14), probabilmente originario di Antiochia di Siria. Fu discepolo e compagno affezionato di Paolo, cui fu vicino nella prigionia (Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11). Se si attribuiscono a lui le cosiddette «sezioni noi» del libro degli Atti, in cui l'autore narra in prima persona, Luca si associò a Paolo a Troade durante il secondo viaggio missionario, At 16,9, lo accompagnò a Filippi, dove rimase, riunendosi poi nuovamente all'Apostolo durante il passaggio per la Macedonia, diretto in Palestina, alla fine del terzo viaggio, 20,6. Accompagnò l'Apostolo a Gerusalemme, 21,7, a Cesarea, 27,1, a Roma, 27,1 - 28,16. Dopo la scomparsa di Paolo non sappiamo più nulla di Luca: testimonianze antiche lo additano in Bitinia, dove sarebbe morto. La chiesa lo venera come martire il 18 ottobre.
Buon conoscitore della lingua greca, la curò finché glielo permetteva la fedeltà alle fonti da cui attinse per scrivere il suo vangelo, che inizia, alla maniera degli storici greci, con un elegante prologo; in esso dimostra la sua preoccupazione di storico imparziale nel consultare opere scritte prima e anche testimoni oculari, 1,1-3, espone lo scopo e accenna al contenuto del suo scritto: documentare la solidità e la sicurezza delle cose apprese nella catechesi cristiana.
Le testimonianze circa il terzo vangelo sono antiche come per gli altri due sinottici. La data e il luogo di origine vengono collocate dopo l'anno 70 in Grecia o ad Antiochia di Siria, quando si poteva già tracciare una buona sintesi di un vasto periodo della vita della chiesa e si notava l'afflato universalistico che vi si andava affermando, dopo l'apostolato di Paolo e dei suoi seguaci.
Luca premette una preziosa narrazione dell'infanzia del Salvatore, completamente diversa da quella di Matteo, 1,3 - 2,52, e dà poi a tutta l'opera sua, che continua negli Atti degli Apostoli, una magnifica unità, il cui centro è Gerusalemme. Ciò si nota già in 1,5-20, dove l'annuncio della nascita del precursore Giovanni Battista viene dato nel tempio, e in 2,22-38.41-50 con le due presentazioni di Gesù al tempio, ma risulta chiaro dall'impostazione dell'intera narrazione: l'annunzio del vangelo ha inizio in Galilea, 3,1 - 9,50, e si avvia verso Gerusalemme, 9,51 - 21,38, e ivi si conclude con la passione, morte, risurrezione e apparizioni di Gesù, 22,1 - 24,53; e da Gerusalemme partirà, 24,48; At 1,4, per estendersi in Giudea, Samaria e fino agli estremi confini della terra, At 1,8.
Luca è detto discepolo di Paolo con il quale ha particolari somiglianze, per esempio nella concezione universalistica della salvezza e anche nelle parole di consacrazione dell'eucaristia. Ma non si può dire che dipenda da Paolo come Marco da Pietro; l'idea dell'universalità della salvezza gli poteva derivare anche dall'ambiente pagano originario, ed egli la lascia trasparire con compiacenza già dall'annuncio degli angeli ai pastori, 2,14, dalla profezia del vecchio Simeone, 2,32, dalla predicazione di Giovanni Battista, 3,6, dalla genealogia di Gesù che fa risalire sino ad Adamo, 3,38, e in seguito dai pagani proposti come esempio, 7,9; 10,25-37; 17,15-19. Inoltre scrive il suo vangelo per i pagani convertiti, 1,4, che vuole confermare nella verità abbracciata. Per questo spiega espressioni e costumi tipicamente ebraici, attenua il colore locale e semitico delle sue fonti, tralascia l'accenno a tradizioni di accentuato tono semitico e frasi disdicevoli a persone pagane.
Dotato di particolare sensibilità d'animo, Luca è chiamato, oltre che evangelista dell'universalità della salvezza, anche evangelista della misericordia di Dio, e ciò non solo per gli episodi e le mirabili parabole sulla misericordia divina, 7,34.40-50; 15,4-32; 18,13s; 19,5-20; 22,61; 23,39-43; ma ancora per l'uso del termine eudokìa, benevolenza, tanto caro all'evangelista, 2,14; 3,22; 10,21; 12,32, che esprime la misericordiosa compiacenza di Dio verso tutti gli uomini.
Altra caratteristica di Luca è l'accentuazione dell'opera dello Spirito Santo: su Giovanni Battista, 1,15; su Maria madre di Gesù, 1,35; su Elisabetta, 1,41; su Simeone, 2,25-27; su Gesù stesso, 3,22; 4,1.18; 10,21; dono del Padre a chi lo prega, 11,13, promesso da Gesù ai discepoli, 24,49, promessa che si avvererà nella Pentecoste, At 2,1-4.
Sono tipiche di Luca anche la predilezione per la povertà, 5,11.28; 6,20.24s.30; 11,41; 12,15.33; 14,12- 14.26.33; 16,19-31...; per la preghiera, in cui rappresenta sovente impegnato Gesù, 3,21; 5,16; 6,12; 9,18.29s..., e di cui parla sovente, indicandone le qualità, 11,1-13; 12,22-32; 18,1-8.10-14; 21,36; 22,40.46; ma è singolare l'accentuazione della misericordia che fa nella persona di Cristo, che gli ha meritato l'appellativo di «scriba mansuetudinis Christi»: inviato a compiere una missione di misericordia e di bontà, 4,18s, Gesù la compie senza badare alla propria comodità, 4,43s, totalmente assorbito nel distribuire bontà, 5,12-25; 6,8-11; 7,1-10.12-16; 8,40-56; 9,38-42; 13,10-16; 17,11-18; 18,35-43, nel cercare, accogliere, difendere i peccatori, 5,27-32; 7,37-50; 9,55; 19,1-10, e promette infine lo Spirito Santo agli apostoli, 24,49, mediante il quale egli li renderà testimoni della sua vita e della sua opera di salvezza da Gerusalemme, 24,48, sino ai confini del mondo, At 1,8.
Il vangelo di Luca è unanimemente considerato come la perla dei vangeli, «il libro più bello che esista» (E. Renan).


GIOVANNI

[di G. Segalla - F. Pasquero ]

L'ultimo vangelo in ordine di tempo è quello che la tradizione attribuisce a Giovanni apostolo, il discepolo che Gesù amava.
E' diverso dagli altri tre, sia per il contenuto che per il modo di esposizione: si dilunga in discorsi, sempre elevati, molte volte polemici; narra pochi miracoli, sempre con fine chiaramente apologetico, che chiama segni; contiene parecchie autorivelazioni di Gesù; fa svolgere il ministero di Gesù specialmente in Giudea, invece che in Galilea, come gli altri tre evangelisti. Tutto ciò ha contribuito a far dubitare dell'autenticità e del valore storico del quarto vangelo. Però le testimonianze non mancano: di Giovanni autore di un vangelo parla già il Canone muratoriano (170-200), il prologo antimarcionita (170), Clemente Alessandrino (200-210), specialmente sant'Ireneo (190). L'esistenza assai remota del testo è dimostrata incontrovertibilmente da alcuni papiri, trovati nelle sabbie d'Egitto, contenenti versetti del vangelo e risalenti all'inizio del II secolo. Non mancano poi le testimonianze interne allo stesso vangelo, di cui due esplicite, 19,35 e 21,24, altre implicite, che suppongono un testimone diretto, della cerchia di Gesù, buon conoscitore dei costumi, delle feste, della mentalità ebraica e della geografia palestinese, che viene indicato per ben sei volte come «il discepolo che Gesù amava», 13,23-26; 19,25-27; 20,2; 21,7.20-23.24, con la specificazione, ripetuta due volte, che aveva posto il capo sul petto di Gesù, 13,23; 21,20. E' difficile quindi dubitare che all'origine di questo vangelo ci sia Giovanni apostolo, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, anche se il vero estensore poté essere un suo discepolo, profondamente nutrito del suo pensiero.
Di Giovanni sappiamo che era pescatore, forse uno dei primi due discepoli di Gesù, 1,35-40, amico di Pietro e uno dei tre discepoli prediletti, testimoni della trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giàiro e dell'agonia nel Getsèmani. Ebbe pure il privilegio di ricevere da Gesù la sua stessa madre ai piedi della croce, 19,26s.
Dopo la Pentecoste troviamo Giovanni con Pietro, At 3,1; 4,3; 8,14, presente nel concilio di Gerusalemme, 15,1-29, in cui era una delle «colonne», Gal 2,9. Nulla sappiamo del suo apostolato. Forse si fermò a lungo in Palestina, poi passò in Antiochia e dimorò ad Efeso, dove morì in età avanzata, forse centenario. La sua festa è celebrata il 27 dicembre.
In Efeso, come testimonia unanimemente la tradizione, deve aver avuto origine il quarto vangelo. Probabilmente non fu subito scritto come giunse a noi: si dev'essere formata verso il 66 una tradizione giovannea composta dal racconto di sette od otto segni, da vari discorsi, dalla narrazione della passione-morte-risurrezione di Gesù. Durante la dimora ad Efeso, nei lunghi intrattenimenti di Giovanni già vecchio con i discepoli, il complesso della vita, dei miracoli e dei discorsi di Gesù venne meditato, attualizzato alla luce dell'esperienza contemporanea e rivestito di considerazioni spirituali e teologiche, le quali, pur non togliendo nulla alla realtà storica, danno al vangelo quel carattere specialissimo ed unico che lo distingue. Verso la fine del I secolo, certo dopo l'85-90, quella tradizione fu posta per iscritto sino alla fine del c. 20, mentre il c. 21 fu aggiunto dopo la morte dell'apostolo per sfatare un'errata interpretazione d'un'affermazione di Gesù, 21,23.
Il vangelo secondo Giovanni fu scritto con un fine specifico, indicato chiaramente in 20,31, nella prima conclusione: «Affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, credendo, abbiate la vita nel suo nome». Ciò spiega il carattere essenzialmente cristocentrico del vangelo, in cui Gesù stesso parla sovente di sé e rivela le sue relazioni con il Padre, da cui viene inviato e da cui dipende, non solo nell'essere, 10,30, ma nel parlare, 3,11; 5,30; 7,17; 12,49; 14,10, nell'operare, 4,34; 5,30; 6,38, inviato per portare all'uomo la salvezza mediante la fede in lui, 3,18-20.36; 12,46-48; 15,10, l'adesione a lui, 15,1-8, la docilità a lui, 10,11- 16. A quanti lo accolgono dà il potere di «divenire figli di Dio», 1,12, come lui e con lui, mediante il dono dello Spirito Santo che egli invierà dal Padre, 5,26; 16,7, per compiere l'opera sua di salvezza e santificazione, 16,8.13-15.
E' certo che Giovanni volle scrivere un vero vangelo, e cioè il buon annunzio della salvezza, proclamata e portata da Gesù; per questo seguì lo schema della primitiva predicazione, che partiva dal battesimo di Giovanni, narrava le opere e la predicazione del Maestro e arrivava alla sua passione-morte-risurrezione. Fu pure attento a far rilevare come gli avvenimenti della vita di Gesù realizzano le profezie dell'Antico Testamento.
Possiamo scorgere, nel quarto vangelo, dopo un prologo-inno, 1,1-18, in cui Gesù è presentato uguale a Dio, mediatore della creazione e della rivelazione salvifica, lo sviluppo del ministero con la manifestazione al popolo mediante miracoli («segni») e discorsi, 1,19 - 12,50, e la conclusione del ministero con l'arrivo dell'ora di Gesù, 13,1 - 20,31, ora di dolore e di glorificazione, in cui il Maestro, dopo essersi rivelato in modo speciale ai suoi discepoli, va incontro alla passione-glorificazione. Termina con un epilogo, aggiunto successivamente, 21,1-25.


 
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